Povertà e vulnerabilità delle famiglie italiane. Bisogni e risorse da mettere in gioco

LA POVERTA’ TRA DATO E RAPPRESENTAZIONE NELLA NOSTRA SOCIETA’
I dati Istat sui consumi delle famiglie e sui redditi e la povertà delle famiglie italiane che, quasi giornalmente, si susseguono mentre prepariamo questo articolo (Luglio 2010) sembrano riportare alla ribalta un tema che per lungo tempo i Media tradizionali hanno ignorato o hanno trattato sottotraccia, senza particolare enfasi o impegno. La povertà è, possiamo dirlo senza timore di essere smentiti, uno dei grandi temi finora rimossi della nostra società, e dalla nostra rappresentazione collettiva: Tv, pubblicità e anche il Cinema hanno faticato, in questi ultimi cinquanta anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale in poi, a rappresentare la povertà come un fenomeno reale, vicino, quotidiano1.

Eppure le povertà (più o meno nascoste) che ci stanno accanto oggi non sono più “nascondibili” sotto il tappeto, complice anche una situazione di gravissima crisi economica, che a detta di molti farà sentire le sue conseguenze ancora per molto tempo. Un dato su tutti ci sembra, in questo momento, significativo: l’Ocse stima che nel 2010 il tasso di disoccupazione arriverà, in Europa, a toccare il 10%, un livello pari a quello registrato al termine della Seconda Guerra Mondiale (ma in uno scenario sociale del tutto diverso, aggiungiamo noi). La povertà dunque, secondo quanto segnala anche la Caritas italiana nel suo rapporto annuale2, è cresciuta in questi anni, in accordo con tre segnali di tendenza registrati dal 2007 ad oggi: l’aumento delle persone che chiedono aiuto, l’aumento di cittadini italiani tra i poveri ascoltati, le povertà di ritorno tra i cittadini immigrati, la diminuzione delle rimesse e finanche il ritorno in Patria di molti cittadini immigrati (nella Diocesi di Venezia il 10% delle badanti presenti sul territorio sono tornate al proprio paese)3.

Al di là delle rappresentazioni, dunque, chi si occupa di famiglia sa che da tempo, ma con una dinamica che in questi ultimi anni si è certamente acuita, le famiglie in difficoltà aumentano di anno in anno. Sono, ormai, l’11,3% del totale delle famiglie italiane: una percentuale che deve essere presa in seria considerazione tanto più che, come ormai tutte le statistiche e anche le esperienze sul territorio dimostrano, si tratta spesso di famiglie con figli a carico, legando a doppio filo il tema della povertà delle famiglie con quello della povertà infantile e delle (crescenti) disuguaglianze sociali.

Questa riflessione empirica ci dimostra ancora una volta che quando manca, e se manca, l’idea del dover mettere insieme esperienza familiare ed esperienza del sociale, confiniamo la famiglia in una privatizzazione totale e favoriamo comportamenti privatizzanti, corporativi e, nel lungo termine, depauperanti non solo per la società, ma per la famiglia stessa.

LA FAMIGLIA TRA SFIDE E ADATTAMENTI

Ogni famiglia, ogni storia familiare, è costretta a confrontarsi, prima o poi, con alcune criticità, con alcuni fattori di stress che inevitabilmente mettono alla prova la sua capacità di tenuta e la coesione familiare: il reddito, la casa, la presenza di membri fragili, la fragilità delle relazioni, la sfera valoriale.

Questi cinque aspetti di criticità (lista non esaustiva, ma sufficientemente ampia e multidimensionale) esplicitano chiaramente come i fattori che generano la qualità della vita quotidiana di una famiglia fanno anche la qualità del contesto sociale. Di certo questi cinque fattori sono insostituibili per determinare la qualità dell’esperienza familiare, ma sono anche ambiti determinanti del benessere sociale.

Il reddito

Il reddito è un tema quanto mai vitale, e nello stesso tempo complesso poiché tocca una serie di questioni collegate al fare famiglia: quale stile di vita e di consumi, quale immagine sociale, quali relazioni, quale contesto? Ovviamente il primo strumento attraverso cui rispondere alla “domanda di reddito” è l’attività lavorativa, strumento di autonomia per ciascun cittadino (anche in questo senso l’Italia è una “Repubblica democratica fondata sul lavoro”, come recita l’art. 1 della nostra Costituzione, proprio perché il lavoro consente una cittadinanza piena, legata ad un mix di diritti e doveri attraverso cui il cittadino è “libero e responsabile”).

