Lezioni dalla crisi: il lavoro a rischio povertà

L’Italia è un Paese con profonde debolezze strutturali, che andavano affrontate già prima della crisi.

La fotografia del nostro Paese nella crisi globale, dopo una caduta del Pil tra il 2008 e 2009 del 5,9% e un tasso di disoccupazione dell’8,4% (con una crescita del 2,2% in venti mesi) che nel primo trimestre 2010 è del 9,1% rende evidente l’aggravarsi dei problemi strutturali.

In modo particolare i primati negativi si possono sintetizzare in:

una crescita troppo bassa. Stante gli attuali dati di crescita che ci vedono all’ultimo posto in Europa, il ritorno ai livelli già troppo bassi del 2007 avverrà solo nel 2015;

un tasso di disoccupazione giovanile che per gli under 30 ci colloca insieme alla Grecia di nuovo all’ultimo posto in Europa. Un giovane su tre che non trova lavoro, circa 700 mila posti di lavoro già persi negli ultimi due anni, di cui una parte rilevante, giovani con contratti a termine o contratti di collaborazione tra i primi a restare senza lavoro. I 78 mila precari della scuola, rimasti senza lavoro, a causa delle misure del Governo rappresentano il più grande licenziamento di massa mai avvenuto;

una crescita esasperata delle diseguaglianze. Nella crisi si sono allargate le forbici delle diseguaglianze a partire dalla redistribuzione della ricchezza che vede le famiglie di lavoratori di dipendenti, pensionati e di giovani lavoratori con una riduzione del reddito disponibile tra il 2,6% e il 6% negli ultimi due anni.

