Luis, la piccola università della vita condivisa

Ciascuno di noi ha competenze che gli altri non hanno: nozioni che arrivano dalla propria professione o piuttosto da passioni coltivate negli anni. Mettere insieme questi saperi e organizzare delle vere lezioni, libere e gratuite, anche solo nel gruppo di amici, li valorizza e può diventare un servizio, oltreché un modo diverso di stare insieme.

È nata così, tra gli amici e soci del circolo Acli di Stacciola, la Luis, la Libera università interculturale stacciolana. Un’università con un campus davvero particolare: un piccolo borgo delle Marche, una frazione di 73 anime nel comune di San Costanzo, in provincia di Pesaro-Urbino.

In paese non ci sono negozi e il circolo Acli è l’unico punto di riferimento. Ma sembra tutto tranne che un luogo abbandonato: “C’è un modo di vivere qui che non c’è più da nessun’altra parte. Non siamo solo formalmente una comunità: la viviamo proprio come una comunità”. Stefano Goffi, presidente del circolo, parla con passione e con un entusiasmo sincero e contagioso. “Per far capire: da aprile a settembre cenerò dieci volte in tutto a casa. Per il resto, si mangia tutti insieme nel giardino della parrocchia”.

Ecco, la Luis è nata in una di queste cene comunitarie nell’estate del 2014: “Lo scopo – spiega Stefano – era uscire dal circolo con una conoscenze in più di quelle che si avevano prima di entrare. E così ci siamo dati un’organizzazione, un nome – che rievoca goliardicamente la prestigiosa Luiss di Roma – un minimo di programma, che teneva conto di chi già si era candidato per tenere una lezione. Il primo anno accademico abbiamo programmato dieci serate; in questo secondo ne abbiamo fatte undici e abbiamo già dal gennaio scorso sedici richieste per tenere una lezione. Quindi per il prossimo anno accademico siamo coperti, con qualcosa già per l’anno successivo”. Nello spirito dell’iniziativa – ciascuno propone quello che sa – gli argomenti esposti finora sono stati i più disparati: dal professore di musica del Conservatorio Rossini di Pesaro che ha tenuto una lezione su come ascoltare la musica alla coltivazione di un orto biodinamico, dalla storia della battaglia del Metauro ai rudimenti per affrontare un’emergenza sanitaria locale. E tutto proposto in modo documentato, ma libero, creativo e familiare.

I promotori puntavano a raggiungere i 10-15 partecipanti a serata. Nel secondo anno accademico sono arrivati stabilmente ai 48. E solo perché di più non ce ne entrano nel circolo. Anche perché il circolo Acli di Stacciola è diventato negli anni un riferimento vitale non solo per il piccolo borgo ma per tutta la zona. “In effetti – spiega Stefano Goffi – la Luis è solo l’ultima delle nostre iniziative. C’è il corso di teatro, quello di inglese o quello per la coltivazione e l’utilizzo dell’Aloe”. Ma la cosa che rende più orgogliosi gli stacciolani è la sagra della crescia, una ricetta del ‘700 – una focaccia cotta sul forno a legna –che grazie a questa iniziativa è diventata da 2 anni prodotto tipico regionale. “Siamo partiti con 50 kg di farina nel 1986 comprati con 10 mila lire del circolo. Nell’agosto 2015 abbiamo impastato a mano 13 quintali di farina, con un centinaio di volontari a lavoro, inclusi tanti ex paesani che vivono ancora nelle vicinanze e che vengono apposta a darci una mano. Abbiamo venduto 14 mila focacce. Tutto quello che incassiamo viene reinvestito in paese: il tetto della Chiesa, il giardino della ex parrocchia, un libro su Stacciola, un campo polivalente”. Una vitalità e una attività sociale che il circolo Acli ha sempre condiviso col Comitato cittadino di Stacciola e che man mano ha di fatto costretto le istituzioni ad accendere un riflettore su uno dei tanti paesini “dimenticati” dell’Italia appenninica. Fino a cominciare anche a dedicargli finalmente qualche euro in bilancio.

La Luis si inserisce in questo contesto e quindi ha per gli stacciolani e gli aclisti il sapore del riscatto. Oltreché della speranza: “In un mondo così strano che si perde pezzo a pezzo i valori su cui è stato costruito, questa piccolissima cosa l’abbiamo vista come possibilità, sì, di comunicarci saperi, ma soprattutto il valore dello stare insieme”.

Stacciola è anche una piccolissima eccezione demografica, in un Paese che invecchia e si spopola. Stefano ci racconta che 30 anni fa metà delle case erano disabitate. “All’inizio degli anni ’80 eravamo 50 abitanti. Ora siamo passati a 73 e di case libere non c’è n’è nessuna. Poco tempo fa se n’è liberata una ma subito una giovane coppia (lui 25 e lei 23 anni) hanno deciso di venire ad abitare qui. A loro insaputa la prima sera dopo il trasloco gli abbiamo preparato una cena al Circolo. La sorpresa è stata effettivamente una sorpresa, ma loro in fondo se lo aspettavano: hanno scelto Stacciola anche per questo genere di cose”. Insomma, sarà per l’università o per le cene comunitarie o per la crescia, ma pare che a Stacciola si stia bene.

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