In ambito squisitamente lavorativo, inoltre, quando parliamo di reddito parliamo di un reddito “giusto” rispetto al costo della vita e ai carichi familiari, oltre che di un reddito “equo” rispetto a responsabilità lavorative. Parliamo di un lavoro che abbia prospettive spazio-temporali tali da permettere di affrontare la questione del mantenimento stabile e dignitoso di una famiglia: tutti argomenti molto “scottanti”, nell’attualità italiana contemporanea, e su questo filone si innesca anche il tema squisitamente politico-economico di un “fisco a misura di famiglia”, sui cui anche il Forum delle associazioni familiari ha giocato molto del proprio ruolo pubblico e della propria azione politica.

In ambito familiare, quando si parla di reddito il rischio è di non parlare del reale reddito di cui la famiglia stessa necessita per vivere decorosamente, ma di assistere ad una rincorsa affannosa e senza limiti verso il soddisfacimento del maggior numero possibile di esigenze, bisogni (quanto reali e quanto indotti?) ecc.

Le famiglie italiane si trovano dunque a fronteggiare una complessità notevole, sotto questo punto di vista, e devono operare una serie di scelte impegnative e complicate.

La casa

Anche sulla questione casa c’è una inevitabile dimensione relazionale fra famiglia e contesto esterno, una inevitabile dialettica tra queste due dimensioni. La questione casa attiene ancora al tema reddito, ma ancora di più alla qualità dell’esperienza familiare. Questa dimensione fondamentale del fare famiglia (casa e lavoro sono i due pilastri fondamentali senza i quali risulta impossibile fare famiglia) è anche una dimensione inevitabilmente sociale (quante case, a quale prezzo, dove, disponibili con quali modalità ecc.) sulla quale le scelte delle singole famiglie possono incidere poco. Se si considera poi la “fragilità sociale” delle nuove generazioni, tra incertezza del progetto, precarietà del lavoro, dipendenza intergenerazionale, si nota che la questione casa (e l’assenza di politiche abitative dedicate) non è certo un fattore facilitante la loro autonomia e progressiva responsabilizzazione, ma costituisce invece uno dei principali freni alla conquista di una dignitosa condizione di adultità autonoma e responsabile.

La cura

La dimensione della cura riguarda la maggioranza delle famiglie italiane, tanto che potremmo definirla una loro caratteristica saliente. In questo, le famiglie non sono per nulla (o quasi) aiutate, sebbene toccando il tema della cura si debba affrontare il tema complessivo del benessere delle persone. In Italia abbiamo centinaia di badanti stabilmente (e provvidenzialmente…) inserite nel sistema di cura familiare; è stato recentemente istituito il Fondo per la Non Autosufficienza, ma sono stati stanziati solo tra i due e i trecento milioni di euro a livello nazionale (sia pure integrati da risorse regionali e comunali), contro una stima di costi tra gli otto e i tredici miliardi di euro.

Ci illudiamo inoltre che sia un problema di settore, che pochi vi abbiano a che fare, mentre invece esso può toccare, con tempi e modalità diverse, ogni sistema familiare.  Anche la doverosa attenzione specifica (oggi assolutamente insufficiente, nel nostro Paese) verso le famiglie con persone disabili al proprio interno non può far dimenticare che la presenza di persone bisognose di cura appartiene inevitabilmente alla storia di ogni famiglia, prima o dopo, presto o tardi, sfidando la qualità delle relazioni familiari alla capacità di farsi carico dell’altro.

Ma è la società per prima che si trova oggi in una difficoltà soprattutto “culturale”, prima ancora che finanziaria, quando si tratta di questo tema, sia per la mancanza di fondi da investire nel sociale, sia, soprattutto, perché si tratta di una dimensione “dolorosa”, che si preferirebbe dimenticare.

