Quali valori nella società della videocrazia?

Sono stato invitato a riflettere su un interrogativo (quali valori nella società della videocrazia?) che stabilisce un collegamento tra due polarità non evidentemente armoniche tra loro e che contiene – mi sembra- una evidente provocazione. Ma quando un tema riesce a provocare possiamo anche dire che la partenza è positiva.
In effetti, “che ci azzeccano i valori con la videocrazia?” Se la videocrazia, in quanto potere dei media, è, come dice l’etimo, una forma di potere, certamente veicolerà anche dei valori. Assumo qui il termine “valore” in modo neutrale, non necessariamente positivo, insomma in un senso sociologico più che etico.

Può essere utile in questa sede riprendere in mano i documenti ufficiali condivisi dai cattolici nella Settimana sociale di Bologna.
Il documento preparatorio era articolato in 5 capitoli. Il secondo riguardava proprio il tema “Democrazia e Valori”, mentre il terzo era intitolato “Democrazia e sistemi di potere”. L’analisi che viene condotta in questi capitoli è così lucida e spietata che ancora oggi ci interpella. Su questo tornerò, dopo alcune precisazioni di premessa.
Videocrazia è una parola che indica un sistema di potere capace di generare consenso e di formare (non necessariamente in un senso “manipolatorio”) l’opinione pubblica attraverso l’uso della televisione o di altri mezzi di comunicazione legati soprattutto all’immagine. Si tratta di un fenomeno che è nato con i mass-media, che ne ha accompagnato l’evoluzione fin dai primordi pionieristici, nel cuore del secolo scorso. E’ un elemento che accomuna tutta la cultura occidentale, che ha fatto sentire i suoi effetti a partire dagli Stati Uniti. Tutti ricordano che la vittoria di Kennedy su Nixon nacque da un famoso dibattito televisivo, in tempi in cui non era ancora nato il mito negativo popperiano della televisione “cattiva maestra”. Fenomeno che è tornato recentemente in Inghilterra, con la vittoria dei due “quarantenni” …telegenici.
Lo dico per prendere le distanze in qualche modo dal “caso italiano” che non ci aiuta a ragionare su questo tema in modo più libero e spassionato.
Insomma, la  videocrazia  va al di là della concentrazione dei mezzi di informazione. Bisogna piuttosto interrogarsi sullo stile comunicativo, sul “pubblico” televisivo, sulla semplificazione del linguaggio, che (come insegna la televisione degli anni pionieristici) non necessariamente comporta la banalizzazione dei contenuti. E allora, in che senso la mediatizzazione comporta un rischio per la democrazia?
Farei anzitutto questa considerazione: il rischio nasce dalla de-realizzazione. Ovvero dalla sostituzione della realtà con la fiction. Ma una finzione che, proprio attraverso le immagini, rischia di diventare più vera della realtà. Il vedere esautora il partecipare. Ecco il rischio radicale della democrazia, per parafrasare Walter Benjamin, “nei tempi della riproducibilità televisiva” dei fatti.
Noi siamo “lì” davanti allo schermo e possiamo fare a meno di “esserci”veramente. La guerra diventa un video-game, il dibattito televisivo un interminabile talk-show. I cittadini  assumono la veste di spettatori, spettatori passivi che fruiscono e consumano di tutto, nel più generale assopimento delle coscienze.
Permettetemi, ora, di richiamare alcuni passaggi dei documenti della Settimana sociale di Bologna che ho trovato molto significativi per la riflessione sulla videocrazia che vi sto proponendo.
Un primo passaggio,  è quello in cui si afferma che i sistemi di informazione “possono offrire un servizio prezioso alla crescita della coscienza civile e democratica, ma possono anche esercitare un pesante condizionamento sulla politica: lo sviluppo della vita democratica è infatti spesso gravemente compromesso dall’interferenza dei media, che possiedono un enorme potere di manipolazione in vista sia della produzione del consenso, sia della determinazione degli obiettivi da perseguire nell’azione politica“.
