Welfare: finanziamento privato può integrare non sostituire

In Italia gli stanziamenti pubblici destinati al welfare sociale sono inadeguati, la cosa è ormai nota. Lo scenario di sottofinanziamento è stato ulteriormente indebolito dai robusti tagli ai servizi sociali e socio-educativi compiuti negli anni più recenti e previsti anche nel prossimo futuro. Inoltre, se finora le restrizioni hanno riguardato i servizi sociali dei Comuni, nei prossimi tempi la pressione toccherà anche l’altra filiera istituzionale del welfare sociale, quella dei servizi sociosanitari di titolarità di Regioni e Asl.
Ad aggravare la situazione c’è il fatto che le richieste di assistenza, probabilmente, registreranno un incremento, dovuto all’ulteriore aumento del numero di anziani non autosufficienti, cioè il più esteso gruppo di persone interessate al welfare sociale. Per finire, come se non bastasse, esiste una concreta possibilità che nel nostro Paese aumenti il tasso di povertà assoluta.
La situazione attuale del welfare sociale è, dunque, piuttosto critica; affinché essa muti, nel prossimo futuro saranno necessari ulteriori stanziamenti pubblici, che però potranno essere reperiti con molte più difficoltà rispetto al passato.
Se queste sono le prospettive (sociali ed economiche), non stupisce che negli ultimi anni si sia acceso un forte interesse riguardo alle forme organizzate di finanziamento privato del welfare sociale, realizzate da soggetti quali aziende (attraverso la contrattazione collettiva nazionale e quella decentrata), assicurazioni private (soprattutto attraverso le polizze collettive) e fondazioni (soprattutto attraverso erogazioni dirette). Tale dibattito, tuttavia, non di rado è stato indirizzato verso l’ipotesi di una loro funzione di supplenza nel reperimento delle risorse, che però non costituisce una opzione effettivamente realizzabile.
Recenti studi empirici hanno dimostrato con chiarezza che per nessuna delle forme di finanziamento privato citate (comprese le mutue) sia possibile immaginare una diffusione che si estenda in misura tale da compensare uno sforzo pubblico inadeguato; questo anche se la presenza di alcune di esse potrà aumentare notevolmente rispetto ad oggi. Per di più, è noto che le forme organizzate di finanziamento privato non riducono le diseguaglianze categoriali e territoriali che contraddistinguono da sempre il nostro Paese. Al contrario, tendono a consolidarle poiché si rivolgono ancora alle aree geografiche e ai gruppi più protetti. Le tutele assicurative per la non autosufficienza dei contratti nazionali riguardano, ad esempio, le situazioni di lavoro dipendente e, allo stesso modo, il welfare aziendale si concentra nelle realtà delle imprese medio-grandi, contraddistinte da lavoro dipendente ancora ben tutelato. Per quanto concerne le Fondazioni – così come gli altri interventi di filantropia privata – sono più presenti nelle aree economicamente più sviluppate del Paese, dove maggiore è anche il ruolo dei servizi pubblici.
Sembra chiaro, giunti a questo punto, che le forme di finanziamento privato non possono svolgere un ruolo sostitutivo; esse al contrario potrebbero giocarne uno rilevante di natura complementare alle politiche pubbliche, le quali – anche nella migliore delle ipotesi – non potranno certo rispondere a tutti i bisogni esistenti.
In effetti, le risorse private potrebbero offrire al sistema di welfare sociale importanti contributi per il raggiungimento, in particolare, di tre obiettivi:

costruire legami
promuovere innovazione
integrare il finanziamento pubblico

I legami si possono concretizzare esclusivamente nel territorio, attraverso la partnership tra la molteplicità di soggetti – di varia natura – lì impegnati; un territorio nel quale le famiglie non vengano lasciate sole bensì accompagnate nel loro percorso e nel rapporto con l’offerta di servizi.
L’innovazione poi si sostiene realizzando azioni rivolte a bisogni rimasti sinora privi di risposte adeguate, facendole oggetto di un’attenta valutazione e, nel caso risultassero efficaci, promuovendone la diffusione su larga scala.
Inoltre, come accennato, esiste un’ampia fascia di bisogni non soddisfatti dal sistema pubblico che solo soggetti privati, in funzione complementare, possono coprire.
Gli obiettivi menzionati non rappresentano una novità: di welfare territoriale si discute dagli anni ’70; l’innovazione è un’esigenza sempre presente e tradizionalmente ambito privilegiato del terzo settore; infine, da tempo è nota pure la necessità di rafforzare tanto la spesa pubblica quanto gli stanziamenti privati in funzione integrativa. Questi obiettivi sono stati raggiunti solo parzialmente e, pertanto, rimangono attuali.
Tuttavia la fase storica che il nostro Paese sta attraversando, segnata dalle note difficoltà economiche, vede il welfare sociale subire una spinta in direzione contraria: quando le risorse scarseggiano, la tendenza non è quella di costruire legami bensì quella di concentrarsi sull’erogazione di prestazioni; la propensione all’innovazione lascia il campo alla conservazione delle tipologie d’intervento esistenti e, infine, il finanziamento privato viene proposto non ad integrazione bensì in sostituzione di quello pubblico.
Ecco, dunque, qual è la sfida per l’intero sistema di welfare sociale, che riguarda sia le componenti pubbliche sia quelle private: raggiungere obiettivi noti da tempo, sinora ottenuti parzialmente, facendolo in un’epoca storica sfavorevole. Si tratta, in altri termini, di compiere, in un contesto particolarmente ostico, riforme che non sono state realizzate in momenti più propizi; a ben vedere, è una sfida che molte parti del sistema italiano (di welfare e non solo) dovranno affrontare nei prossimi anni.
L’esito dipenderà dalla strada che seguiranno tanto le forme organizzate di finanziamento privato quanto il sistema pubblico. 
Per quanto riguarda le prime, si tratterà di verificarne la progettualità, le intenzioni e la diffusione. Venendo al secondo, bisognerà verificare se gli stanziamenti destinati saranno adeguati e se il sistema sarà capace di costruire un’effettiva complementarietà con il privato. Il pubblico dovrebbe, infatti, assumere una prospettiva promozionale, creando le migliori condizioni per l’azione delle forme private (a partire dalla definizione chiara dei Livelli essenziali delle prestazioni) senza interferire con esse e intervenendo finanziariamente a sostegno delle azioni che si riveleranno più efficaci tra quelle promosse. Ciò dipenderà, nondimeno, dall’abilità nell’evitare strumentalizzazioni, in particolare da parte di coloro che si riferiscono alle forme organizzate di finanziamento privato mettendone in secondo piano il contenuto progettuale e promuovendole come sostitute di un’inadeguata spesa pubblica.
*in Azione sociale 4/2012

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