Le relazioni

Le relazioni sono il fondamento del familiare: ci si “mette insieme” per fare famiglia, costruire legami, fare progetti, e le relazioni familiari continuano ad essere, soprattutto nel nostro Paese, la prima e più importante risorsa per la protezione della dignità e del benessere delle persone. Tuttavia, assistiamo oggi ad una grande fragilità, soprattutto dei legami e delle alleanze di coppia. È forse necessario, a questo proposito, un profondo ripensamento e un’opera di nuova educazione riguardo al concetto di libertà. Dentro il familiare c’è un’idea di libertà che è promozionale, propositiva del legame, un’idea di libertà come libertà con, un’idea del legame come cosa buona.  Al contrario, la società e la cultura consumistica contemporanee ci propongono un modello di libertà come libertà da, una cultura dello “slegame”, della vita di coppia come una sorta di società a responsabilità limitata. Questa fragilità del legame familiare, come è stato recentemente notato e portato alla ribalta anche da numerosi Media, costituisce indubbiamente un motivo di impoverimento individuale, oltre che una questione aperta sulle nuove generazioni.

Per cosa vale la pena vivere?

Tocchiamo, da ultimo, il tema dei valori. Si tratta forse dell’aspetto più trascurato dalle riflessioni sociologiche rispetto alla questione famiglia.  Al contrario, i valori sono parte integrante e qualificante del funzionamento familiare, una sorta di software insostituibile, innanzitutto perché l’orizzonte valoriale definisce poi, tra gli altri elementi, la modalità di costruire legami, la modalità di affrontare sfide e cambiamenti, la possibilità di reagire agli imprevisti della vita, le stesse scelte economiche di spesa, risparmio, investimento e solidarietà.

Così, ad esempio, incontriamo famiglie unite in grado di affrontare anche situazioni di povertà, e famiglie relativamente agiate ma profondamente insoddisfatte della propria situazione economica: per citare una rappresentazione favolistica della povertà, ma di grande impatto, in Willy Wonka e la Fabbrica di cioccolato (un film di Tim Burton del 2005) la famiglia del povero Willy, pur vivendo nell’indigenza, è la famiglia in grado di curare, promuovere, accogliere.

MODALITA’ DI ATTIVAZIONE DELLA FAMIGLIA

La famiglia è in genere in soggetto “responsabile”, nel senso che tende a reagire alle sfide che provengono dal proprio percorso evolutivo interno e a quelle provenienti dal contesto esterno con strategie proprie, adattandosi e mettendo in campo le proprie risorse in due principali direzioni: la verifica delle proprie capacità interne, e la richiesta di aiuto all’esterno.

Ogni famiglia, di fronte a sfide di questo tipo, attiva percorsi di riorganizzazione delle proprie modalità di funzionamento, a volte coronati da successo, altre volte incapaci di far fronte adeguatamente ai problemi. In primo luogo vengono esplorate le reali capacità di adattamento della famiglia (e di ciascun membro), alla ricerca, come primo passo, di un nuovo equilibrio, giocato sulla capacità di autoregolazione, di auto-aiuto della famiglia stessa; in altre parole, la famiglia cerca in primo luogo al proprio interno le capacità e le risorse per far fronte ai problemi, rivelando una capacità di adattamento e di “risposta attiva” in moltissimi casi di grande efficacia, e certamente sorprendente per un osservatore esterno. Tuttavia, in questi ultimi anni è crescente il numero di famiglie che non riesce più a riorganizzare il proprio funzionamento in modo positivo, entrando così in una traiettoria di povertà, attraverso un “cumulo biografico” di eventi stressanti, da cui è sempre più difficile uscire.

Del resto questo confronto-scontro con un fattore di crisi può fallire per molti motivi, spesso compresenti:

– in alcuni casi esiste un evidente squilibrio di tipo quantitativo tra le risorse disponibili internamente e la richiesta emersa (per esempio il tempo disponibile per la cura all’interno della famiglia, di fronte ai bisogni di assistenza emergenti);

– in altri casi può riscontrarsi invece una “discordanza qualitativa”, nel senso che in quel preciso sistema familiare mancano, per i più svariati motivi, le risorse specifiche per far fronte più adeguatamente al problema in oggetto (per esempio una richiesta di “paternità autorevole” all’interno di una famiglia separata in modo drammaticamente conflittuale, in cui il padre è di fatto “escluso” dalla relazione educativa con i figli, oppure per vedovanza);

– oppure, più semplicemente, perché le dimensioni del problema sono “oggettivamente” eccedenti la capacità di risposta del singolo sistema familiare (il fallimento di una impresa familiare, con una esposizione debitoria superiore a qualunque modello interno di ricerca di risorse economiche aggiuntive).

