L’educazione: una scelta condivisa

“Girando qua e là […] mi sono reso conto di quanto la gente desideri una vita buona. […] Soffriamo tutti per un vero scadimento delle relazioni, dei legami, quelli sociali ma anche quelli che qualificano la sfera privata, soprattutto familiare. Si fatica a percepire il bene come tale, e soprattutto si dubita che sia comune: insieme bene per sé e per gli altri, di tutti”. La sensazione espressa da Ugo Sartorio, descrive un’atmosfera diffusa che ha fatto dell’educare – al di là del testo degli Orientamenti pastorali della Chiesa italiana per il decennio 2010-2020 – una scelta su cui quasi istintivamente si è registrato un ampio consenso e perfino un certo entusiasmo. Prova ne è il fatto che lentamente si è percepito che non si trattava solo di una “sfida”, di una “emergenza”, anzi di una “urgenza”, e neanche solo di una “crisi” o di un “rischio” o di una “avventura”, ma di una “scelta condivisa” su cui investire, senza ingenuità e senza patemi d’animo. In pochi anni siamo così passati, quasi senza accorgercene, da La fine dell’educazione a L’educazione non è finita.

La percezione dell’educazione come una scelta condivisa introduce una spinta emotiva che fa rompere gli indugi di fronte alla paralisi dell’educare che nasconde, in verità, una paura del futuro. Alla fine, la vera radice del malessere così diffuso non solo tra i giovani, non è tanto la mancanza di possibilità di scelta – che sono al contrario infinite oggi – ma rinvenire un “perché” ultimo, ovvero un senso che dia alla vita l’orientamento necessario. Senza la speranza (cfr. Spe Salvi, n 2), infatti, anche la fiducia umana è destinata a ripiegarsi su se stessa, come dimostra la mancanza di desideri e di slancio che sembra far invecchiare precocemente chiunque. La sfiducia, per altro, si svela in un dato di fatto ben illustrato da un’affermazione di Ch. Péguy: “Le crisi dell’insegnamento non sono crisi di insegnamento; denunciano, rappresentano crisi di vita esse stesse”. Non esiste propriamente crisi educativa, ma appunto una crisi di vita: dove, cioè, non esiste una vita adeguata non si può comunicare nulla. Si comprende allora il perché la scelta degli Orientamenti decennali abbia incontrato il favore e l’accoglienza della gente, ben al di là della compagine ecclesiale perché se si tratta di educare al “gusto dell’autentica bellezza della vita”, chiunque intuisce che essa consiste “nel camminare verso la pienezza dell’umano” (EVVB, 5). Questa circostanza ha fatto superare anche gli inevitabili limiti di un testo che è stato il frutto di una elaborazione collegiale e come tale segnato da inevitabili mediazioni quando non integrazioni. Sta di fatto che proprio chi ha avuto il compito di presentare il decennio nelle sue “linee di fondo” ha avvertito che il testo crescesse con chi lo leggeva. Per questo è apparso ancor più evidente che “l’educazione è il fulcro prospettico e l’impegno prioritario delle diocesi italiane nel decennio corrente” (Comunicato finale dell’Assemblea della Cei, maggio 2011, 1). Resta ora da vedere dopo questa prima fase di recezione come declinare l’entusiasmo e la disponibilità percepite in un compiuto cammino ecclesiale. Valorizzando quanto emerso nella recente Assemblea dei Vescovi, mi sembrano tre le cose da non dimenticare. La prima è la consapevolezza che la questione di fondo resta la fede, che va risvegliata in tutti vista l’ipoteca di una mentalità secolare che è definitivamente entrata nel cuore dei nostri contemporanei. La seconda è l’avvertenza a ritrovare nella relazione interpersonale la dinamica propria di ogni autentica educazione, senza della quale la libertà non è presa sul serio e l’uomo non è colto nella sua irripetibile singolarità. La terza è, infine, la necessità di attivare ‘alleanze educative’ che facciano superare la chiusura di mondi autoreferenziali e renda possibile la convergenza dei differenti soggetti educanti: genitori, educatori, prete e religiosi, padrini, ma anche dei diversi contesti: famiglia, parrocchia, scuola, sport, in modo da condividere la stessa passione e fatica educativa. 
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*mons. Domenico Pompili è sottosegretario Cei e direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali(intervento in occasione Assemblea Copercom – Roma, 27 ottobre 2011) 

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