La manovra correttiva di luglio del Governo ha drammaticamente appesantito una situazione già difficile; all’insegna del rigorismo del Ministro Tremonti non solo il debito, pur crescendo meno degli altri si è attestato al 118% sul PIL, ma si è messo ulteriore piombo nelle ali del Paese, impedendo di seguire l’esempio della Germania che ha ripreso a crescere a tassi superiore al 2,5% e con una disoccupazione sotto il 7%.
2,5 milioni di disoccupati e oltre 3 milioni i lavoratori sommersi in nero. È come se immaginassimo l’intera popolazione di Roma e Milano di “senza lavoro”.
Purtroppo, dinanzi a tutto ciò, il Governo ha lasciato che la crisi colpisse i più deboli e accentuasse le disuguaglianze, perseguendo così una strategia unicamente rigorista.
Le misure previste finora per fronteggiare la crisi sono inadeguate e insufficienti. Con appena l’1% del totale della spesa complessiva realizzata dai paesi del G-20, non si può parlare di cautela imposta dallo stato dei conti pubblici: la crisi “di domanda” che stiamo attraversando ha necessità di veri interventi anticiclici orientati al sostegno dell’occupazione, del reddito di lavoratori e pensionati, degli investimenti. Nel disegno del governo non rientra nessuna riforma di sistema che porti il nostro Paese su livelli di crescita quantitativa e qualitativa più alti. Nonostante venga più volte suggerito da autorevoli fonti internazionali – prima tra tutte l’OCSE – in tutti i provvedimenti varati finora risulta assente qualsiasi progetto di riforma organica degli ammortizzatori sociali, del fisco, del sistema produttivo (in termini di politica industriale) o del sistema infrastrutturale. Infine, sebbene non si sia impiegata nessuna risorsa anti-recessiva vera, si è comunque prodotto un peggioramento dei conti dello Stato. Purtroppo non si sono riusciti a evitare neanche i riflessi negativi sulla competitività dei nostri titoli pubblici e, a questo punto, diventa sempre più ridimensionata la possibilità di una manovra di bilancio in deficit spending.
La nostra opposizione come CGIL alle misure del Governo è stata e continuerà a essere molto forte.
La maggioranza che sostiene il Governo è nettamente in crisi sul piano politico. Questa crisi non si è ancora manifestata in profondità nel blocco sociale che ha sostenuto fin qui il Governo. Gi interventi estivi sui grandi quotidiani di esponenti di primo piano del mondo imprenditoriale e finanziario come Luca Cordero di Montezemolo e Corrado Passera segnalano che fortunatamente il tema Paese sta diventando la questione principale.
Per continuare a tenere la barra delle priorità sul lavoro, come sindacato dovremmo essere capaci di proseguire le azioni di mobilitazioni e contemporaneamente rafforzare le nostre capacità di proposta: dal piano anticrisi, che come CGIL abbiamo proposto all’inizio della crisi alla necessità di un piano per il lavoro che dia speranze e futuro alle nuove generazioni.