Se quindi questo processo di auto-organizzazione fallisce, si passa alla esplorazione dell’ambiente esterno, che avviene in genere per cerchi concentrici: si contatta in primo luogo il sistema parentale allargato, poi si verificano le reti amicali primarie (vicinato, colleghi, amici), ed infine si verificano le disponibilità/opportunità sul “mercato formale” dei servizi, alla ricerca di servizi che sono in genere offerti da: mercato, dal sistema pubblico, dal terzo settore.

Questi tre ambiti esterni si presentano molto differenziati relativamente alle modalità di accesso:

– il mercato esige una qualche forma di acquisto della prestazione,

– il sistema pubblico esige una “titolarità”, una “condizione predefinita di accesso” (accesso ai diritti, cittadinanza);

– il Terzo Settore sempre più frequentemente interviene su mandato del settore pubblico, adeguandosi quindi ai suoi criteri di titolarità; può però agire anche in modo autonomo, più libero, con “richieste” ai destinatari a soglia molto ridotta.

Per la famiglia, attore delle richieste a soggetti di ambiti così differenziati, occorre quindi una elevata sensibilità, adattabilità e flessibilità nei confronti di regole, criteri e meccanismi spesso molto differenziati. Cambiano linguaggi, regole, modalità (o addirittura possibilità) di accesso, e non tutti i sistemi familiari sono capaci di interagire con tale complessità.

La scansione temporale qui ipotizzata («Prima vedo cosa sono in grado di fare in casa mia, poi, eventualmente, chiedo aiuto all’esterno…») peraltro non si verifica sempre in modo meccanico, né tanto meno appare essere sempre la strategia più adeguata:

– per un verso, essa potrebbe essere considerata, in positivo, un atteggiamento di dignità, di assunzione di responsabilità, di rifiuto di una logica assistenziale o passiva, a favore di un protagonismo, di un ruolo attivo di fronte ai propri problemi («Prima di tutto rimbocchiamoci le maniche»);

– sul versante opposto, tuttavia, tale atteggiamento può provenire da un orientamento individualista, separatista, moralisticamente autosufficiente, secondo cui «i panni sporchi si lavano in casa», e «Nessuno può aspettarsi niente di buono dagli altri in questo mondo, tranne che dai propri familiari»; in una parola, un atteggiamento familista, che tradisce una contrapposizione tra etica privata ed etica pubblica. Solo che, di fronte a sfide troppo grandi, di fronte a problemi più complessi di quanto il singolo sistema familiare sia in grado di affrontare, un atteggiamento familista rischia il burn out, rischia il sovraccarico funzionale e l’implosione dei problemi. Diventa infatti difficile, per un contesto relazionale chiuso, anche solo arrivare a pensare che è possibile emettere un segnale di richiesta di aiuto e che all’esterno è possibile trovare qualcuno che per libera scelta, o per ruolo, o per professione, o per guadagno, è in condizione di aiutarti.

Il primo, grande passaggio, la prima sfida, la prima domanda di “conversione”, per la famiglia, è quindi la necessità di adottare un pensiero “aperto” nei conforti dell’esterno, in cui l’ambiente possa essere visto non solo come fonte di minacce, di sfide, di attacchi, ma anche come ambito entro cui poter ricercare e trovare alleati, partner, compagni di viaggio.

IL CONTATTO DELLA FAMIGLIE CON I SERVIZI

Quando la famiglia deve uscire dal proprio territorio ristretto, e va ad esplorare quello di altri, si trova a doversi misurare con contesti e modalità di funzionamento decise e definite da altri: le regole del gioco sono state già scritte, e sono difficilmente contestabili, soprattutto se il ruolo è quello del “richiedente”, se la famiglia interpella questi soggetti con una domanda, con la richiesta di ottenere qualcosa, con un “potere debole”. Inoltre ogni territorio ha le proprie regole, diverse le une dalle altre4: un conto è interloquire con il sistema scolastico, un altro è interagire con i servizi sanitari, altro ancora è il rapporto con un gruppo di volontariato, o con un centro di ascolto Caritas, o con un Consultorio familiare (naturalmente anche in funzione dell’ente gestore del consultorio), oppure con i servizi sociali del Comune. Si richiede quindi alla famiglia una competenza spesso molto sofisticata, non sempre accessibile, e a volte acquisita solo dopo molti tentativi e sofferenze5.

