Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito

Confidiamo nel Signore della vita vivendo nella settimana santa il mistero pasquale della nostra salvezza.

Il lungo racconto della passione è offerto dalla liturgia in questo giorno delle Palme, perché il cristiano che celebra l’eucarestia alla domenica possa attraversare con Gesù la morte per giungere alla pasqua di resurrezione. Esso si può dividere in sei scene.

Nel cenacolo (22,14-38). Luca è l’unico evangelista che parla esplicitamente del desiderio che orienta la vita di Gesù: mangiare la Pasqua  con i suoi discepoli. Per un ebreo mangiare la Pasqua insieme è segno di grande comunione: si celebra la salvezza che viene da Dio, la liberazione dalla schiavitù d’Egitto, segno della schiavitù del peccato, per una vita giusta e fraterna nella terra che il Signore dona al suo popolo. Questo è ciò che Gesù vuole per i suoi discepoli e per tutti gli uomini: per questo rinnova e compie definitivamente l’alleanza del Sinai con l’offerta di se stesso e della sua vita, simboleggiata nel sangue («Il sangue espia, in quanto è la vita» Lev 17,11). Vivere questa realtà vuol dire riattualizzare la memoria dell’evento che ha mutato la storia dell’umanità, là dove il Dio che si è fatto servo dell’uomo ha vinto la morte.
 

Sul monte degli ulivi (22,39-53). Nel momento della difficoltà e dell’incertezza, quando la scelta si fa necessaria, è utile pregare, entrare in relazione consapevole con Dio, per ritrovare il punto fermo della propria vita ed evitare così la tentazione di non credere più in Dio. Di fronte alla crisi che si presenta come persecuzione Gesù entra in comunione con la volontà del Padre. Egli ci si era preparato lungo tutta la predicazione del regno di Dio e della conversione. Di fronte alla reazione degli uomini del suo tempo, ha dovuto comprendere quale fosse il modo migliore per testimoniare l’amore di Dio per tutti. Una volta compreso il cammino di morte e resurrezione, il conforto è stato quello di aver scelto la via della vita e di essere in comunione con il Padre, come attesta l’angelo che gli appare.
 

Nella casa del sommo sacerdote e nel Sinedrio (22, 54-71). Il Sinedrio era l’organo ufficiale che doveva testimoniare al popolo la venuta del Messia. Esso è formato dagli uomini che conoscono le Scritture e che dovrebbero avere la capacità di discernere la presenza di Dio nella storia. Ma gli scribi e i farisei erano prevenuti, non erano aperti alla novità di un Dio che si fa uomo, non erano così pronti a comprendere la via dell’amore che Gesù aveva predicato annunciando la venuta del regno di Dio e la conversione del cuore.
Essi si sono sentiti proprietari della legge, che interpretavano, e non destinatari di un dono che educa e trasforma il cuore degli uomini. Essi pensavano che l’osservanza esterna della legge fosse sufficiente, ma non sapevano più che ciò che importa è il cuore con cui si agisce.
Alla rivelazione di Gesù della sua comunione di gloria con il Padre, continuano ad essere increduli, nonostante affermino a parole ciò che desiderano nel cuore. In questo modo testimoniano la separazione tra parole e opere, cioè l’ipocrisia del cuore che non si apre alla verità che viene da Dio e che richiede accoglienza sincera ed umile.
 

Nel tribunale di Pilato e nel palazzo di Erode (23,1-25). Pilato, l’autorità civile che deteneva il potere di mettere a morte, mediante la forza dell’occupante, testimonia che non ha trovato nulla in Gesù meritevole della morte. Lo fa per tre volte, e ogni volta gli viene chiesto di non seguire la propria coscienza, ma di manipolare il suo giudizio e di liberare Barabba, comprovato omicida. Pilato vuole almeno soddisfare la piazza punendo Gesù, e poi rimetterlo in libertà. L’autorità che cerca il ben volere dell’opinione pubblica, più che perseguire la verità e la giustizia è destinata a diventare ingiusta a sua volta. Invece che educare alla convivenza, si lascia manipolare per non subirne l’ostilità. E’ una influenza reciproca tra potere/autorità e popolo: ma chi cerca la verità? Così Pilato rilascia Barabba e manda a morte Gesù, proprio come richiesto dalla piazza, tradendo così la sua funzione di autorità e trasformandosi in puro potere, che non può che dare la morte e non la vita.
 