Anche per questo allo sciopero generale del 25 giugno è seguita la manifestazione a Roma del 29 settembre. Quel giorno in tutta Europa hanno manifestato tutti i sindacati. Purtroppo con noi quel giorno a Roma non ci sono stati CISL e UIL. Questa divisione sindacale nella crisi danneggia soltanto i lavoratori. È compito nostro ricostruire un’azione unitaria del sindacato nel quadro di regole democratiche fatte di certezze e reale rappresentatività.
Le cause della “nuova povertà”
Il bacino di popolazione in condizioni di povertà in Italia è molto significativo e gli effetti della crisi (in particolar modo sull’occupazione) rischiano di allargare ulteriormente la platea delle persone a rischio. L’Istat nell’ultimo rapporto sulla povertà relativo al 2009 e pubblicato a metà luglio 2010 censisce in circa 7 milioni e 800 mila le persone in condizioni di povertà relativa1 e in oltre 3 milioni le persone in condizioni di povertà assoluta2, in altri termini nel nostro paese oltre 15 persone su 100 sono “ufficialmente” indigenti. Recentemente, inoltre, la rete internazionale di Social Watch nel suo rapporto annuale “People First”3 evidenzia (utilizzando dati Istat ed Eurostat) come l’Italia si stia «rapidamente impoverendo» e come «la situazione non sia solo il prodotto della crisi finanziaria globale ma di politiche inadeguate, deboli e in molti casi discriminatorie». Tutto ciò in un contesto che, negli ultimi anni, ha registrato un aggravamento delle diseguaglianze socio-economiche nel nostro Paese. Un recente rapporto dell’OCSE4, in proposito, sottolinea che sui trenta Paesi aderenti all’OCSE soltanto cinque presentano indici di diseguaglianza superiori all’Italia, mentre ben ventiquattro presentano indici inferiori.
In tal senso va evidenziato come studiosi e istituzioni abbiano ormai conclamato che tra le cause principali di questa crisi globale una delle più importanti sia da rintracciarsi proprio nelle profonde disuguaglianze che attraversano le nostre società. In particolare ne sono state individuate alcune:

disuguaglianza tra popoli: secondo l’ILO circa 3 miliardi di persone su 6,5 miliardi lavorano. Dei tre miliardi 1,5 miliardi è riconducibile all’economia informale. Di questi, 1,2 miliardi è sotto la soglia di povertà dei 2 $ al giorno;

disuguaglianza nella distribuzione del reddito, tra classi sociali e tra i lavoratori stessi. È una disuguaglianza nella distribuzione primaria ex-post (ma riguarda anche l’allocazione delle risorse ex-ante);

disuguaglianza nel mercato del lavoro: disuguaglianze nell’accesso al lavoro. In Italia, basti pensare alle forme contrattuali (e ai 3,6 milioni di atipici) e al lavoro nero (oltre 3 milioni di lavoratori irregolari);

disuguaglianza all’interno del mondo del lavoro: nello svolgimento del proprio lavoro, tra le categorie e tra i territori, nei diritti e nelle tutele, oltre che nel reddito. Disuguaglianza anche nel welfare, dagli ammortizzatori sociali ai trattamenti pensionistici;

disuguaglianza di trattamento per gli immigrati: la quinta è più “complessa” delle disuguaglianze perché in definitiva comprende tutte le precedenti.

