Noi, riformisti per gli ultimi

Da quando siamo entrati nella grande crisi – la fase che stiamo attraversando non ha ancora un nome, ma credo che non sarà meno ricordata della Grande depressione del ’29 – molte cose sono cambiate nella vita collettiva.Se il mito della crescita progressiva e inarrestabile era già scricchiolante da alcuni decenni, oggi è percepibile la conclusione di un’epoca, la fine di un modello economico, culturale e sociale che ha caratterizzato la lunga età dell’egemonia occidentale.
Gli scenari che ci si aprono di fronte sono poco intellegibili e, quindi, causa di profonde ansie; ma tocca a noi provare ad osservarli e ad interagire, nella prospettiva di essere protagonisti del mondo che verrà.Siamo tentati, anche noi delle Acli forse prima di altri, di metterci sulla difensiva: aumenta la precarietà lavorativa, si smantella il welfare state, sembrano carta straccia le conquiste dei lavoratori e dei cittadini ottenute in decenni di lotte e di trattative, mettendo in difficoltà in primo luogo quanti sono più fragili all’interno della società. Ci verrebbe naturale opporci a tutto questo invocando lo status quo, chiedendo di mantenere l’esistente e rispettare i patti. Ed in parte è ciò che facciamo ogni giorno, al centro ed in tutti i territori. Ma non basta.

In questo frangente, di fronte a una crisi che non è congiunturale né solo economica, a noi aclisti – eredi della grande tradizione del cattolicesimo democratico e sociale – è chiesto di mettere in campo un nuovo riformismo, che ci consenta di portare i valori della solidarietà, sussidiarietà e partecipazione nell’attuale contesto sociale e politico.Senza un pensiero strategico si rischia di difendere un modello che non ha possibilità di reggere – e che non ha mai avuto la nostra entusiastica adesione – e di non accorgersi che qualcosa di nuovo si potrebbe proporre. Dobbiamo contrastare, nella società come in noi stessi, la logica della difesa dell’esistente che porta a un continuo arretramento, più o meno repentino, per passare alla strategia della proposta e dell’innovazione, consci che i nostri valori, radicati nella Dottrina sociale e non in una ideologia, non debbono temere il mutare dei tempi.
Come si concretizza questo ragionamento nei differenti contesti di impegno che caratterizzano la nostra passione civile? Provo a indicare tre piste, sulle quali da tempo ci stiamo muovendo, ma che debbono oggi conoscere un nostro rinnovato protagonismo.
In primo luogo dobbiamo proporre un nuovo modello di welfare, capace di coniugare l’universalismo dei diritti alla responsabilizzazione delle persone e delle comunità, di garantire la solidarietà sociale e insieme di promuovere il protagonismo di ciascuna persona.Assistiamo oggi, soprattutto nell’ambito delle politiche sociali, a un’imponente serie di tagli lineari: dobbiamo opporci ad essi e insieme chiedere che si abbia il coraggio di cambiare il sistema complessivo del welfare. Abbiamo un sistema costruito interamente su pensioni e elargizioni monetarie di tipo risarcitorio, connesse al modello fordista e oggi si smantella quel poco di welfare sussidiario che dal 2000 – a partire dalla legge 328 sui servizi sociali – abbiamo iniziato a costruire in modo partecipativo e con il coinvolgimento delle comunità. Abbiamo un sistema pubblico che tende a “sanitarizzare” ogni prestazione sottraendo spazio alle iniziative sussidiarie di prossimità, eppure continuiamo a risanare enormi deficit della sanità e non spostiamo i capitoli di spesa verso la domiciliarietà, la prevenzione, l’educazione. Il welfare è per noi europei l’elemento caratterizzante la cittadinanza e abbandonarlo sarebbe un errore gravissimo, ma non tutto ciò che era fino ad oggi potrà essere anche nel futuro: è tempo di scegliere, indicando ciò che è fondamentale e va assicurato a tutti (senza eccezione, ovunque si viva) e ciò che non lo è. Non si tratta di arretrare, ma di selezionare, anche inventando nuovi modelli di mutualismo per coprire nuovi bisogni.
Un secondo ambito che deve vederci impegnati è quello della partecipazione sociale, economica e politica.Dopo la guerra i cattolici furono animatori della democrazia rappresentativa e diedero idee, uomini e passione alla nascita e sviluppo della nuova Italia. Oggi – di fronte alla crisi profonda di quel modello, tanto sul piano della politica quanto su quello dell’economia – tocca anche a noi indicare nuove strade. Sul piano della partecipazione politica e sociale dobbiamo sostituire il modello della delega con nuovi strumenti partecipativi, che connotino la nostra democrazia in senso deliberativo.Le associazioni possono diventare un grande laboratorio di questa nuova fase di partecipazione civile, spingendo le stesse istituzioni a trasformarsi. Questo non toglie che la società civile non debba impegnarsi al contempo per promuovere riforme istituzionali e normative che ridiano ai cittadini la possibilità della scelta: sulla legge elettorale, ad esempio, è giunto il momento di far sentire la nostra voce per chiederne un radicale cambiamento.La partecipazione, però, non si limita ai tradizionali strumenti democratici e sempre di più deve spingersi nell’ambito dell’economia e del lavoro. Economia civile, cooperazione, responsabilità sociale, partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese sono sfide nuove – rispetto alle quali molte indicazioni sono contenute nella Caritas in veritate – che debbono tradursi in concreta progettualità col nostro contributo.
Infine, segnalo una terza pista, sulla quale abbiamo concentrato lo sforzo associativo di questo anno: costruire un mondo del lavoro più inclusivo, dignitoso, ricco di valori umani e spirituali.Anche in questo ambito il nostro riformismo deve fare i conti con cambiamenti epocali, ma la crisi in atto rende evidente la forza delle nostre ragioni. Riforma degli ammortizzatori sociali, della rappresentanza del lavoro, dei contratti collettivi – introducendo forme innovative di progressiva stabilizzazione dei rapporti lavorativi – sono altrettante sfide per i prossimi mesi, insieme a quella più grande di tutte: dare lavoro a quel trenta per cento di giovani che oggi sono disoccupati e senza speranza.
Riformisti, quindi, non per astratte collocazioni politiche, ma per stare concretamente dalla parte degli ultimi.
(da Azione sociale n. 2/2011)

Noi, riformisti per gli ultimi
close-modal
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.022
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 2.992
Fonte UNHCR