Pio Parisi, l’ascolto degli ultimi

La sera del 13 giugno, nella sua stanza in via degli Ortaggi 42, a Roma, in una enclave di palazzoni tirati su in fretta in pieno boom edilizio tra la Tiburtina e Pietralata, ha concluso la sua vita terrena padre Pio Parisi, della Compagnia di Gesù. In quello che è uno dei quartieri più popolari della città aveva deciso di trasferirsi nel 1967, dopo aver terminato l’esperienza di responsabile della cappella della città universitaria della Sapienza, e di vivere lì con alcuni studenti fuorisede. In breve a quel primo appartamento altri se ne erano affiancati, e in questi quarantacinque anni sono stati centinaia gli studenti e le studentesse di umili origini che in quegli alloggi hanno abitato.
Una scelta di condivisione che per Pio Parisi ha sempre avuto – nella temperie febbrile degli anni sessanta e settanta, così come nel ripiegamento dei decenni successivi – un fortissimo valore di scambio, di riflessione e di intervento comune sulla società e sul mondo circostanti.

Un impegno interamente calato nella dimensione dell’urgenza delle problematiche sociali, dell’etica del servizio e della gratuità. Per molti quell’esperienza è un tratto distintivo della propria formazione culturale e intellettuale. Per generazioni di cattolici inquieti e arrovellati da una tensione continua e senza compiacimenti, Pio Parisi è stato in questi anni un riferimento fondamentale.
La traccia così forte che egli lascia è ricca di intuizioni e suggestioni che possiamo ritrovare fecondamente disseminate nella cultura politica del cristianesimo sociale e democratico come è venuto configurandosi nella reinvenzione critica della lezione di Aldo Moro e Giuseppe Dossetti. Ma innanzitutto la testimonianza di Pio Parisi sta nello sforzo totale della propria intelligenza e del proprio cuore volto ad una intima ricerca della verità.
La verità alla quale Pio ha rivolto incessantemente il proprio sguardo (energico, fattivo, entusiasta) è quella rivelata nella scrittura del Vangelo. La sua testimonianza di vita è stata intimamente e indissolubilmente testimonianza di fede. Innanzitutto la scelta di vivere in povertà e in ascolto degli altri. Dei ‘piccoli e dei poveri’, in particolare, nel discernimento dell’esperienza della mancanza individuale e del bisogno degli altri come del più importante tra gli insegnamenti. Dice un passo del Vangelo di Luca, spesso da lui citato: «In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli».
Nell’esperienza di vita e nelle frequentazioni quotidiane Pio Parisi ha testimoniato con ogni energia l’ascolto degli ultimi come ricerca della verità.
Ho sempre pensato che questo fosse lo snodo cruciale della riflessione che sin dagli anni sessanta conduceva sul rapporto tra fede e politica, culminato negli anni novanta con i seminari nazionali delle Acli (di cui dal 1975 al 1999 fu assistente spirituale) sul tema: “Convertirsi al Vangelo. Vie nuove per la politica”. L’ascolto come categoria politica. Una risposta oggi quanto mai attuale di fronte alla crisi di legittimazione e rappresentanza dei soggetti della politica, aggravata – e non risolta – dalla torsione leaderistica dei partiti.
Una traccia imprescindibile per avere la forza di ripensare e ricostruire soggetti collettivi che siano tessuto connettivo di relazioni, forti del protagonismo di energie vitali della società.
Scambio, ascolto, condivisione. Costruire insieme una visione del mondo, sentirsene parte, essere capaci di trasmetterla, raccontarla. Ingaggi emotivi, legami affettivi, identità comuni. In una parola, tornare a ricementare nel corpo diffuso dei partiti quella coscienza politica che la consuetudine pervasiva di pratiche neonotabilari ha mortificato.
Ecco perché penso che valga dire con forza, con le parole di Pio Parisi: «Oggi sento di dover affermare innanzitutto il bisogno di una politica.
Questa scelta non è frutto di speculazione astratta (…) e non significa in alcun modo un rinvio dell’impegno per la formazione della coscienza ma, piuttosto, la ricerca di questo impegno nel suo momento più pieno, quello politico.
Del resto come la politica deve essere rivolta alla maturazione della coscienza, così la coscienza trova la sua piena maturità nella politica».
(dal sito http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/127404/pio_parisi_lascolto_degli_ultimi)

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