Detto ciò, oltre a un concreto rischio che l’attuale crisi allarghi la porzione di popolazione povera (uno studio diffuso dall’Unione Europea – direzione affari sociali – lo scorso anno calcolava che un italiano su cinque è a rischio povertà) è evidente come aumentino le distanze tra chi ha molto e chi poco o nulla, e come ci siano delle persone particolarmente esposte a questi rischi.  Ad esempio, l’Istat ci illustra come il fenomeno della povertà relativa sia maggiormente diffuso nel Mezzogiorno, tra le famiglie più ampie, in particolare con tre o più figli, soprattutto se minorenni; è fortemente associato a bassi livelli di istruzione, a bassi profili professionali e all’esclusione dal mercato del lavoro: l’incidenza di povertà tra le famiglie con due o più componenti in cerca di occupazione (37,8%) è di quattro volte superiore a quella delle famiglie dove nessun componente è alla ricerca di lavoro (9%). Il Mezzogiorno, inoltre, conferma la sua fragilità anche rispetto ai livelli di povertà assoluta, in cui il numero di famiglie assolutamente povere è pressoché identico a quello stimato nel 2008, ma in cui le condizioni medie sono ulteriormente peggiorate.
Tabella 1
Indicatori di povertà relativa per ripartizione geografica. Anni 2008-2009 (migliaia di unità e valori percentuali)

Fonte: Istat 2010 – *Intensità della povertà: misura di quanto in percentuale la spesa media delle famiglie definite povere è al di sotto della soglia di povertà.

Tabella 2
Indicatori di povertà assoluta per ripartizione geografica. Anni 2008-2009 (migliaia di unità e valori percentuali)

Fonte: Istat 2010 – *Intensità della povertà: misura di quanto in percentuale la spesa media delle famiglie definite povere è al di sotto della soglia di povertà.
 
Una volta acquisito che il problema è di ampia portata, e che l’attuale situazione economica non può far altro che aggravarlo, occorre provare a definire le principali cause e le fasce sociali più a rischio, sia rispetto a quelli che possono essere definiti come i “nuovi poveri”, sia rispetto a quelle sacche di indigenza che sfuggono anche agli stessi censimenti statistici. Due anni di crisi e conseguente crescita della disoccupazione senza interventi adeguati da parte del governo rischiano di porre sotto le soglie di povertà il milione di persone rimaste senza lavoro e il milione e mezzo di persone in CIG il cui taglio del salario è pari a circa il 40% (in sostanza anche la cosiddetta classe media è a rischio povertà).
Salari (e pensioni) inadeguati, disoccupazione e mancanza di valide politiche sociali sono, dunque, le sorgenti da cui scaturisce il fiume della povertà che bagna l’Italia; un’Italia in questo caso fatta soprattutto di persone che vivono nelle regioni meridionali e insulari, di giovani precari, di donne e di immigrati. Le fasce più deboli della società e – non a caso – quelle più marginalizzate nell’attuale dibattito politico.
La percezione della povertà
Prima di affrontare i termini della povertà reale è, tuttavia, opportuno provare a riflettere su come il fenomeno sia percepito nelle fasce più a rischio.
La povertà è per molti sinonimo di insicurezza e mancanza di prospettive: l’impossibilità di milioni di persone (soprattutto giovani) di poter investire sul proprio futuro, l’incertezza che pesa in attesa di ogni rinnovo di contratto a progetto o a collaborazione (questo nei casi in cui il lavoro non sia in nero…), lo sgretolamento di quel sistema di diritti e tutele che “garantiscono” le generazioni dei padri, privano il paese del suo volano allo sviluppo più importante, ovvero la capacità di “sognare” e aspirare a un futuro migliore. La povertà non è esclusivamente essere più o meno leggermente al di sopra o al di sotto una soglia statistica, ma va affrontata sapendo che si percepisce povero chiunque non abbia le condizioni materiali e immateriali di svilupparsi come lavoratore e come individuo.
Per la crescita e la sostenibilità dell’intero Paese è, dunque, necessaria una adeguata risposta (proposta) politica in grado di mettere al centro il tema dell’uguaglianza dei diritti e delle opportunità, come – ovviamente – delle condizioni materiali delle persone. In tal senso, la questione giovanile diventa il primo punto da cui far partire tale azione.
Salari e disuguaglianze
Secondo i dati dell’Ires5 circa 14 milioni di lavoratori in Italia nel 2008 guadagnavano meno di 1.300 euro al mese e circa 7 milioni ne guadagnavano meno di mille; inoltre sono state registrate “cinque disuguaglianze” rispetto al salario medio di 1.240 euro6.
 
