Previdenza complementare: facciamo il punto

A quasi 5 anni dalla riforma della previdenza complementare, l’adesione ai fondi pensione non ha riscosso grande successo: solo il 23% dei lavoratori, infatti, ha fino ad ora aderito ad un fondo complementare. Quali le cause?

A scoraggiare le adesioni ai fondi pensioni in questi anni è stata senza dubbio la crisi economico-finanziaria, che ha ridotto i posti di lavoro, e quindi le potenzialità di risparmio previdenziale, ma anche le turbolenze sui mercati azionari.
Se nel primo caso si tratta di una causa oggettiva, nel secondo prevalgono elementi soggettivi, perché quasi sempre le motivazioni paiono fondate più su emozioni immediate, che su riflessioni meditate.
Le impressioni emotive spesso ignorano che solo una parte minoritaria dei risparmi previdenziali viene collocata su linee di investimenti azionari, alle quali si aderisce, tra l’altro, per libera scelta: i “numeri” dicono che i fondi pensione hanno fatto registrare, sulle linee di investimenti prudenziali, risultati positivi, anche se contenuti, mentre le perdite subite da altre linee, dove vi è una componente azionaria, sono meno pesanti di quelle registratesi sui mercati azionari.
A tale mancanza di informazione si accompagnano altre carenze di conoscenza dell’intero sistema previdenziale ed in particolare dei “tassi di sostituzione” attesi nella previdenza obbligatoria, cioè degli importi delle pensioni che in futuro “sostituiranno” il reddito da lavoro nell’età post-lavorativa.
Scarsa conoscenza delle attese, ma anche delle opportunità: pochi sanno, infatti, dei benefici fiscali di chi si iscrive ad un fondo pensione, o di quali contributi aggiuntivi, in parte a carico dei datori di lavoro, usufruiscono i lavoratori dipendenti che aderiscono a fondi di origine contrattuale.
Vanno evidenziate, poi, altre criticità. I lavoratori dipendenti possono destinare alla previdenza complementare il Tfr, che costituisce il 6,91% della retribuzione, ma parecchi di essi temono, così facendo, di perdere “il certo per l’incerto”.
Il Tfr viene infatti rivalutato secondo un criterio, seppur modesto, ma costante, e soprattutto se l’azienda fallisce, l’Inps ne garantisce il pagamento. Si può obiettare che affidando il Tfr ad un fondo pensione è comunque possibile destinarlo ad una linea di investimenti, che la legge definisce garantita, perché finalizzata a garantire rendimenti comparabili ai rendimenti del Tfr.
Il Tfr appare inoltre un istituto più flessibile, perché in base ad accordi aziendali si ottengono anticipazioni anche oltre i limiti di legge, mentre per le anticipazioni previste dalla normativa della previdenza complementare, i fondi pensione si attengono rigidamente alle norme.
Va comunque considerato che al termine di ogni rapporto di lavoro il Tfr viene erogato al lavoratore, interrompendo ogni volta il processo di capitalizzazione, al quale non ci si può ricollegare in occasione di un nuovo rapporto di lavoro, mentre le somme accumulate in un fondo pensione possono essere trasferite ad un altro fondo, in modo da non interrompere i vantaggi della capitalizzazione accumulata nel corso degli anni.
Il Tfr è dunque una risorsa, tanto più utile, perché non essendo immediatamente spendibile, non riduce la capacità reddituale del singolo lavoratore.
Va tuttavia considerata l’ampia platea di lavoratori che non dispone del Tfr: i lavoratori autonomi e soprattutto i lavoratori parasubordinati, per i quali appare più complesso un piano di risparmio previdenziale, potendo essi contare solo su risorse monetarie immediatamente spendibili.
Una criticità particolare riguarda i dipendenti da aziende di piccole dimensioni, dove i datori di lavoro scoraggiano, spesso minacciandoli di licenziamento, i lavoratori che vogliano destinare il Tfr ad un fondo pensione. Per i piccoli imprenditori, il Tfr, non dovendo essere immediatamente corrisposto ai lavoratori, viene spesso usato impropriamente come finanziamento, evitando di chiedere prestiti alle banche, soprattutto in periodi di crisi, come l’attuale, nel corso dei quali il denaro viene prestato a tassi d’interesse elevati.
E dunque che fare? Per i lavoratori dipendenti si potrebbe innanzi tutto disporre che l’adesione alla previdenza complementare possa avvenire destinando il Tfr, anziché in misura intera, anche solo in parte. In questo modo si potrebbe vincere la resistenza psicologica dei lavoratori, che potrebbero valutare con più serenità la situazione nel corso del tempo, rendendo loro possibile destinare in momenti successivi, al fondo pensione, un’altra parte, o anche l’intera parte, del Tfr rimasto in azienda.
Un’altra proposta, avanzata da autorevoli esperti, riguarda la possibilità di rendere reversibile la scelta: se da un lato contribuirebbe a vincere alcune resistenze psicologiche, da un altro pare di complessa attuazione, essendo necessarie regole precise che evitino degenerazioni speculative o dispersioni di capitalizzazione a seguito di ripetute “entrate e uscite” dal sistema della previdenza complementare.
È stata inoltre avanzata la proposta, nella prospettiva di un sistema pensionistico altamente innovato, di inserire il metodo del cosiddetto opting out, che consiste nello stabilire per legge l’ammontare della percentuale di reddito da destinare complessivamente alla previdenza, lasciando poi al lavoratore la libertà di optare autonomamente in merito alla misura della contribuzione da destinare alla previdenza obbligatoria e alla previdenza complementare, con possibilità di modificare tale misura nel corso della vita lavorativa. Si tratta di un’idea di complessa attuazione, considerata l’alta specializzazione necessaria per effettuare le scelte nel tempo.
Merita inoltre di essere considerata la proposta che, richiamandosi ad una raccomandazione della Commissione europea, afferma la necessità di esentare da tassazione le rendite prodotte sugli investimenti, concentrando il prelievo fiscale solo al momento dell’erogazione delle prestazioni.
Va anche prevista l’attuazione di una norma, rimasta di fatto inapplicata, che introduca meccanismi di finanziamento compensativo per le imprese, soprattutto se piccole, per la “perdita” del Tfr.
Le proposte potrebbero continuare, ma ciò che realmente serve alla diffusione della previdenza complementare è un piano di alfabetizzazione previdenziale da rivolgere ai cittadini, fin dalla giovane età, in modo che sappiano effettuare scelte consapevoli per la tutela del reddito dell’età post-lavorativa.
Allo stesso tempo ai fondi dovrebbe essere consentito di adottare, a favore dei propri iscritti, decisioni che necessitano di conoscenze specifiche, non facilmente alla portata di tutti, come ad esempio la possibilità di scegliere i tempi di spostamento del risparmio previdenziale tra diverse linee di investimento in rapporto al ciclo di vita (life-cycle oriented), in modo da consentire la massimizzazione dei rendimenti quando si è più giovani e la conservazione del capitale maturato man mano che si avvicina l’età pensionabile.
*Ufficio studi Patronato Acli
(da Azione sociale 4/2011)

 

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