Povertà e Impoverimento. Dall’inclusione alla mobilità sociale

A Roma, il 3 luglio 2010, si è tenuto presso la sede nazionale delle Acli un interessante seminario sul tema Povertà e Impoverimento. Dall’inclusione alla mobilità sociale. Il punto di vista dei giovani e delle donne. Il seminario è stato organizzato dal Dipartimento Lavoro, dal Dipartimento welfare, dal coordinamento donne e dai giovani delle Acli. Qui di seguito proponiamo una sintesi dell’intervento di Maurizio Drezzadore, responsabile del Dipartimento Lavoro delle Acli nazionali.

Riflettere sulla povertà, o meglio sui processi di impoverimento, ci porta a scoprire le pieghe più profonde della società italiana. Ci porta al cuore delle motivazioni che costituiscono il motore dei comportamenti sociali e politici. Per capire fino in fondo le implicazioni dei processi di povertà che caratterizzano l’oggi non possiamo limitarci al sia pure fondamentale dato economico. Né è sufficiente affrontare l’impoverimento, processo nuovo che assume dimensioni estese, con gli strumenti dell’intervento pubblico classico o col paternalismo caritatevole. Tutti i temi che rimandano all’impoverimento e alla fragilità sociale oggi non possono più essere affrontati dentro il perimetro della dialettica Stato/Mercato tipica del Novecento. Perché la novità più rilevante è che ci troviamo di fronte ad un modello di economia e di società che pone all’interno della dimensione individuale tutte quelle condizioni che nel Novecento trovavano una mediazione sociale. Nel secolo scorso quindi i problemi di ognuno diventavano i problemi di tutti e venivano risolti in chiave solidaristica e in forma collettiva. Oggi tutto questo non c’è più. Prima il corporativismo, poi l’individualismo hanno isolato l’uomo dai contesti sociali ed economici di appartenenza. L’uomo d’oggi vive, nella più totale solitudine, tutte le sfide e l’insicurezza sul futuro percependo tutta l’incertezza del proprio destino e di quello della sua famiglia. La prima forma di povertà è l’assenza di comunità. Conseguentemente il primo contrasto alla percezione diffusa di impoverimento è promuovere aggregazione sociale. E’ in questo contesto di solitudine che si insinua un lento ma generalizzato scivolamento verso la povertà percepita. E’ una povertà che non riguarda solo la mancanza di lavoro, poiché spesso coinvolge persone che hanno un reddito seppur insicuro. Essa provoca un profondo cambiamento negli stili di vita e nei comportamenti e determina un aumento di tensioni personali e familiari. E’ una povertà diversa da quelle che avevamo conosciuto, che non si manifesta con evidenti forme di indigenza, di essa si scorgono gli effetti dirompenti più sul piano sociale, e se ne percepisce la portata nel diffuso senso di insicurezza. Non c’è più la condizione di una povertà generatrice di forme di solidarietà, di mutualità e di auto-organizzazione, dal momento che oggi, a differenza del Novecento, la povertà non produce più solidarietà, ma deriva individuale. Povertà ed esclusione vanno a braccetto.C’è una risposta di chiusura alla socialità che caratterizza l’agire generalizzato che fa da pendent all’incapacità di produrre un progetto politico di governo e fuoriuscita dalla crisi. Bisogna tornare a riflettere sui concetti di competizione, merito, carriera, successo, che abbiamo considerato positivi ed utili in modo quasi automatico ma che oggi vanno  perseguiti attraverso un accompagnamento sociale altrimenti corriamo il rischio che degenerino in individualismi solitari, anticamera di insicurezze e frustrazioni diventando, alla lunga, socialmente insostenibili. Bisogna superare lo stereotipo dell’uomo fatto di volontà di potenza e accettare la fragilità umana come elemento costitutivo di ogni persona. Ci deve interessare molto di più avere una società che sa competere, avere una economia che sa affermarsi, avere il giusto riconoscimento sociale del merito, piuttosto che avere milioni di individui che sgomitano. La velocità con cui ha progredito la globalizzazione ha fatto passare l’Italia in pochi anni da una società contrassegnata da ampie sicurezze sociali – che in alcuni casi erano intrise di assistenzialismo – ad una società senza più paracadute. Bisogna pertanto costruire un equilibrio nuovo tra flessibilità, competizione, merito e adeguate forme di tutela e protezione sociale. Fotografando la povertà degli italiani possiamo capire meglio questa nostra società, per molti aspetti sempre più difficile da interpretare nei suoi sentimenti più profondi, e sempre meno decifrabile con le tradizionali categorie dell’analisi politica. Possiamo così misurare non solo l’estensione dei bisogni, cresciuti in modo preoccupante all’insegna dell’apparenza, della superficialità e dell’esibizionismo, ma anche capire meglio la natura e il segno dei comportamenti individuali e collettivi: fare i conti con quella che potremo considerare la deriva antropologica che sta modificando la percezione di sé e degli altri, nella sfera pubblica e privata degli italiani. Abbiamo toccato per pochi fuggevoli anni un benessere veloce, ma sappiamo che basta un nulla per riportarci sotto, nel mondo grigio e coriaceo della fatica quotidiana, del difficile fine mese, dell’indebitamento e dell’insolvenza. L’Italia è una nazione in bilico, che vive una condizione di strutturale precarietà, incerta tra standard alti di consumo e il baratro dell’indigenza, tra l’elevato livello delle aspettative e il basso profilo delle possibilità. Perseguitata dalla permanente sensazione dell’inadeguatezza dei propri mezzi, delle proprie capacità, del contesto della propria vita, delle reti relazionali in cui vive, e dunque oscillante tra paura e rancore, tra smarrimento e aggressività, tra il senso del proprio fallimento e la tentazione di trovare sempre un capro espiatorio. Più che dei poveri è l’Italia degli impoveriti o dei preoccupati dal rischio di impoverimento che percepiscono sempre più reale ed incombente. Finiscono per prevalere gli atteggiamenti oppositivi o competitivi, l’atomizzazione egoistica del si salvi chi può, le forme tossiche dell’invidia sociale in una tendenziale guerra dei penultimi verso gli ultimi. Quando la fotografia dagli italiani passa al paese Italia ci appare con tutta evidenza il declassamento del sistema produttivo che si trova riflesso nella debolezza della proprie risorse umane e nella fragilità del proprio sistema di impresa. Con il risultato che a causa della crescente dislocazione periferica dei sistemi produttivi per effetto della globalizzazione il nostro sembra sempre di più un paese fatto di lavoro sottopagato, e di un capitalismo senza apprezzabili eccellenze.

Povertà e Impoverimento. Dall’inclusione alla mobilità sociale
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Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 3.081
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