Sul Calvario (23, 26-46). Sulla croce si compie l’offerta d’amore di Dio per l’uomo. Essa assume questa forma paradossale, perché deve manifestare che Dio non fa morire l’uomo per il male che compie. Infatti la vicenda di Gesù mostra come Dio non usa lo stile degli uomini nei confronti di chi compie il male, che in genere usa la punizione come strumento educativo (e a volte degenera in vendetta), ma usa lo stile dell’amore che cerca di persuadere il cuore dell’uomo a compiere il bene, più che a vincerlo con la forza. Questo mistero dello stile di Dio che fa appello alla libertà dell’uomo, proprio perché di Dio, ci sembra sempre difficile da comprendere prima e da vivere poi. Tuttavia è l’unico stile che salvaguarda la nostra identità a immagine e somiglianza di Dio. Possiamo così comprendere questo racconto dei due ladroni in croce. Chi crede che Gesù/Dio è innocente del male che subisce, può chiedere la salvezza per sé, perché ha fede in questo stile dell’amore di Dio. Anche Gesù – sia come uomo che come Dio – conosce questo stile di Dio e lo realizza nella propria vita affidando il suo spirito nelle mani del Padre. La creazione stessa partecipa a questo compimento di stile con segni che manifestano la presenza di Dio sulla terra. Il tempio, luogo della presenza della gloria di Dio, è figura di Dio stesso, la cui gloria d’amore si manifesta in Gesù sulla croce.
Il centurione, un pagano, dunque un non ebreo, riconosce in quanto sta accadendo sotto i suoi occhi, la presenza della gloria di Dio, il suo stile di amore per gli uomini. Vedendo l’accaduto, la folla torna a casa battendosi il petto in segno di penitenza e conversione dai propri peccati.
Anche la famiglia di Gesù, i suoi conoscenti e le donne della prima ora sono presenti e guardano, con l’occhio di una fede quasi matura. Essi, che più da vicino hanno conosciuto Gesù, anche in situazioni più familiari e intime, pur conoscendolo bene, sono meravigliati dal suo comportamento in croce, luogo di rivelazione della verità di Dio per tutti gli uomini, anche per noi che a duemila anni di distanza ancora rivolgiamo lo sguardo al trafitto per cercare la salvezza.
 

La sepoltura (23, 47-56). Si deve compiere fino in fondo il cammino umano di Gesù. Nato in mezzo ai pastori, egli si è fatto pastore degli uomini. Giuseppe d’Arimatea, un membro del Sinedrio che non ha condiviso la scelta di consegnare Gesù a Pilato, sceglie di testimoniare così, dopo la morte di Gesù, la sua fede in lui e il compimento della sua attesa del regno di Dio. I gesti sono quelli di un grande rispetto per il morto, in attesa di far passare il sabato per compiere la vera sepoltura. Ogni tempo è buono per rendere testimonianza al Signore della vita, anche e soprattutto in un tempo in cui la morte sembra avere il sopravvento su di lui.

20 marzo 2016 – Domenica delle Palme – Anno C

Luca 22,14-71

14 Quando venne l’ora, Gesù prese posto a tavola e gli apostoli con lui, 15 e disse loro: «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché io vi dico: 16 non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio». […] 19 Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me». 20 E, dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi». […]

39 Uscì e andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono. 40 Giunto sul luogo, disse loro: «Pregate, per non entrare in tentazione». 41 Poi si allontanò da loro circa un tiro di sasso, cadde in ginocchio e pregava dicendo: 42 «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». 43 Gli apparve allora un angelo dal cielo per confortarlo. […]

66 Appena fu giorno, si riunì il consiglio degli anziani del popolo, con i capi dei sacerdoti e gli scribi; lo condussero davanti al loro Sinedrio 67 e gli dissero: «Se tu sei il Cristo, dillo a noi». Rispose loro: «Anche se ve lo dico, non mi crederete; 68 se vi interrogo, non mi risponderete. 69 Ma d’ora in poi il Figlio dell’uomo siederà alla destra della potenza di Dio». 70 Allora tutti dissero: «Tu dunque sei il Figlio di Dio?». Ed egli rispose loro: «Voi stessi dite che io lo sono». 71 E quelli dissero: «Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza? L’abbiamo udito noi stessi dalla sua bocca». […]

Luca 23, 1-56

22 Ed egli, per la terza volta, disse loro: «Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato in lui nulla che meriti la morte. Dunque, lo punirò e lo rimetterò in libertà». 23 Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso, e le loro grida crescevano. 24 Pilato allora decise che la loro richiesta venisse eseguita. 25 Rimise in libertà colui che era stato messo in prigione per rivolta e omicidio, e che essi richiedevano, e consegnò Gesù al loro volere. […]

39 Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». 40 L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? 41 Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». 42 E disse: A «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». 43 Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso». 44 Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, 45 perché il sole si era eclissato. Il velo del tempio si squarciò a metà. 46 Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo, spirò.

47 Visto ciò che era accaduto, il centurione dava gloria a Dio dicendo: «Veramente quest’uomo era giusto». 48 Così pure tutta la folla che era venuta a vedere questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornava battendosi il petto. 49 Tutti i suoi conoscenti, e le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, stavano da lontano a guardare tutto questo.

50 Ed ecco, vi era un uomo di nome Giuseppe, membro del Sinedrio, buono e giusto. 51 Egli non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri. Era di Arimatèa, una città della Giudea, e aspettava il regno di Dio. 52 Egli si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. 53 Lo depose dalla croce, lo avvolse con un lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia, nel quale nessuno era stato ancora sepolto. […]

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Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito
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