Precariato, un limite all’economia

Secondo i dati forniti dal Rapporto Ocse Employment Outlook 2011, il tasso di disoccupazione in Italia è giunto all’8% nel secondo trimestre 2011, dopo aver toccato l’apice dell’8,5% nel periodo di massima crisi. Questo scarso dinamismo occupazionale, nonché l’ulteriore rallentamento subìto dalla ripresa economica  nell’area euro e i preoccupanti tassi di disoccupazione giovanile non prospettano, in tempi brevi, una rosea riapertura del mercato del lavoro.
Nel luglio 2011 il tasso di disoccupazione giovanile (15-25 anni) si è attestato al 27,6%, rappresentando uno dei più alti nell’area Ocse. Inoltre, preoccupa che il 46,7% dei giovani abbia un contratto precario. Una percentuale, questa, che è aumentata di 9 punti rispetto all’inizio della crisi del 2007.
Oltre alla disoccupazione il problema attuale, in Italia, deriva dall’aumento del numero dei posti di lavoro regolati da contratti a termine o atipici, da un lato, e, dall’altro, dalla costante riduzione del numero dei contratti a tempo indeterminato. Questa situazione evidenzia una dicotomia interna al mercato del lavoro italiano: lavoratori in età matura con impieghi stabili e protetti e, di contro, giovani con lavori precari destinati a prolungate fasi di disoccupazione, vittime della marginalizzazione interna al mercato del lavoro.

La Banca d’Italia e Confindustria asseriscono che la crisi economica internazionale ha contribuito ulteriormente a ridurre le possibilità per i lavoratori con contratti a tempo determinato o di collaborazione di conseguire forme contrattuali più stabili e maggiormente tutelate. Evidenziando, inoltre, che questo marcato dualismo sta ancor di più influenzando negativamente le condizioni e le opportunità per i giovani lavoratori. Tutto ciò acuito da un inadeguato sistema di protezione sociale che penalizza coloro i quali hanno meno possibilità di accedere ed usufruire degli strumenti di welfare disponibili.
La Banca d’Italia e Confindustria dichiarano, inoltre, che alla precarietà nelle condizioni lavorative si accompagna un progressivo peggioramento delle condizioni economiche individuali e collettive. La precarietà, infatti, che sta divenendo un presupposto dell’inizio di carriera, disincentiva la produttività del soggetto all’interno dell’impresa con effetti sull’intera economia globale. Del resto anche da parte delle imprese si evidenzia una certa riluttanza a investire sui lavoratori a causa dei rapporti labili generati dalle forme contrattuali precarizzanti (cfr. 41° Convegno Confindustria – Giovani Imprenditori. La generazione esclusa: il contributo dei giovani alla crescita economica).
In Italia la flessibilità si è trasformata in una insicurezza occupazionale che ricopre il futuro di un velo di sfiducia. Questa situazione coinvolge soprattutto alcuni gruppi sociali come giovani, donne e immigrati, maggiormente soggetti ad un’elevata mobilità occupazionale. La quale, contraddistinta da modeste opportunità di carriera si sviluppa, per di più, all’interno di un sistema del mercato del lavoro lacunoso e vischioso in cui sono spesso i legami sociali a determinare i percorsi professionali personali.
Per questo si rende necessario un cambiamento volto a creare un nuovo sistema che consenta di premiare e incentivare chi lavora di più e meglio, chi acquisisce competenze attraverso la formazione e chi investe sul merito.

Precariato, un limite all’economia
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Fonte UNHCR
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