Tabella 3

Tipologia lavoratore

Salario netto mensile

Lavoratore dipendente standard (2008)

1.240 euro

Lavoratore del Mezzogiorno

-13,4%

Lavoratrice

-17,9%

Lavoratore di piccola impresa
(1-19 addetti)

-26,2%

Lavoratore immigrato
(extra-UE)

-26,9%

Lavoratore giovane
(15-34 anni)

-27,1%

Fonte: Indagine Ires-Cgil (L’Italia del lavoro oggi. Campione di 6000 interviste)
Oltre alle evidenti e note differenze territoriali, le disuguaglianze toccano essenzialmente donne, giovani e immigrati. In estrema sintesi le ragioni sono da rintracciarsi nella dequalificazione professionale, nel sistema contrattuale premiante l’anzianità e la continuità lavorativa, nel forte rischio di “ricattabilità” a cui sono sottoposti tali soggetti, nelle forme di precarietà contrattuale e di mancata crescita del capitale umano e – non ultimo – nell’approccio culturale con cui vengono considerati giovani, donne e immigrati nel mercato del lavoro.
Il mercato del lavoro
L’Italia è un paese che – quantomeno – nel decennio precedente alla crisi è rimasto sostanzialmente bloccato da un punto di vista economico e non solo. Restare fermi ha significato non pensare al futuro, non pensare alle nuove generazioni e di fatto diventare un paese sempre più vecchio e non solo da un punto di vista demografico. In questi anni non c’è stata una reale programmazione economica attuata e soprattutto una politica industriale in grado di rivitalizzare il tessuto produttivo del paese, sostanzialmente si è pensato (e si pensa ancora…) di gareggiare con nuovi e vecchi “competitori” internazionali agendo sul mercato del lavoro: da un lato comprimendo i costi del lavoro e dall’altro il sistema di diritti e tutele (paradigmatico è oggi il caso Fiat). In altri termini, si è pensato che la flessibilizzazione del lavoro fosse sufficiente a rendere le nostre imprese più competitive, più produttive e fosse in grado di attrarre investimenti. Ovviamente, oltre a non aver portato nulla di tutto ciò, ha prodotto una forte precarizzazione del mercato del lavoro e in particolare una vera e propria precarizzazione generazionale. I recenti dati del CNEL nel suo rapporto sul mercato del lavoro dicono infatti che chi ha meno di 25 anni corre il rischio di essere occupato a termine pari a quattro volte quello corso da chi ha tra i 26 e i 54 anni.
E questo prima che arrivasse la crisi.
Da una situazione di mancata crescita a una di grave recessione, e chi paga in particolar modo questo momento di difficoltà sono – come detto – da un lato i gruppi sociali più deboli (giovani, donne, immigrati) e dall’altro le aree del paese in ritardo di sviluppo.
Più della metà delle persone che hanno perso il lavoro nel corso del 2009 era impiegata al Sud, dove invece si concentra circa un quarto dell’occupazione italiana. Tutto il calo dell’occupazione italiana è inoltre concentrato nelle fasce di età giovanile. In particolare il crollo dell’occupazione più giovane è forte al Sud, dove gli occupati dai 15 ai 34 anni sono diminuiti di ben 175 mila unità (-9% a fronte del -6% al Centro-Nord). Il confronto con gli altri paesi Europei conferma la criticità della situazione: con riferimento alla classe d’età 15-24 anni emerge (al 2008 un divario tra Italia e UE a 27 nel tasso di occupazione di 13 punti percentuali (24,4% contro 37,5%). Il divario sale a oltre 20 punti se si considera il solo Mezzogiorno (17%). Deve far riflettere il fatto che nel 2009 il tasso di attività sia sceso al Sud al 51%: ciò vuol dire che una persona su due in età lavorativa è completamente estranea al mercato del lavoro regolare. E ancora, in numero assoluto i “neoccupati” sono stati 300 mila in meno rispetto all’anno scorso e va sottolineato come tra le nuove occupazioni risultino particolarmente accentuati i cali dei contratti a tempo indeterminato.
