Non siamo il futuro, ma il presente

Da bambino mi capitava di trascorre un po’ di tempo con gli amici esercitandomi in un gioco che, da adulto, avrei scoperto essere un metodo utilizzato niente meno che dalla psicoanalisi: le associazioni libere. Il gioco consisteva nello scegliere una parola per poi sfidarsi a trovarne rapidamente altre che in qualche modo rimandassero alla precedente. Mi piace, oggi, ripetere quell’esperienza quando ho l’opportunità di interagire con gruppi di persone che si interrogano sulla condizione delle giovani generazioni in Italia. Lo schema è semplice; bisogna chiedere: “Quale parola associare al sostantivo giovani?”. Ora, a meno che non si abbiano davanti esimi rappresentanti della politica (a quel punto è facile sentirsi rispondersi con parole tipo “bamboccioni” o “facinorosi”) è probabile che le due parole più utilizzate siano “futuro” e “speranza”. O almeno, queste sono certamente le risposte che ci si aspettava da adulti, genitori, educatori e anche da qualche” giovane in ricerca”. Ho coniugato la frase al passato in modo proprio, perché temo che prima o poi mi senta rispondere candidamente con parole come “precari” o “disoccupati” o, peggio, con aggettivi che mi facciano rimpiangere quelli utilizzati dagli esimi di cui sopra. Certamente l’attualità non incoraggia a parlare di speranza. Rispetto al futuro, poi, l’esercizio associativo suggerirebbe l’aggettivo “nero”.

La crisi economico-finanziaria che ha investito l’Occidente sta mettendo in mostra la debolezza, nell’ormai mondo globalizzato, del modello capitalistico che ha retto le nostre economie fino a inizio secolo. Il nostro Paese non rischia solo il tracollo, ma anche di trascinare con sé i Paesi dell’Eurozona. Le vicende legate all’approvazione della Finanziaria hanno palesato (se ce ne fosse ancora bisogno) la debolezza del governo e, più in generale, di tutto il nostro sistema politico che fatica a dare una prospettiva al Paese impegnato intanto nel mantenimento della propria sopravvivenza. Le coraggiose parole del cardinal Tettamanzi nel discorso di commiato alla diocesi ambrosiana denudano la realtà di una processo incompiuto che dura in Italia ormai da vent’anni. Ma se la crisi colpisce trasversalmente tutti i soggetti sociali, non v’è dubbio che si accanisce con forza sui giovani italiani già in ritardo al nastro di partenza di questo difficile momento storico.
I giovani italiani, già da anni, erano stati individuati quali soggetti sui quali scaricare errori di un passato non troppo glorioso. Prima della crisi, infatti, pesava sulle loro spalle il carico di un debito pubblico in continua crescita, l’incertezza del futuro previdenziale, la precarizzazione del lavoro, la staticità di un Paese che non cresceva più. Conseguentemente, oggi più che mai, si pone l’urgenza di dare risposte credibili ai problemi che vivono le giovani generazioni principalmente rispetto al mondo del lavoro. Un giovane che oggi è cassaintegrato, precario o disoccupato e quindi impossibilitato a costruirsi un futuro previdenziale, relazionale, ad investire o risparmiare sarà inevitabilmente costretto ad una condizione di crisi permanente. Non bisogna, però, dimenticare che la condizione giovanile è paragonabile ad un contratto a tempo determinato (almeno in questo abbiamo l’opportunità di firmarne, anche se metaforicamente, uno): destinata, cioè, prima o poi a finire; giovani precari nel lavoro e nella vita oggi vuol dire adulti precari domani.
Non voglio scadere nei soliti discorsi giovanilistici, né tantomeno rischiare la banalità di parole ormai trite e ritrite, ma richiamare l’attenzione su urgenze che a causa dell’abitudine e della ridondanza possono rischiare di essere sottovalutate. Gli indignados di Puerta del Sol a Madrid, i giovani in Piazza Tahrir in Egitto, le rivolta di Londra o quella degli studenti in Cile ci dicono di un disagio giovanile che non tarda a rendersi visibile anche in forme eclatanti o alle volte estreme. Chi sottovaluta questi rischi è come chi sceglie di fumare dentro una polveriera. C’è la necessità, oggi più che mai, di tornare ad una prospettiva di lungo raggio. Il nostro ordinamento democratico si basa su quel primo articolo della nostra Costituzione che fa del nostro Paese una Repubblica fondata sul lavoro; una prospettiva di precarietà lavorativa rende precaria anche la nostra stessa democrazia. Del resto è difficile richiamare ai doveri in un contesto in cui non vengono garantiti i diritti. Bisogna, a tal proposito, sottolineare che quando si parla di giovani spesso e volentieri stereotipi precostituiti prendono il sopravvento sulla realtà. Si pensa ai giovani solo nell’accezione di chi necessita un accompagnamento o, peggio, a chiassosi giocatori di calcio nelle strade. In tal senso trova giustificazione il paradosso tutto italiano che vuole i giovani in panchina, in attesa di un futuro che tarda sempre più ad arrivare. La storia ci insegna che nei momenti di crisi e di difficoltà è, al contrario, necessario mettere in campo le energie più fresche, puntare sull’innovazione, tentare la via del rinnovamento. Nel nostro gattopardesco Paese, invece, è proprio su questi campi che si punta meno. Credo, allora, necessario uno scatto in avanti a partire dai giovani stessi. Don Ciotti ama spesso dire che i giovani non sono il futuro, ma il presente. Ho sempre pensato a queste parole non tanto come un richiamo rivolto alle generazioni adulte, ma principalmente a quelle giovani che non possono stare in standby, in attesa che arrivi prima o poi il loro momento, perché il loro momento è già arrivato, è adesso. Bisogna che i giovani per primi non rinuncino a quel binomio giovani/speranza al quale il Santo Padre ci ha richiamati nella recente Giornata mondiale della gioventù di Madrid. Benedetto XVI, dopo aver messo in evidenza le preoccupazioni dei tanti giovani che guardano al futuro «di fronte alla difficoltà di trovare un lavoro degno, o perché l’hanno perduto o perché precario e insicuro», ha invitato alla speranza le giovani generazioni chiedendo con forza di non avere «paura del mondo, né del futuro, né della vostra debolezza». La sentiamo come un’esortazione ad un nuovo protagonismo che non può non coinvolgere anche associazioni, come la nostra, che devono farsi portavoce e cassa di risonanza di quel disagio e facilitatrici di questo nuovo e necessario protagonismo. Un risultato che non può non passare da un patto intergenerazionale forte. C’è un’immagine molto bella che amo descrivere. Mi riferisco al giovane Enea che in fuga da Troia in fiamme verso un futuro glorioso porta sulle spalle il padre Anchise e tiene per mano il figlio Ascanio. Oggi Virgilio sarebbe costretto a raccontarci una scena diversa con il padre Anchise che si fa carico del figlio Enea mentre di Ascanio non ve ne sarebbe traccia. Ritengo fondamentale tornare a quell’icona originaria che è metafora del patto intergenerazionale di cui parlavo sopra. Una condizione, questa, che sarà possibile solo ridefinendo le priorità del nostro Paese a partire della centralità del lavoro e da una scommessa incondizionata e carica di speranza nei giovani italiani.
*Giuseppe Failla è il segretario nazionale dei Giovani delle Acli(da Azione sociale 3/2011) 

Non siamo il futuro, ma il presente
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Fonte UNHCR
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