Inoltre l’asimmetria della relazione “famiglia con bisogni – soggetto fornitore di aiuto” genera spesso, a volte anche al di là della intenzionalità esplicita dei singoli attori, un meccanismo “perverso” di ridefinizione della domanda in funzione dell’offerta, che spinge entrambi gli attori della relazione a vedere, come bisogno, solo ciò che è prodotto dall’interlocutore (se vengono erogati solo interventi economici, in quanto famiglia evidenzierò solo i problemi in questa sfera, e in quanto operatore leggerò e investigherò solo su di essi). In tal modo si innesca un meccanismo di semplificazione dei bisogni, che perde la complessità degli intrecci, e che impedisce di leggere la famiglia come sistema complesso, in cui interagiscono diversi bisogni, persone, risorse. Ci si ritrova così in una situazione per cui “la famiglia, come campo relazionale tra individui, fondante una cultura specifica, è diventata particolarmente opaca al Sociale”6, sia a causa degli orientamenti degli operatori dei servizi socio-sanitari, sia per un atteggiamento intenzionalmente non trasparente da parte delle famiglie stesse.

La difficoltà del contatto famiglia – servizi, uno dei punti nodali nell’attuazione di politiche che siano realmente promozionali e non semplicemente assistenziali, potrebbe essere superata favorendo l’uscita delle famiglie dal proprio privato con tre specifiche attenzioni:

– la prima è certamente ascolto: è necessario uno sguardo rispettoso nei confronti della famiglia, che la consideri nella sua natura relazionale, che non la scomponga né la frammenti secondo le tipologie dei bisogni presenti al suo interno (minore a rischio, anziano non autosufficiente, handicappato, alcolista, tossicodipendente, povero, extracomunitario…); occorre cioè prima di tutto “léggere la famiglia”, oltre i requisiti del servizio, oltre le proprie rappresentazioni personali, oltre le proprie griglie valoriali, ma attenti ad accogliere messaggi, linguaggi e narrazioni che sono unici e originali, perché prodotti in quello specifico nucleo familiare7; solo in tal modo sarà possibile rispettare l’identità della famiglia, nella sua diversità e unicità;

– la seconda è orientamento/indirizzo; quando la famiglia interpella i servizi o altre risorse esterne la tentazione è quella di avere “il prodotto” giusto per quella specifica domanda (e magari è anche la richiesta esplicita che proviene dalla famiglia); occorre invece pensare il proprio ruolo di supporto in termini di accompagnamento verso una rete differenziata di risposte, senza gelosie o discontinuità comunicative tra i diversi attori, ma con la consapevolezza che di fronte alla diversità e all’unicità dei bisogni di un sistema familiare, l’esistenza di una rete integrata di servizi e soggetti è una risorsa essenziale e insostituibile;

– solo se verrà attuato un ascolto reale e se si orienterà il bisogno e le azioni della famiglia in modo corretto sarà possibile organizzare modalità di intervento realmente promozionali, capaci di restituire dignità, capacità, competenze alle persone e alle famiglie in situazione di bisogno. È la logica che va sotto la sintetica formula dell’empowerment8; in tal modo la famiglia (e la sua presa in carico) non viene definita dal bisogno, ma dal suo “rimettersi in movimento” per rispondere al bisogno; per fare ciò occorre fornirle sia una bussola (per individuare una direzione complessiva) sia alcune mappe (per scegliere puntualmente la strada); poi, il cammino dovrà essere comunque fatto ancora dalla famiglia… Si concretizza inoltre, con tale strategia, un approccio realmente sussidiario (altra parola decisiva, e forse un po’ abusata, oggi), capace cioè di mantenere al centro dell’azione sociale proprio il soggetto in condizione di bisogno, in un percorso di restituzione di dignità e di cittadinanza, e non di fornitura di prodotti per coprire una mancanza.

L’apertura del sistema familiare all’esterno rimane quindi passaggio insostituibile, ma occorre fornire “buone ragioni” alle famiglie, e queste possono passare, essere condivise solo all’interno di una concreta relazione fiduciaria tra famiglia e operatori. In questo senso la possibilità di svolgere ruoli diversi, tra famiglia e operatori, potrebbe essere un strumento forte di riconoscimento reciproco, in una sinergia che riconosce la complementarità dei saperi e delle abilità insite nel famigliare e nel mondo dei professionisti, che sanno fare cose diverse: i primi sono “specialisti” nell’ambito della disponibilità, dell’attenzione, dell’ascolto, dell’accudimento, i secondi nella diagnosi, nella pratica di assistenza9.