Per quanto riguarda i lavoratori immigrati gli ultimi dati messi a disposizione dell’Istat evidenziano un aumento del tasso di disoccupazione che varia tra il I trimestre 2009 al I trimestre 2010 di 2,5 punti percentuali (in particolare con una crescita di circa il 3% tra gli uomini e di circa il 2% tra le donne). Inoltre aumentano di 83 mila unità le persone straniere in cerca di occupazione (35.000 donne e 47.000 uomini). Ovviamente – a causa della pessima normativa sull’immigrazione vigente in Italia – per i lavoratori immigrati la condizione di essere disoccupato è molto più gravosa che per un italiano; il rischio di essere prima detenuti nei CIE e successivamente espulsi dal nostro (e anche loro) paese solo per aver perso il posto di lavoro e non esserne riuscito a trovare un altro (regolare) entro sei mesi dalla scadenza del permesso di soggiorno è una terribile realtà. Parliamo di persone che vivono e lavorano in Italia anche da molti anni con le loro famiglie e con i figli nati nel territorio italiano.
A tutto ciò, inoltre, bisogna aggiungere come sia giovani (a causa dei contratti atipici7) che immigrati (impiegati soprattutto in micro imprese8) abbiano una maggiore difficoltà ad accedere agli ammortizzatori sociali.
Le politiche sociali
È interessante leggere cosa dice il IX rapporto Caritas – Fondazione Zancan sulla Povertà pubblicato nel 2009, in tal senso il testo pone l’accento sul fatto «che la povertà nel nostro Paese potrà essere vinta o almeno ridimensionata, se ci sarà una seria volontà politica di farlo. Questa volontà finora è mancata (…). È ragionevole affrontarla in un momento di crisi? La risposta è affermativa, proprio grazie alla gravità della crisi. Il suo superamento, infatti, richiede un ripensamento globale del modello di sviluppo e il recupero di alcuni valori che si sono smarriti (…), quali la centralità della persona, l’uguaglianza degli uomini e dei popoli, la solidarietà nazionale e internazionale. È sperabile che in questa revisione globale, si scopra che il superamento della povertà e delle scandalose disuguaglianze sociali, non dipende dalla generosità spontanea di qualcuno, ma dalla volontà di attuare il dettato costituzionale di rimozione delle uguaglianze».
Lo stesso rapporto evidenzia come le risorse utilizzate da comuni e altre istituzioni locali per l’assistenza sociale ammontassero nel 2005 al 12,4% della spesa pubblica per l’assistenza (5,7 mld di euro pari allo 0,4% del Pil), mentre la spesa destinata alle politiche di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale sia stata di appena 423 milioni di euro. Il tutto con forti dualità territoriali, in cui le maggiori risorse vengono utilizzate – paradossalmente – nei territori meno poveri.
In tal senso viene da chiedersi cosa accadrà ora che la nuova manovra economica ha ulteriormente tagliato i trasferimenti agli enti locali.
L’altro aspetto da evidenziare riguarda l’accesso alle risorse sociali che per come sono strutturate oggi tendono a “non vedere” una parte di popolazione. Innanzitutto i giovani che hanno come unico welfare quello familistico (ovvero delle famiglie che hanno la possibilità di sostenere i loro figli anche dopo l’età degli studi) e gli immigrati che avendo limitati diritti di cittadinanza hanno anche un accesso ridotto alle misure di welfare.
Il tutto senza considerare che per quanto riguarda il sistema pensionistico le nuove generazioni che andranno in pensione nel 2040, lo faranno al 42% della loro retribuzione, rispetto all’80% di quanti vanno in pensione adesso.
Il lavoro sommerso e le condizioni di para-schiavitù
Un altro effetto della crisi è l’ulteriore crescita del fenomeno dell’irregolarità lavorativa. Il quadro descrittivo del sommerso e del lavoro irregolare dell’Istat aggiornato al 2009 offre una utile raffigurazione di un fenomeno fortemente strutturato nel nostro paese. Dal 2004 esaurita la fase di riassorbimento dell’irregolarità (trainata dalla sanatoria a favore dei lavoratori non comunitari – Legge n. 189 del 30 luglio 2002)9 si osserva un lento ma costante incremento delle unità di lavoro irregolari: in tutto 154 mila unità in più (+5,5%). Nell’ultimo biennio, poi, il fenomeno dell’irregolarità sembra aver subito gli effetti della crisi economica con una crescita del lavoro non regolare a fronte di una riduzione complessiva dovuta a una forte contrazione del lavoro regolare.
La lettura dei dati Istat (attraverso i tassi di irregolarità), restituisce inoltre, una utile analisi della composizione settoriale del sommerso che evidenzia il forte peso dell’irregolarità nel terziario e in settori a forte presenza di manodopera immigrata come l’agricoltura e l’edilizia.
Tabella 4

