Progettare la città e la partecipazione

In genere leggo un libro o perché me lo consiglia un amico o perché mi incuriosisce il titolo o perché, come in questo caso, mi capita di incontrare l’autore e di programmare e realizzare un convegno con lui sui temi dell’abitare la città, con la partecipazione di ufficio tecnico, ufficio urbanistico, servizi sociali, avvocatura e ingegnere comunale e una ventina di associazioni che si occupano di sociale, anziani e scuole.
Ebbene, Carlo Cellamare è un ingegnere urbanista, docente all’Università di Roma.
Il testo è, nella sua prima parte, impegnativo: il progetto verso lo stato predatore, la città-mercato, che occupa e sottrae. Affida poi ad alcuni grandi pensatori (Ricoeur, Agamben) il pensiero del rapporto tra progetto e narrativa e fine delle grandi narrazioni di un popolo; la città come dispositivo di potere. E questo perché il modello di città che abbiamo in mente non è per l’umano, per i bambini, per gli incontri, per gli anziani, ma per il circuito produzione-consumo-produzione.
Nella seconda parte il testo è più “leggero” : argomenta, porta esempi, si espone facendo proposte fino a giungere a una visione di progett-azione sociale integrata.
Detto così sembra ovvio. Ma per giungere a questo ognuno degli attori coinvolti deve lavorare per addizione ma anche per sottrazione. La progett-azione è la “visione” di un futuro abitabile, sostenibile, in cui ognuno abbia non solo una casa, una scuola, un parco, delle strade, delle piazze, ma questi luoghi sono costruiti (meglio sarebbe dire “crescono”) con la narrazione delle storie, delle tradizioni e delle innovazioni.
In questo senso il “progetto” è un termine ambiguo: va decostruita l’idea di progettazione sociale, urbana; dall’edilizia alla viabilità, dai luoghi pubblici a quelli più privati, dal simbolismo di un arredo urbano al verde pubblico, dall’intervento sociale alla funzione del “vigile di quartiere”, dal mercato al bar.
Il testo analizza così il rapporto tra progettazione e vita quotidiana, il divenire urbano con le pratiche sociali, il conflitto della prossimità tra sconosciuti alle forme inedite di democrazia, il ruolo del tempo che scorre e il senso delle istituzioni, a partire dalle Istituzioni della politica.
È un invito, ma ricco di esempi e prassi, alla pratica di interazioni tra diversità (di culture, di competenze, di saperi, di responsabilità) e apprendimento collettivo.
Allora e solo allora, la città, il paese, il luogo dell’abitare è vissuto, animato, accogliente per tutti, nello stesso tempo vincolante e tollerante.
Un tema particolarmente emergente dal testo è quello della partecipazione. Se ne è discusso, anche da noi, dagli anni 60/70. Si ricorda la nota “scala della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica” e all’agire urbano (Arnstein, 1969) che fornisce un quadro di riferimento per valutare i processi partecipativi. I gradini di questa scala, che esprimono gradi decrescenti di partecipazione e di reali protagonismo e progettualità sociale dei cittadini sono:

controllo dei cittadini
potere delegato
collaborazione
imbonimento
consultazione
informazione
terapia
manipolazione

Non voglio trarre conclusioni, dopo aver letto il libro, dopo avere incontrato e re-incontrato l’autore, ma una domanda che mi pongo, e pongo, nel rileggere la scala della partecipazione, è questa: non siamo forse un troppo schiacciati, nel nostro agire e progettare azione sociale sul settimo e ottavo livello, a volte sul sesto, ritenendo, con ciò, di fare una eccellente progettualità? È comunque un libro che vale la pena leggere.

 
Carlo CellamareProgettualità del’agire urbano. Processi e pratiche urbane Carocci, Roma, 2011

Progettare la città e la partecipazione
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