Certamente, le famiglie hanno bisogno di entrambi gli approcci.

LA CITTADINANZA DELLA FAMIGLIA: UNA SOGGETTIVITA’ DA COSTRUIRE

Nella lotta alla povertà e alle fragilità familiari appare dunque indispensabile costruire condizioni e strumenti per rendere possibile finalmente una reale “cittadinanza della famiglia”10; è però essenziale poter contare sulla responsabilità della famiglia, tema che troppo spesso emerge in modo secondario quando si riflette sul rapporto tra politiche e famiglia. È più frequente, in genere, un approccio – peraltro giustificato – secondo cui “la società non ha fatto/deve fare per la famiglia”, con una lunga lista di inadempienze, incongruenze, dimenticanze o penalizzazioni ai danni delle famiglie, da parte del sistema politico-amministrativo a livello nazionale e locale, cui fa seguito di solito un breve rimando alla responsabilità sociale delle famiglie, che vengono prima di tutto sollecitate a “fare pressione” nei confronti del mondo politico stesso.

La relazione tra famiglia e politica sociale potrà dunque essere modificata a favore delle famiglie solo quando le famiglie stesse sapranno acquisire una chiara consapevolezza del proprio ruolo sociale, della propria responsabilità pubblica, della propria soggettività autonoma di fronte all’agire degli altri sottosistemi (politico, amministrativo, economico). Occorre cioè, in altre parole, maggiore consapevolezza e maggiore pratica dell’“agire sociale” della famiglia: “ripartire dalla famiglia” non può essere più solo uno slogan, da difendere e affermare teoricamente, ma è la responsabilità che ogni famiglia deve assumersi. Solo a partire da una presenza reale, da fatti sociali, prodotti direttamente dalle famiglie associate, sarà possibile esigere una reale “cittadinanza sociale della famiglia”.

Del resto l’esistenza di questo movimento “dal basso” è condizione essenziale perché si possa parlare di sussidiarietà reale: il modello sussidiario non è infatti assicurabile solo dall’alto, “graziosamente concesso dal sovrano”, ma presuppone, esige addirittura l’esistenza di una società civile forte, capace di esprimersi, di auto-organizzarsi, di produrre fatti sociali, servizi, azioni, presenze.

Solo questa autonoma forza della società civile consente di uscire da logiche assistenziali e di stato sociale istituzionale o totale, evitando nel contempo i rischi di una privatizzazione solo mercantile, che lasci le singole famiglie sole di fronte al contesto sociale; del resto, la storia recente del volontariato e del terzo settore nel nostro Paese, negli ultimi venti anni, conferma che l’emergere (o meglio lo svelarsi) di un soggetto “terzo”, diverso rispetto alla vecchia dicotomia Stato – mercato, ha favorito il difficile (e nient’affatto concluso) compito di coniugare autonomia e solidarietà, efficienza e attenzione ai più deboli, sviluppo economico e azioni a favore di chi, da tale sviluppo, rimane escluso ed emarginato.

Diventa però fondamentale, in una prospettiva sussidiaria, un approccio promozionale nei confronti della famiglia, proposto come criterio essenziale per la progettazione e la realizzazione di politiche sociali realmente sussidiarie.

Secondo tale prospettiva, in effetti, le risposte che il sistema politico e sociale deve attivare di fronte ai bisogni delle famiglie non devono porsi nell’ottica di “risolvere i problemi” (cosa che del resto non si è certamente verificata gli scorsi anni), ma devono in primo luogo cercare di “rimettere in moto” il sistema famiglia, considerandolo non come destinatario passivo di prestazioni, ma come partner attivo di un percorso di aiuto in cui sia il portatore di bisogno (la famiglia, da sola o meglio associata) sia il prestatore di aiuto (servizi, enti locali, governo centrale, ecc.) progettano e realizzano insieme percorsi di uscita dalle condizioni di mancanza e di bisogno.