Un altro precisa, poi, senza giri di parole, che “la democrazia è oggi più che mai dipendente dal corretto uso che si fa dei media; dalla capacità, in altri termini, di farli diventare libera espressione di un’opinione pubblica responsabile e pluralistica”.  Si aggiunge anche che “la questione di fondo è costituita dalla capacità di dare vita a una ‘democrazia dell’informazione’ attraverso esperienze di gestione partecipata che coinvolgano un numero sempre maggiore di cittadini e di gruppi sociali”.
Ritengo queste affermazioni di grande interesse proprio perché problematizzano e non demonizzano il ruolo dei media, in particolare della televisione, richiamando la necessità di un suo uso accorto e critico e di un vigile controllo sociale.
Infatti, nel documento conclusivo si dice con estrema chiarezza quello che i cattolici dovrebbero fare in questa direzione,  laddove essi vengono sollecitati ad un «impegno verso il potenziamento delle condizioni di base della convivenza sociale, rafforzando quei “soggetti” o quei “luoghi” (come la famiglia, la scuola, le associazioni il volontariato e altri gruppi “sensibili” che costituiscono una fonte di valori e di solidarietà e la cui azione costruttiva deve tener conto sia della logica del mercato e dello Stato, sia dello strapotere dei media ».
D’altra parte la fedeltà alla democrazia che sta nel DNA delle Acli collega a doppio filo la nostra concezione di democrazia a quelle figure che per la loro azione politica e culturale sono diventate testimoni di una democrazia autenticamente sociale e popolare: da Sturzo a Grandi a De Gasperi, da Dossetti a La Pira, da Lazzati a Moro. Le Acli sanno di appartenere sicuramente al solco tracciato da queste personalità prestigiose d rispetto al quale esse sentono di avere un compito di rigenerazione che è fatto insieme di continuità e di innovazione.
E questa rigenerazione può avvenire attraverso la condivisione delle regole e dei valori. In somma attraverso la costruzione o ri-costruzione di un’ etica pubblica.
Come insegna la tradizione liberale, la democrazia si basa, come sappiamo, sulla separazione dei poteri: esecutivo, giuridico e legislativo. Proprio per questa ragione essa non può venir meno all’esigenza di regolamentare anche il cosiddetto quarto potere, ossia quello dei media, che ha così larga parte nella formazione non solo di quella che si chiama “opinione pubblica” ma anche, vorrei dire, di un “sentire comune” che è il vero substrato della cultura e della politica di un Paese.
Le istituzioni democratiche infatti non vivono “in vitro”, ma si radicano in quella comunità di intenti, di sensibilità, di idealità che dà loro anima e vita, anzi vitalità, humus di ogni autentica democrazia partecipativa.
Ecco allora quali sono per me i valori che possono aiutarci a controbilanciare la videocrazia: la partecipazione, il pluralismo, la cultura della responsabilità, la cittadinanza attiva e la coesione sociale.
Ma la Dottrina Sociale della Chiesa dice anche qualcosa di più, ed in particolare che la democrazia non può fare a meno dell’etica e dunque di un quadro di valori.
Per questo una democrazia sociale e partecipativa non sarà mai espressione di un modello puramente procedurale  poiché esso non è in grado di soddisfare le esigenze di una società pluralistica e complessa come la nostra.
Se le Acli insistono da molti anni sulla democrazia associativa è perché riconoscono il primato del civile e l’intrinseca dimensione politica della socialità. Anche e soprattuto in tempi di telecrazia, e di nuove forme di mobilitazione ed espressione della politica e dei suoi strumenti di consenso.
La distanza tra istituzioni e cittadini è diventata così grave che queste novità rischiano di approdare alla rabbia dell’antipolitica mentre è soltanto con una buona politica, ovvero ripartendo dal basso, dai corpi intermedi, dalla società civile e dalle comunità locali, che sarà possibile riaprire una nuova stagione democratica.
(c/o Fondazione Bene comune – Roma, 25 maggio 2010)

Quali valori nella società della videocrazia?
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