Quale pensione domani?

«Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale». Questa recente affermazione del presidente dell’Inps ha provocato incertezze e inquietudini tra i giovani parasubordinati, occupati con contratti di collaborazione.
Quando si parla di pensioni future, si parla normalmente delle pensioni erogate dal sistema “contributivo”, al quale sono obbligatoriamente iscritti coloro che hanno iniziato a lavorare dopo il 1995: ecco perché tale sistema riguarda soprattutto i giovani.
Le pensioni “contributive” vengono calcolate moltiplicando il “montante contributivo”, formato dai contributi versati nell’intera vita lavorativa, annualmente rivalutati, per un “coefficiente di trasformazione” (vedi Box n.1) corrispondente all’età del pensionamento: tale coefficiente è tanto più alto quanto più alta è l’età in cui si va in pensione. Per definire la misura reddituale di una pensione si usa considerare il “tasso di sostituzione”, dato dal rapporto tra l’ammontare della prima rata di pensione e l’importo dell’ultimo reddito da lavoro.
Nella determinazione del “montante” assume importanza la misura percentuale dei contributi prelevati sul reddito da lavoro, che è diversa a seconda che un lavoratore sia subordinato (33%), autonomo (20%), o parasubordinato (26%). A parità di redditi, quindi, la misura degli accantonamenti è diversa, e tale diversità, protratta nel tempo, si tradurrà in tassi di sostituzione differenti; se poi alla più bassa misura contributiva, si aggiunge la saltuarietà dei versamenti causata dalla precarietà lavorativa, le criticità aumentano.
Ma quali previsioni si fanno per il futuro? A quanto ammonteranno i tassi di sostituzione di chi andrà in pensione tra 20, 30 o 40 anni ?

Nei modelli di simulazione di calcolo delle pensioni future rivestono un ruolo determinante, variabili quali l’andamento del Pil, le tendenze dell’inflazione, l’età al pensionamento, e la media della speranza di vita successiva al pensionamento.
Alcune di tali variabili presentano margini di aleatorietà, soprattutto se considerate lungo il periodo di una vita lavorativa (30 o 40 anni), perché potrebbero essere smentite, e non solo in peggio, dall’insorgere di fatti non prevedibili aprioristicamente: in un mondo globalizzato è infatti sufficiente la riallocalizzazione di attività produttive per ridurre, o incrementare, le occasioni di lavoro, e quindi le possibilità di produrre reddito.
Tra gli studi previsionali ritenuti di maggiore autorevolezza, viene sovente citato il “Rapporto” redatto annualmente dalla Ragioneria generale dello Stato, denominato Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario.
Nell’ultimo “Rapporto”, diffuso lo scorso 16 marzo 2010, si ipotizza che i tassi di sostituzione delle pensioni “obbligatorie” dei lavoratori dipendenti, già nel 2030, scendano mediamente al di sotto del 60%, per diminuire ancora nei decenni successivi; per i lavoratori autonomi si prevedono tassi ancora più bassi (vedi Box n.2).
Il “Rapporto” non pubblica proiezioni per i parasubordinati, che se rimarranno sempre tali, otterranno tassi di sostituzione di importo un po’ superiore a quelli previsti per i lavoratori autonomi, a causa della più elevata misura della contribuzione. Tale dato non deve tuttavia trarre in inganno, perché se l’ammontare monetario dei contributi è più basso, e se i versamenti sono saltuari per effetto della precarietà lavorativa, il valore monetario della pensione non potrà che risentirne.
C’è solo da augurarsi, quindi, che il lavoro parasubordinato e precario si trasformi presto in lavoro subordinato e stabile, in modo da poter prevedere più elevati importi di pensione.
Si tratta di argomenti complessi che necessitano di essere spiegati con precisione. Occorre che le istituzioni, le organizzazioni sindacali e dei lavoratori, promuovano la diffusione della cultura previdenziale, perché i lavoratori possano operare scelte consapevoli, soprattutto in rapporto alle opportunità consentite dall’adesione ai Fondi pensionistici complementari, che possono contribuire ad elevare i tassi di sostituzione complessivi, non mancando tuttavia di osservare che nel lavoro parasubordinato, la mancanza del Tfr riduce le possibilità di aderire ai Fondi complementari.
E’ comprensibile che chi riveste elevate funzioni istituzionali non voglia diffondere notizie sgradite, ma non risulta che tacere le notizie contribuisca a migliorarle.
(tratto da Aesse 11-12 2010)

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