Misurare la felicità delle famiglie oltre il Pil

12 nuovi indici Istat per il Benessere equo e sostenibile

“Ci sono cose che non si possono comprare. Per tutto il resto c’è…”. Così recita uno degli slogan pubblicitari più famosi dell’ultimo decennio.

Una frase, così come lo richiede il linguaggio pubblicitario, efficace proprio in virtù della sua semplicità e perché rispecchia in pieno l’abitudine della società in cui viviamo di attribuire alla maggior parte di ciò che ci circonda un prezzo, un preciso valore economico.

La nostra capacità, come singoli e come Paese, di produrre, comprare e consumare insieme è stata sino ad oggi l’indicatore più importante per misurare il nostro progresso e il nostro sviluppo; tuttavia, rimane da stimare il peso “delle cose che non si possono comprare”, il valore ed il senso  che  emozioni, sensazioni ed esperienze  danno alla nostra esistenza, generando la percezione più o meno intensa della felicità e del benessere.

Parafrasando dunque quel famoso slogan potremmo dire che “ci sono delle cose che si possono misurare. E per tutto il resto?”. Si può misurare la felicità di un popolo? Ed il suo benessere sociale? Il Pil, primo indicatore economico e termine di paragone tra il progresso delle varie economie mondiali, contiene veramente la risposta a queste domande?

Di fatto, il benessere e la felicità delle famiglie e dei cittadini non sono legate in maniera biunivoca al dato economico, ed è per questo che negli ultimi anni si è attivato un dibattito internazionale sul “superamento del Pil”. È convinzione comune tra le organizzazioni governative, infatti, che per misurare il benessere reale delle famiglie e dei cittadini, il progresso e lo sviluppo della società in cui viviamo, è necessario introdurre nuovi indici capaci di rilevare il valore delle condizioni sia economiche, ma anche sociali ed ambientali in cui si realizza la nostra quotidianità.

È in questa cornice, dunque, che al fianco di Austria, Nuova Zelanda, Inghilterra, anche l’Italia ha scelto di dotarsi di nuove  e altre percentuali, che non guarderanno al reddito bensì al benessere dei cittadini.

Il progetto, avviato a partire dal dicembre 2010 sulla scia delle iniziative Ocse e della Commissione Stiglitz – Sen – Fitoussi, si chiama “Bes-Benessere equo e sostenibile” ed è stato realizzato da Cnel e Istat. I due istituti, dopo aver consultato le parti sociali, sono giunti a stilare un elenco che comprende ben 12 nuovi canali di valutazione, che sono nell’ordine: ambiente, salute, benessere economico, istruzione e formazione, lavoro e conciliazione tempi di vita, relazioni sociali, sicurezza, benessere soggettivo, paesaggio e patrimonio culturale, ricerca ed innovazione, qualità dei servizi, politica ed istituzioni.

Una lista importante ma non ancora definitiva, poiché l’Istat e il Cnel invitano gli esperti, i rappresentanti della società civile ed i cittadini tutti a raffinare la qualità dei canali individuati, esprimendo valutazioni e consigli tramite un questionario che rimarrà on line sino a marzo 2012. A quella data si trarranno le somme di quanto emerso, in modo da poter così procedere alla costruzione degli indici e, a seguire, alla rilevazione dei dati.

L’importanza di questi nuovi indici risiede principalmente nella loro capacità di  riconoscere il benessere come uno stato multidimensionale, dando voce ai principali ambiti che lo compongono.

Riconoscere questi 12 canali come luoghi del benessere, impone quindi di valutare ogni nuova legge o provvedimento in relazione all’impatto che esse avranno su chi quei luoghi li vive ogni giorno, ovvero famiglie e cittadini.

In particolare due sono i canali che, in questa lista, contribuiscono significativamente ad indagare la problematicità quotidiana delle famiglie: lavoro e conciliazione dei tempi di vita e relazioni sociali.

Il primo indice connette lavoro e famiglia insieme, misurando la capacità del lavoro di essere garante della stabilità economica della famiglia e di una flessibilità tale da assicurare che rimanga, nell’arco della giornata, del tempo di qualità da spendere in famiglia.

Il secondo indice, invece, riconosce la famiglia come osservatorio privilegiato delle relazioni, intese non solo come fonte di benessere psico-fisico, ma anche come occasione di sviluppo del proprio capitale sociale.

La scommessa, dunque, non è di poco conto, soprattutto se si pensa che, secondo uno studio condotto dall’Istat tra 45 mila persone su cosa determini il benessere di una società, gli italiani hanno messo al primo posto la salute, la possibilità di dare un futuro ai propri figli e avere un lavoro dignitoso.
Realizzare un indicatore di benessere che illustri lo stato di salute e felicità degli italiani è dunque una rivoluzione che potrebbe riaccendere una luce nel futuro del nostro Paese, perché ricucirebbe lo strappo profondo che separa l’agire politico dai bisogni reali di famiglie e cittadini, troppo spesso rimasti inascoltati ed a rischio di esclusione sociale.

Misurare la felicità delle famiglie oltre il Pil
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.096
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 3.081
Fonte UNHCR