Anche in questo caso, quindi, il problema non è tanto chiedere maggiori risorse per la famiglia (che pure sono assolutamente necessarie), quanto piuttosto pretendere una diversa prospettiva, non assistenziale, non passivizzante, ma (appunto), promozionale, in cui le risorse messe a disposizione dai servizi (professionisti, strutture, risorse finanziarie, politiche fiscali, prestazioni di varia natura) entrino in sinergia con le capacità e le potenzialità delle famiglie destinatarie degli interventi (Tabella 1).

Tabella 1 – Sussidiarietà e solidarietà: un modello interpretativo della relazione famiglia – società

 

SUSSIDIARIETÀ

ASSENZA

PRESENZA

SOLIDARIETÀ

ASSENZA

 A
La famiglia dipende da supporti esterni, che però non sono di responsabilità della collettività (intervento assistenziale, basato sulla beneficenza privata)

 B
Responsabilizzazione delle famiglie, lasciate con scarsi supporti dalla società (auto-aiuto familista individualista)

PRESENZA

 C
Forte intervento sociale su cittadini che ricevono passivamente i servizi (approccio assistenziale, basato sull’intervento pubblico, con famiglie passive)

 D
Famiglie attive di fronte ai propri bisogni, in un sistema in cui la società ha come obiettivo esplicito il sostegno ai propri membri deboli attraverso la promozione della cittadinanza attiva

Fonte: F.Belletti, Sussidiarietà con solidarietà, in “Famiglia oggi”, n. 6-7, giugno-luglio 2007, pp.91-92.

 

Una positiva relazione, di tipo sussidiario, tra famiglia e politiche sociali può quindi realizzarsi solo dall’incontro tra questi due orientamenti virtuosi: da parte della famiglia deve esplicarsi un agire sociale caratterizzato dalla responsabilità e da un orientamento pro-sociale; da parte delle politiche, deve essere proposto un approccio promozionale, capace di favorire la “messa in movimento” della famiglia.

 
(l’articolo è tratto da Formazione&Lavoro, n. 2/2010. L’autore è direttore del Cisf, Centro internazionale studi sulla famiaglia,e presidente del Forum delle famiglie)

Note

1 “Brutti, sporchi… Ma non cattivi. La rappresentazione della povertà nel cinema europeo dal neorealismo ai giorni nostri”, su www.minori.it/?q=node/1647.

2 Le schede di sintesi ed i titoli di tutti i rapporti possono essere trovati su www.caritasitaliana.it nella sezione Studi e Ricerche.

3 Vittorio Nozza, I volti e le storie di poveri nel territorio e nella Chiesa,

www.caritasitaliana.it/materiali/Europa/2010_lottapoverta/nozza.pdf.

4 Cfr. l’interessante trattazione in M. Sibilla, Famiglia, servizi, utenti. Una trilogia multidimensionale, Armando, Roma, 2000.

5 In effetti le famiglie «con lunghe carriere assistenziali» riescono ad ottenere servizi, benefici e prestazioni in misura molto maggiore rispetto a quelle che, pur meglio dotate culturalmente o finanziariamente, non sono “esperte” dei linguaggi e delle regole.

6 C. Pontalti, F. Fasolo, Dimensioni familiari e comunitarie del disagio psichico: quale cultura dei servizi per quale benessere?, in P. Donati (a cura di), “Famiglia e società del benessere. Sesto Rapporto Cisf sulla famiglia in Italia”, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1999, p. 156.

7 La complessità di questo ascolto dovrebbe suggerire una pratica di lavoro sociale multiprofessionale fin dalle fasi iniziali della presa in carico di specifiche situazioni familiari.

8 Cfr. N. Mc Lellan, E.R. Martini, Il Centro per le famiglie di quartiere. Sostegno alle famiglie e sviluppo di comunità, in “Animazione sociale”, n. 8/9, agosto-settembre 1995.

9 R. Fasol, F. Fraccaroli, G. Sarchielli, Familiari in prima linea. L’esperienza di assistenza e cura di un familiare disabile, in “Psicologia Contemporanea”, n. 143, settembre ottobre 1997, pagg. 18-25.

10 In proposito, F. Belletti (a cura di), Famiglia e povertà. I comuni in prima linea, Città Nuova, Roma, 2008, p.185.

 

 

Povertà e vulnerabilità delle famiglie italiane. Bisogni e risorse da mettere in gioco
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.096
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 3.081
Fonte UNHCR