Qualificare il lavoro privato di cura: una missione possibile

Nonostante la crisi, il lavoro di cura di assistenti familiari si conferma uno strumento fondamentale per la popolazione non autosufficiente. Ma rappresenta un impegno troppo gravoso per le famiglie. Qualche spunto per rendere il problema un po’ meno privato
I numeri ci sono tutti, ripetuti fino alla noia: più di 2 milioni oggi, 4 milioni fra 20 anni. Sono gli anziani non autosufficienti. La domanda è: siamo pronti a reggere questo tsunami demografico? Un’onda di piena che farà aumentare gli anziani, più soli e più poveri di quelli di oggi. Manca una infrastruttura sociale in grado di reggerne l’impatto. Dobbiamo attrezzarci. Lo hanno già fatto paesi come Francia, Germania, Austria, Spagna, lo sta facendo l’Inghilterra. Noi siamo fermi a misure vecchie di decenni e a investimenti modesti tranne in alcune, meritevoli regioni.
Le assistenti familiari rimangono, nonostante la crisi, la prima e più importante risposta ai bisogni della popolazione non autosufficiente, dopo la famiglia. La crisi non sembra averne ridimensionato la presenza, piuttosto ne sta cambiando le caratteristiche, con una crescente diffusione del lavoro a ore, più complementare a risorse familiari maggiormente attivate in una fase di difficoltà economiche per molte famiglie.
Occorrono interventi per rendere gli oneri della cura un fatto un po’ meno privato e per allargare la rete di protezione sociale. Vediamone alcuni, tra quelli più importanti sul versante dell’aiuto sociale.
Una nuova governance dei servizi. Gli anziani saranno sempre più soli. Serve a poco ricevere soldi se non c’è nessuno che ti aiuta a fare il bagno se non sei in grado di farlo da solo, prendere medicine, o più semplicemente cucinare. Occorre potenziare una rete integrata di servizi sociali e sanitari. Perché la badante non se la può permettere chiunque e arriva dove può. Lavorare sulla rete dei servizi significa farla uscire dalla nicchia dov’è oggi e dotarsi di standard minimi di offerta, per ridurre il divario tra gli 8 anziani su cento seguiti a domicilio in Emilia Romagna e i meno di 2 della Sicilia. Significa, inoltre, costruire nuove forme di governance che superino l’eterna separazione tra Servizio di assistenza domiciliare (sad) e Assistenza domiciliare integrata (adi), in grado di sperimentare e investire: nei caregiver, nel lavoro privato di cura senza viverlo come un concorrente, nella domotica. Impariamo dalle buone prassi che funzionano come quelle toscane, le Società della salute, esperienze che hanno dimostrato di essere capaci di ridurre la distanza tra Comuni e Asl, così radicata in molti contesti.
Riformare l’indennità di accompagnamento. La misura più importante di sostegno alla non autosufficienza ‒ ne usufruiscono un milione e mezzo di anziani ‒ nacque 30 anni fa e da allora è rimasta graniticamente uguale a se stessa. Una misura per cui si spenderanno quest’anno 14 miliardi di euro, quasi un punto di Pil. Per la popolazione anziana serve trasformare l’indennità in quella che ho chiamato una “dote di cura”. Essa supera i limiti della vecchia misura: gradua l’importo erogato in relazione a livelli diversi di non autosufficienza e incentiva l’uso delle risorse erogate per fruire di servizi (contribuendo così alla prima proposta indicata). In questa direzione occorrono due operazioni. In primo luogo bisogna distinguere due misure diverse, per le diverse condizioni e i differenti bisogni delle persone cui ci si rivolge: una riguardante i disabili giovani e adulti e una, la dote di cura appunto, gli ultra 65enni. In secondo luogo occorre trasferire la gestione di questa dall’Inps alle Regioni e gli enti locali. Scelta obbligata se si vuole legare le prestazioni monetarie alla rete dei servizi e alle risorse della comunità locale.
Depotenziare il mercato nero della cura. Le badanti in Italia sono almeno 840 mila, la maggior parte senza un contratto di lavoro. Lavorare in nero conviene, a loro e alle famiglie che le impiegano, per ragioni economiche e di “semplicità” di rapporto, ma comporta molti problemi. Per ridurre la quota di sommerso occorre potenziare le attuali, assai limitate, detrazioni fiscali, per ridurre il differenziale tra lavoro nero e con contratto e rendere meno svantaggiosa l’assunzione. Una detrazione pari al 25% di tutte le spese sostenute rappresenta un punto di equilibrio tra costi e benefici. Perché ridurrebbe, sì, il gettito fiscale, ma verrebbe in larga misura compensata dall’aumento della base imponibile emersa dal nero.
Costruire una filiera di servizi. Per costruire un’alternativa attraente al mercato sommerso occorre lavorare anche su altri piani: servizi dedicati, sostegni diretti per le situazioni più fragili, formazione. Questo richiede una rete di interventi che si sostengano in modo circolare: sportelli rivolti all’incontro domanda/offerta, formazione, albi delle assistenti accreditate, sostegni economici, interventi nelle emergenze. Azioni isolate portano a poco o nulla. I sostegni economici possono allora orientare i beneficiari verso sportelli e albi delle assistenti familiari che hanno seguito un percorso formativo. A sua volta chi viene formato può entrare in un circuito regolato, a cui accedono le famiglie interessate ad un minimo di garanzie e di qualità assistenziale. Costruire questa filiera costituisce una missione possibile.
In una fase di tagli e riduzioni di spesa, quanto sono sostenibili queste proposte? Molte possono essere realizzate a disponibilità economiche invariate, o quasi. Ma quando parliamo di potenziamento di servizi occorrono stanziamenti ex novo. Lo sviluppo di una moderna rete territoriale dei servizi non può, infatti, che passare dal rifinanziamento di un fondo dedicato, un fondo per la non autosufficienza che ridia fiato soprattutto al sociale puro, che è quello che ha più subito i tagli di spesa.
Non si può pensare di sviluppare la rete dei servizi a costi invariati. Possiamo aggiungere tutti gli ingredienti possibili: con nuovi criteri di cofinanziamento da parte degli utenti, valorizzando il ruolo del privato e del secondo welfare, puntando sui fondi integrativi. Comunque vada, non possiamo permetterci una spesa pubblica per i servizi sociali addirittura in calo, come risulta da quest’anno.
Perché per l’indennità di accompagnamento si spendono senza batter ciglio una media di 600 milioni di euro in più ogni anno, mentre sembra così difficile allocare una cifra inferiore per sostenere la rete dei servizi per gli anziani? (La dotazione del fondo per la non autosufficienza prima del suo azzeramento ammontava a 400 milioni annui).
Stride l’accanimento al risparmio con cui si è trattato finora il sistema dei servizi con la totale inerzia di spesa delle prestazioni monetarie gestite dall’Inps. Serve la rottura di recinti decisionali dati per scontati, il coraggio di scelte allocative diverse. Di scelte politiche. Questo governo ne ha già compiute diverse.
*da Azione Sociale 5/2012

Qualificare il lavoro privato di cura: una missione possibile
close-modal
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.096
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 3.081
Fonte UNHCR