Tasso di irregolarità delle unità di lavoro per settore di attività economica (2005-2009)

2005

2006

2007

2008

2009

Agricoltura

22,1

22,7

23,9

24,5

24,5

Industria

5,8

5,9

5,6

5,7

6,2

di cui :

 

 

 

 

 

– Industria in senso stretto

3,8

3,8

3,9

4

4,4

– Costruzioni

11

11,3

10,1

9,8

10,5

Servizi

13,8

13,7

13,4

13,5

13,7

di cui

 

 

 

 

 

– Commercio – Pubblici esercizi – Riparazioni e trasporti

19,0

18,5

18,0

18,0

18,7

– Intermediazione monetaria e finanziaria
– Attività imprenditoriali e immobiliari

9,0

8,9

8,9

9,1

9,9

– Altri Servizi

11,1

11,3

11,4

11,3

10,6

Totale

12

12

11,9

11,9

12,2

Elaborazioni Ires su dati Istat 2010
 
In questi ultimi settori si annidano, peraltro, significative sacche di immigrati costretti a vivere e lavorare in condizioni di para-schiavitù di cui pare accorgersi solo quando questi fenomeni balzano agli onori della cronaca, – come ad esempio nei casi di Rosarno, Castel Volturno, ecc… – in cui ogni diritto di cittadinanza viene completamente annullato e in cui più che di soglie di povertà si può parlare di sfruttamento e vere e proprie condizioni di miseria assoluta.
Fenomeni di lavoro “irregolare”, inoltre, sono anche quelli rintracciabili nelle forme di dissimulazione di lavoro dipendente, che divengono prassi abituali anche nel contesto dei servizi avanzati nei poli terziari del centro nord e che riguardano soprattutto i giovani.
A fronte di una stabilità professionale e livelli di protezione sociale elevati, per un nucleo ristretto di lavoratori “insider”, cioè già occupati e con un significativo potere contrattuale, per i giovani, gli “outsider” – anche con competenze avanzate e innovative, e tuttavia considerate troppo spesso non strategiche – tutt’al più si presenta una domanda di lavoro precario che dissimula quello che è in realtà lavoro dipendente.
In questo contesto specializzato è normale trovare giovani, neo-laureati o comunque in possesso di un titolo di studio medio-alto, che passano da un contratto di collaborazione a progetto all’altro, spesso all’interno della medesima azienda.  Anche il ricorso alla Partita Iva, che coinvolge giovani lavoratori non sempre iscritti ad albi professionali, soprattutto nel settore dei servizi alle imprese, nelle professioni intellettuali e tecniche che, non essendo codificate, non sono riconducibili a un ordine professionale, è spesso utilizzato da questa tipologia di imprese. Questi lavoratori hanno caratteristiche e competenze diverse, ma sono accomunati dalla mancanza di adeguate tutele a livello lavorativo e dall’incertezza della continuità occupazionale. Giovani architetti, archeologi, restauratori, ecc…, che spesso lavorano in condizioni di irregolarità, che guadagnano meno di un operaio non qualificato e pagano una forte precarietà sia lavorativa che sociale.
Infine i call center su cui si è concentrata l’attenzione degli organi ispettivi negli anni scorsi che risultano essere uno dei settori a più alta occupazione giovanile scolarizzata e con contratti caratterizzati da precarie condizioni di lavoro, continuano a evidenziare, nonostante politiche di emersione ad hoc, un uso quanto mai distorto delle forme contrattuali flessibili da parte dei datori di lavoro.
Conclusioni: un patto di civiltà tra imprese e lavoro
La povertà, dunque, torna a essere uno spauracchio della nostra società. Il semplice fatto di appartenere a una porzione di mondo occidentale che ha conosciuto decenni di crescita e sviluppo non ci rende immuni da questo rischio. La percezione del fenomeno è ancora limitata perché, come abbiamo visto, per ora colpisce soprattutto alcune porzioni di popolazione e di territorio. Persone – giovani (soprattutto le donne), immigrati (soprattutto le donne), pensionati (soprattutto le donne) – il cui “peso contrattuale” è minore e la cui “ricattabilità” lavorativa e sociale è più ampia. Il tutto in un Paese in cui aumenta il divario tra chi possiede e chi lavora e che vive con apparente disinvoltura una serie di inquietanti paradossi. La povertà si diffonde soprattutto tra i giovani (anche in quelli più formati e con importanti professionalità); una colonna sostanziale della nostra crescita e del nostro sistema di welfare è rappresentata dal lavoro immigrato che viene continuamente osteggiato e discriminato; gli ammortizzatori sociali riescono a coprire solo la parte più tutelata dei lavoratori; le politiche di flessibilità che avrebbero dovuto favorire la crescita delle imprese, non solo non hanno impedito o mitigato gli effetti della crisi ma, anzi, hanno prodotto solo maggiore precarietà e disuguaglianza; le attuali politiche proposte da governo e imprenditori invece di cercare di limitare il gap creano ulteriore distanza tra le fasce sociali; il lavoro sommerso diventa sempre di più “la soluzione” per imprese e lavoratori per continuare a lavorare; i salari italiani sono tra i più bassi d’Europa e la politica fiscale continua a esercitare una forte pressione soprattutto sul lavoro dipendente.
Quali risposte, dunque, sono necessarie per arginare un fenomeno così delicato e diffuso, le cui ricadute sono destabilizzanti per l’intero sistema paese?
La nostra proposta si può sintetizzare in tre grandi azioni da compiere all’interno di un “patto di civiltà” per l’uguaglianza:

diritti e solidarietà: estendere i diritti di cittadinanza, combattere ogni forma di discriminazione, razzismo e xenofobia (tanto più se di Stato), ripensare il sistema di welfare in modo che sia più universalistico e che tuteli maggiormente i giovani, pensare a un sistema pensionistico che non dimentichi le nuove generazioni;

sostegno ai redditi: occorre un’azione combinata tra un fisco più giusto e adeguate politiche contrattuali e salariali capaci di difendere i salari evitando rischi di deflazione, contrazione dei consumi e stagnazione economica;

sostegno all’occupazione giovanile: occorre un Grande Piano Straordinario per il lavoro dei giovani, in cui venga assicurata stabilità occupazionale, rispetto dei contratti, dei diritti e delle tutele.

