Lo sport come strumento di riabilitazione e inclusione i frutti del protocollo tra Us Acli e Dap nelle carceri

Lo sport come strumento di riabilitazione e inclusione I frutti del protocollo tra Us Adi e Dap nelle carceri

Portare lo sport nelle carceri per contribuire al miglioramento delle condizioni psicofisiche dei detenuti e, soprattutto, favorirne il percorso rieducativo e di reinserimento sociale. Questo l’obiettivo dell’Unione sportiva Acli, che da anni collabora con molti istituti penitenziari per offrire programmi motori a soggetti privati della libertà personale. Un impegno consolidato nell’ottobre 2016 grazie alla firma di un protocollo di intesa con il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia. La tavola rotonda di ieri («Reti e strumenti per un ruolo più incisivo dello sport nel percorso rieducativo e riabilitativo dei detenuti»), organizzata nella sede Acli è utile per un primo bilancio a poco più di un anno di distanza dalla firma del protocollo. «A conclusione di un primo ciclo – racconta il presidente nazionale Us Adi, Damiano Lembo-, possiamo ora metterci al lavoro per capire come migliorare. Ma andare a vedere il lavoro di persona mi ha già reso consapevole di quanto sia stato apprezzato il nostro impegno». Assieme alle attività motorie i volontari hanno predisposto anche corsi professionali legati allo sport come quello per arbitri o per il primo soccorso. Iniziative che aiutano a diversificare i percorsi di reinserimento consentendo ai detenuti di acquisire competenze specifiche, e certificate, su cui poter fare affidamento una volta usciti dal carcere. Lo sport, insomma, è solo lo strumento attraverso il quale l’Us Acli cerca di proporre un nuovo modello di integrazione in vista del reinserimento concreto nella società civile. «L’attività motoria – spiega il presidente nazionale Adi, Roberto Rossini -, può essere fondamentale per l’inclusione perché contribuisce a costruire l’accettabilità sodale e questo non vale solo per i detenuti ma anche per i migranti». Una visione condivisa anche da Santi Consolo, capo del Dap, che vede nelle attività dell’associazione cattolica un contributo importante al processo di ristrutturazione generale del lavoro carcerario. E il cambiamento sta già dando molti frutti: «Negli ultimi tre anni il lavoro carcerario è cresciuto di 1.500 unità lavorative. L’amministrazione può diventare la più grande azienda italiana». Sullo sfondo restano però le difficoltà strutturali delle nostre carceri evidenziate da Mauro Palma, presidente Collegio del Garante nazionale dei diritti delle persone, che sottolinea l’assenza della riforma penitenziaria tra le attività della Commissione speciale. Un anno di progetti e iniziative, dai corsi per diventare arbitri a quelli di primo soccorso. E il lavoro dietro le sbarre in 3 anni è cresciuto di 1.500 unità.

 

Fonte: Avvenire

Lo sport come strumento di riabilitazione e inclusione i frutti del protocollo tra Us Acli e Dap nelle carceri
close-modal
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.096
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 3.081
Fonte UNHCR