Politiche attive per l’occupazione: una nuova stagione

Senza la crescita il rigore non basta per risanare i paesi indebitati. Le vicende della Grecia ci dimostrano che quando il Pil resta negativo neanche i conti tornano a posto.
Guardando dentro casa nostra per sollecitare la crescita c’è l’urgenza di agire sulla leva fiscale nella duplice direzione: abbassare la pressione fiscale sui redditi da lavoro e promuovere una fiscalità di vantaggio per settori economici e territori verso i quali concentrare le spinte di traino della ripresa. L’Italia ha bisogno di capovolgere la consolidata pratica che ha accentuato in modo crescente la tassazione sul lavoro e sull’impresa, lasciando a livelli insignificanti la tassazione sulla ricchezza privata. Con la logica conseguenza che gli investimenti produttivi, ormai da anni, stanno subendo forti contrazioni a tutto vantaggio degli investimenti finanziari.
Così facendo si è lasciato che il paese si sviluppasse con un tasso di occupazione assolutamente inadeguato (56%) rispetto ai principali paesi europei che hanno tassi di occupazione tra il 67 e il 75%. Invece l’occupazione appare oggi l’indice più autorevole per rappresentare lo stato di salute di un paese. Meno occupati significa infatti meno reddito, meno consumi, meno tasse e meno risparmio; significa inoltre avere un equilibrio previdenziale e finanziario instabile.
Per innalzare l’occupazione bisogna agire su molte leve: qui ci occuperemo delle politiche attive.
Bisogna capovolgere una consuetudine: compito principale dei governi non è quello di proteggere il lavoro di chi già ce l’ha, ma quello di ridurre al massimo la durata della disoccupazione e il numero degli inoccupati.

Le cifre ci dicono quanto siamo ancora lontani nel dare attuazione a questo  basilare principio. In Italia solo il 10 per cento delle risorse dedicate vengono spese per politiche attive (circa 2,4 miliardi l’anno), mentre nel 2010 sono state impiegate 24 miliardi di euro per interventi a sostegno del reddito di lavoratori in CIG, in mobilità e interventi in deroga. Questi numeri evidenziano anche una delle motivazioni per cui abbiamo uno tra i tassi di disoccupazione giovanile più alti d’Europa.
La crisi sta introducendo elementi di ulteriore flessibilità nei sistemi economici, e nel mercato del lavoro si sta accentuando l’instabilità (quasi la metà delle assunzioni avviene con contratti a termine) trascinando molti giovani in una condizione di precarietà.
La risposta alla crescente flessibilità del lavoro non può che essere ricercata in quegli strumenti che possano garantire una stabilità sostanziale, soprattutto per quanti non possono beneficiare di una stabilità formale, legata ad un contratto di lavoro a tempo indeterminato.
In primis, la riforma degli ammortizzatori sociali che introduca trattamenti uguali per tutte le tipologie contrattuali e per le diverse categorie e dimensioni di imprese. Deve avere una impostazione pro-attiva, capace cioè di dare sostegno al reddito solo per quei lavoratori che siano partecipi alle misure attive (formazione, bilancio delle competenze, riqualificazione, avvio a nuova occupazione) uscendo da una visione assistenziale che ha concorso non poco a creare nel nostro paese sacche prolungate di disoccupazione assistita.
Inoltre, si tratta di rendere efficiente quella area di servizi per il lavoro che è stata oggetto di innumerevoli provvedimenti legislativi nell’arco degli ultimi 15 anni, ma che ancor oggi soffre di scarsa efficienza e trasparenza. In conseguenza di ciò, ancor oggi, nel nostro paese il fai da te (spesso con l’ausilio della famiglia o di qualche raccomandazione) è il canale di gran lunga più usato per l’ingresso nel mondo del lavoro.
Con l’intera gamma di queste innovazioni deve fare i conti il nostro paese, consapevole che questi strumenti che donano efficienza al mercato del lavoro hanno una crescente importanza nel successo di una strategia che miri ad uno sviluppo accompagnato da buona occupazione.

Politiche attive per l’occupazione: una nuova stagione
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.096
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 3.081
Fonte UNHCR