È necessario intervenire con urgenza sulla materia sia per via legislativa che per via contrattuale. È necessario promuovere un’azione integrata sul piano giuridico, fiscale, assistenziale e previdenziale all’interno di un rapporto costante e coordinato stato/parti sociali che si ponga l’obiettivo di:

far costare il lavoro flessibile più di quello stabile;

premiare le imprese che investono sulla stabilità del lavoro e sulla formazione, come valore aggiunto della persona ma anche della competitività dell’impresa;

contrattualizzare tutte quelle figure – siano esse collaboratori a progetti o giovani a partita iva senza mezzi propri – oggi non previste nei contratti di lavoro sia nei contratti nazionali come nella contrattazione di secondo livello.

 
(l’articolo è tratto da Formazione&Lavoro, n. 2/2010. L’autore è presidente dell’Ires, l’Istituto di ricerche economiche e sociali, fondato dalla Cgil)
 
 

Note
1 La linea di povertà relativa individua il valore di spesa per consumi al di sotto del quale una famiglia viene definita povera in termini relativi ed in funzione della spesa media mensile per persona. Nel 2009, la linea di povertà relativa è risultata pari a 983,01 euro ed è di circa 17 euro inferiore a quella del 2008.
2 Soglia di povertà assoluta: rappresenta la spesa minima necessaria per acquisire i beni e servizi inseriti nel paniere di povertà assoluta. La soglia di povertà assoluta varia, per costruzione, in base alla dimensione della famiglia, alla sua composizione per età, alla ripartizione geografica e alla dimensione del comune di residenza.
3 Mentre il Paniere di povertà assoluta rappresenta l’insieme dei beni e servizi che, nel contesto italiano, vengono considerati essenziali per una determinata famiglia a conseguire uno standard di vita minimamente accettabile.
4 www.socialwatch.org
OCSE, Growing Unequal? Income Distribution and Poverty in OECD Countries, 2008.
www.oecd.org/els/social/inequality/GU.
5 Megale A., D’Aloia G., Birindelli L., Salari in crisi, Ediesse 2009.
6 Considerando, inoltre, i nuovi tassi di disoccupazione e i lavoratori in CIG c’è una ulteriore caduta del reddito disponibile medio di circa 4/5 punti percentuali.
7 La percentuale dei giovani con contratti instabili è del 46,5%, dato che raggiunge il 52% se si considerano le sole donne.
8 Il 52,3% degli immigrati lavora in azienda con meno di 10 dipendenti e oltre il 65% con meno di 15 per cui non possono accedere alla CIGS e sono inseriti in realtà meno sindacalizzate e meno tutelate. Molte lavoratrici e lavoratori immigrati hanno contratti che non prevedono ammortizzatori sociali o che hanno scarse tutele. Oltre al caso dei lavoratori a termine a cui non vengono rinnovati i contratti, anche le assistenti familiari e domestiche, nonché i lavoratori assunti con contratti di apprendistato (solo in edilizia sono oltre 11.500 lavoratori). I lavoratori immigrati che potranno accedere agli ammortizzatori sociali dovranno comunque avere un contratto di lavoro entro la scadenza del permesso di soggiorno per non diventare irregolari. Inoltre la perdita di reddito può inficiare la possibilità dei ricongiungimenti familiari per cui è richiesto un reddito minimo.
9 Il Provvedimento secondo le informazioni fornite dal Ministero dell’Interno, ha coinvolto 647 mila stranieri senza contratto.

Lezioni dalla crisi: il lavoro a rischio povertà
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.096
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 3.081
Fonte UNHCR