Lotta alla povertà nel mondo: l’Italia è “fuori classe”

L’Italia è ormai certificata “fuori” dai criteri europei della “buona cooperazione” allo sviluppo. Non solo. E’ la principale responsabile del fallimento dell’Unione Europea nel raggiungere la quota per gli aiuti allo sviluppo stabilita per il 2010. Lo denuncia l’ultima edizione dell’annuario di Action Aid sulla cooperazione italiana dal titolo “L’Italia e la lotta alla povertà nel mondo” (in .pdf) che è stato presentato ieri a Roma. In cui l’Italia è definita “fuori classe” per “morosità morale”.
L’analisi indipendente sull’operato dell’Italia per i Paesi in via di sviluppo mostra come, tra le economie avanzate, l’Italia è il paese che ha maggiormente ridotto gli aiuti per la lotta alla povertà nel mondo, più di Grecia e Irlanda. “I tagli ai finanziamenti alla lotta alla povertà sono dettati da scelte politiche: si tratta infatti di riduzioni pari al costo di costruzione di uno dei nostri 131 cacciabombardieri F35, alla metà delle spese elettorali derivanti al non accorpamento del voto referendario e del voto amministrativo o a sei mesi di operazioni militari in Libia” – si legge nel rapporto.

“Si sottovalutano i costi che queste scelte comportano per il nostro Paese, ma le conseguenze della non-cooperazione cominciano a essere visibili” – ha sottolineato Marco De Ponte, segretario generale di Action Aid Italia. “Per esempio nellariduzione del peso dell’Italia nei consigli d’amministrazione di alcuni fondi di sviluppo, nella diminuzione di personale italiano nelle organizzazioni internazionali, nella riduzione della nostra quota nel finanziamento delle Nazioni Unite e nella diminuzione di appalti vinti da imprese italiane nei Fondi internazionali di sviluppo”.
Nel triennio 2008-2011 dell’attuale governo Berlusconi, la cooperazione allo sviluppo gestita dal ministero degli Esteri ha subito un calo del 78%, con il minimo storico di 158 milioni di euro. “Per effetto dei tagli del giugno 2011, il bilancio della cooperazione del Ministero Affari Esteri potrebbe contrarsi per altri 100 milioni di euro nei prossimi tre anni”, praticamente azzerando i fondi per la lotta alla povertà nel mondo. Nel 2011, la cooperazione gestita dal Ministero degli Affari Esteri pesa sul bilancio dello Stato lo 0,025% (era lo 0,1% nel 2008), mentre tutto l’Aiuto Pubblico alo Sviluppo (APS) iscritto al bilancio pesa appena lo 0,28% (a fronte di una media europea dello 0,46%) includendo i trasferimenti obbligatori all’Unione europea.
Nel 2010 l’Unione Europea ha mancato l’obiettivo collettivo dello 0,56% per 14 miliardi di euro, adempiendo solo per quattro quinti al proprio impegno verso i Paesi in via di sviluppo. In termini relativi, sul nostro Paese grava la maggiore responsabilità di questo evidente fallimento europeo (il 38%). Eppure, per il nostro Paese, raggiungere l’obiettivo europeo equivarrebbe – si legge nel rapporto “alla metà di quanto versato all’UE per l’infrazione delle quote latte” e pari al 6,4% dell’evasione fiscale nazionale, al 13% del costo della corruzione o a meno di un terzo della spesa nazionale per gli armamenti. “Nonostante la crisi e i tagli al bilancio, infatti, l’Italia ha mantenuto gli stessi livelli di spesa militare (circa 38 miliardi di dollari, pari all’1,8% del PIL tra 2008 a 2010) mentre dodici Paesi dell’UE hanno fatto una scelta diversa, riducendola. Fra questi, quattro sono quelli che sono riusciti a raggiungere l’obiettivo intermedio dello 0,51% di APS/PIL”.
Oltre ai ritardi europei, il nostro Paese ha maturato una “morosità morale” nei confronti della comunità internazionale pari a circa 22 miliardi di dollari, non avendo aumentato gli aiuti internazionali negli ultimi otto anni secondo le scadenze previste e non avendo saldato nessuna delle promesse di pagamentosottoscritte, come ad esempio nel caso degli arretrati alla Convenzione di Londra per l’aiuto alimentare (arrivati a 270 milioni di euro) o i 280 milioni di euro al Fondo Globale per la lotta a Aids, Tubercolosi e Malaria. L’ammontare degli impegni finanziari da onorare è ancora più impressionante dal lato del Ministero dell’Economia e Finanze, con un totale d’impegni contratti fino al 2009 verso i Fondi di sviluppo intorno agli 850 milioni di euro e con nuove promesse di contributo, sottoscritte dal 2010, pari a circa 900 milioni di euro. “I risultati della “morosità” italiana sono una perdita oggettiva di posizioni e di rango che difficilmente potranno essere recuperati e una diminuzione dei risultati qualitativi degli interventi della cooperazione italiana” – sottolinea il rapporto.
Come nelle precedenti edizioni, nella pubblicazione è stato riportato inoltre il giudizio sull’aiuto italiano da parte della società civile dei Paesi in cui la cooperazione italiana è più attiva. Quest’anno l’analisi si è concentrata sui Territori Palestinesi, dove l’imprevedibilità degli esborsi, la mancanza di focus degli interventi e l’obbligo di partenariato o di utilizzo di expertise italiana sono stati rilevati come i principali limiti della nostra cooperazione.
E va notato che nonostante la crisi economica e sociale, il 68% degli italiani vorrebbe mantenere almeno le promesse o, addirittura, aumentare l’aiuto, mentresolo un 3% sarebbe propenso a una sua riduzione. Nel febbraio 2011, ActionAid ha infatti distribuito un questionario a circa 160 aziende con cui collabora per capire come viene valutata la cooperazione italiana. Dalle risposte del campione è emersa la necessità di un intervento governativo più incisivo a sostegno di questo settore anche attraverso altri strumenti di fiscalità di vantaggio come la stabilizzazione del 5 per mille.
“Se la questione centrale per la nostra cooperazione pubblica rimane il recupero di risorse anche attraverso strumenti innovativi, le scelte attuali paiono contradditore” – conclude il rapporto. L’Italia ha preferito nuovamente isolarsi, rimanendo uno dei pochi Paesi europei che non sostengono attivamente l’introduzione di un’imposta sulle transazioni finanziarie (su cui la Commissione Europea ha trovato un’intesa proprio ieri) in grado di generare risorse aggiuntive anche per la cooperazione allo sviluppo e il reinvestimento nel welfare nazionale. Al tempo stesso si deve segnalare che ormai dal 2009 si sono perse le tracce della messa in opera della de-tax.
ActionAid ha richiamato pertanto le istituzioni italiane a un esercizio di trasparenza e al senso di responsabilità rendendo subito pubblici quali siano tutti gli impegni che dovrebbero essere rispettati e quali ci si impegna a realizzare, magari rinunciando apertamente ad alcuni obiettivi, ma puntando a recuperare una “soglia minima di credibilità”.(fonte: Unimondo.org )

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Fonte UNHCR
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