Pericolo di sviste sulla povertà

L’articolo “Pericolo di sviste sulla povertà” di Danilo Catania, pubblicato nella rivista Formazione e Lavoro n°2/2010, ripercorre i primi passi compiuti in direzione di uno studio sempre più impegnato nel definire i diversi aspetti di un fenomeno multidimensionale come quello della povertà.
Nel 1892 viene pubblicato il libro Labour and Life of the People di Charles Booth, dieci anni più tardi Benjamin Seebohm Rowntree, influenzato dall’indagine di Booth, pubblica il primo studio sulle condizioni di vita nella città di York Poverty: A Study of Town Life. Questi due lavori segnano l’inizio dell’approccio statistico allo studio della povertà. Adottando, infatti, dei criteri oggettivi nella selezione del campione, sviluppando una definizione operativa del concetto di povertà e, conseguentemente, individuando una serie di “misure” per il calcolo dei livelli minimi di reddito, Booth e Rowntree realizzano delle vere e proprie indagini sociali. Ma forse la nota più interessante nei lavori di questi due pionieri degli studi sulla povertà risiede nella loro comune estrazione sociale. Gli antesignani dei moderni studi sulla povertà provenivano da quel mondo affaristico che, mosso dal principio della massimizzazione del profitto, fu il maggiore responsabile delle condizioni di sfruttamento e di indigenza in cui versava gran parte della classe operaia. Il merito di questi due grandi studiosi fu proprio quello di individuare nel sistema economico e produttivo dell’epoca la causa principale dell’impoverimento di milioni di famiglie operaie, andando a rovesciare una concezione diffusa della miseria secondo la quale “poverty was a sign of God’s displeasure”, vale a dire i poveri sono tali in quanto conducono una vita immorale e la povertà rappresenta il segno del disprezzo di Dio per queste persone.

Nel corso del ventesimo secolo tale approccio economico-misurativo si è arricchito di nuovi contributi che hanno avuto il merito sia di ampliare il ventaglio di metodi e strumenti d’indagine per lo studio della povertà, sia di specificare meglio la natura multidimensionale e dinamica del concetto di povertà. Dalla povertà assoluta, legata al soddisfacimento dei bisogni primari dell’uomo, si è giunti a formulare la nozione di povertà relativa che analizza i significati e l’estensione della povertà in un particolare contesto geografico, storico ed economico. Dal punto di vista delle dimensioni connesse al concetto di povertà, il susseguirsi degli studi hanno contribuito ad allargare la portata semantica del concetto, facendo riferimento non solo a indicatori di tipo economico, ma anche connessi ad altri piani d’analisi come l’istruzione, l’accesso ai servizi, la qualità della vita, ecc.
Sul versante dell’orientamento metodologico accanto alla tradizionale impostazione oggettivista è andato via via prendendo piede un filone di studi che analizza la povertà in termini di auto-percezione del soggetto sul suo stato di benessere socio-economico: il povero è colui che si sente tale. Inoltre si è assistito al diffondersi di approcci di ricerca di tipo “qualitativo” (interviste non direttive, campioni non probabilistici, analisi del contenuto).
Questo sviluppo dei metodi di studio e analisi della povertà non ha però indicato una strada univoca da seguire. Infatti l’assenza di una cornice teorico-normativa condivisa è testimoniata da una tendenza a “istituzionalizzare” le misure dei poveri. Sono molte le organizzazioni nazionali e internazionali che pubblicano, con cadenza più o meno regolare, rapporti di ricerca volti a quantificare l’estensione della povertà in una data popolazione. Ciascuna istituzione, per il mandato e le funzioni che svolge, elabora misure della povertà adottando una propria impostazione metodologica.
Innumerevoli sono i piani semantici connessi al concetto di povertà e altrettanto sono le strade che traducono empiricamente i diversi costrutti teorici in proprietà misurabili. Fin quando non si arrivi a formulare un quadro normativo e teorico condiviso, che sappia ricongiungere i diversi approcci, la possibilità di circoscrivere in modo univoco il perimetro della povertà resta un’impresa assai ardua da raggiungere. L’ambiguità di significati che accompagna la misurazione della povertà si riflette anche sul piano politico, chiamando in causa la capacità dei policy makers di definire comuni strategie d’intervento, verificabili in modo rigoroso. La messa in campo di azioni di contrasto alla povertà frammentarie e di scarso impatto potrebbero essere il risultato di tale indeterminatezza.

Pericolo di sviste sulla povertà
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Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 2.992
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