Quattro condizioni per servire il bene comune

L’insufficienza dell’offerta politica attualmente in campo è talmente evidente, in particolare dopo le ultime elezioni amministrative, da aver spinto quasi tutti i partiti a immaginare nuove proposte e modalità di azione politica in vista delle elezioni della prossima primavera. Si ritorna a parlare di cambiare il nome dei partiti, di ripensare il sistema delle alleanze, di costituire liste civiche collegate ai tradizionali soggetti per intercettare il desiderio di cambiamento e insieme l’istanza “anticasta” crescente tra i cittadini italiani. Eppure, tutto questo appare manifestamente incapace a ridare significato e nuovo slancio alla politica, in quanto rimane connesso all’articolazione della proposta e non conferisce nessun pregio alla sostanza della stessa: si rimane alla superficie, al marketing politico ormai valutato come nauseabondo dai più. Che fare, allora? Rassegnarci ed accodarci ai sostenitori dell’antipolitica, spesso peraltro assai compromessi anch’essi con stili e modalità che si vorrebbero fustigare? Non mi pare la soluzione opportuna e sicuramente non quella che si addice a chi è portatore di una visione alta della politica come servizio al bene comune, come sono i cattolici. Altra è la strada da intraprendere, più faticosa ed anche irta di pericoli: ricostruire un modello di relazione stabile e strutturata tra la società civile e la politica, annullando la profonda distanza che nell’ultimo ventennio si è venuta a creare e che ha prodotto un percepibile scollamento tra le istituzioni ed i cittadini. Qualcuno – il professor Ernesto Galli della Loggia, ad esempio – ha denunciato l’insignificanza politica delle organizzazioni cattoliche in questi anni, accusa che può essere compresa se si guarda alla fine ingloriosa della Seconda Repubblica, ma non pienamente corretta. I cattolici hanno costruito democrazia sociale, partecipazione dei cittadini – si pensi all’associazionismo, al volontariato, alle decine di migliaia di opere nate dalla passione per la solidarietà e la sussidiarietà – e riescono oggi a coinvolgere in iniziative sociali milioni di persone, ma non hanno saputo connetterla con la democrazia politica cedendo alle due opposte lusinghe dell’autoreferenzialità e del collateralismo. Compito delle Acli, come di tutte le altre grandi sigle oggi chiamate a mettersi in gioco in questa nuova stagione di cambiamenti, non è certo ricostruire partiti o correnti, come qualcuno spera e molti paventano, ma creare le prospettive perché cultura politica, buona prassi ed uomini preparati e credibili possano passare dalle loro fila alla politica. Questo richiede almeno quattro condizioni, oggi non ancora pienamente realizzate. Innanzitutto, che le associazioni riprendano con decisione il loro compito di formazione politica, nell’ordinarietà della specifica azione educativa e sociale e in stretta sinergia tra loro, rimettendo in campo la forza di un pensiero che da Toniolo a Scoppola, da De Gasperi a Moro, dalla Rerum Novarum alla Caritas in Veritatis ha saputo indicare una lungimirante ed efficace lettura della realtà. In secondo luogo il mondo cattolico deve uscire dall’ambiguità della sua rappresentazione: pastori e laici hanno compiti diversi e questi debbono manifestarsi in forme proprie, senza tentennamenti. Ciò significa che spetta al laicato – come dopo il Concilio nessuno lo ha più messo teoricamente in discussione – assumersi le sue responsabilità nella sfera pubblica, portando proposte e progetti fondati sui propri valori ma laicamente offerti al confronto con ogni serio interlocutore. La stagione della “supplenza del laicato” da parte dei pastori deve definitivamente concludersi, con un nuovo e più rigoroso impegno di testimonianza credibile dei cristiani impegnati in politica, non certo attraverso sterili e risibili rivendicazioni di ruolo.
Una terza condizione è la possibilità di avere forze politiche capaci, al loro interno, di confronto democratico e legittimazione di tutte le componenti, ed all’esterno di costruire una dialettica politica che superi la logica amico-nemico che ha imbarbarito il bipolarismo italiano di questi anni passati. In questa direzione si muovono quanti oggi, anche nelle nostre associazioni, seguono i processi di ristrutturazione delle forze politiche esistenti e cooperano alla costruzione di nuove. Non si ricerca il nuovo partito cattolico, di cui ben pochi cittadini sentono la mancanza, ma la possibilità per i cattolici di aver casa in modo utile e dignitoso in uno o più partiti, senza più vivere la diaspora come una necessaria condizione ma, al contrario, ricercando strade di unità utili innanzitutto al Paese. Su questa via si colloca anche l’ultima condizione da realizzare per avviare una nuova stagione di protagonismo dei cattolici: costruire una piattaforma di proposte condivise per una nuova stagione di riformismo sociale. La drammatica crisi che stiamo vivendo ci impone oggi più che mai di tradurre i nostri valori in concreti progetti che, in continuità con l’azione sociale portata avanti fino ad ora nella società da associazioni e movimenti, possano divenire la base di un nuovo programma per il paese, dotato di visione ma ugualmente ancorato alla realtà. Costruire un piano straordinario per l’occupazione giovanile, metter mano alla riforma del welfare per conservarne l’universalismo ed al contempo superarne i limiti assistenzialistici con un reale processo di sussidiarietà, garantire la cittadinanza ai figli degli stranieri nati in Italia e ridiscutere le forme per l’integrazione, predisporre una misura universalistica di contrasto alla povertà assoluta come hanno tutti i Paesi europei, approntare una nuova elegge elettorale che garantisca il diritto di scelta dei cittadini e riformare i partiti politici rendendoli soggetti di diritto pubblico: sono alcune delle cose concrete su cui stiamo lavorando che possono rendere effettivamente utile il nostro apporto alla stagione che si sta aprendo. Non tanto perché cattolici, cioè portatori di una fede, ma perché capaci di costruire, da cattolici, una cultura politica in grado di mettere al servizio del bene comune un grande patrimonio, fatto di storia e di attualità, frutto dell’impegno di milioni di cittadini responsabili.
(da Azione sociale 3/2012)

Quattro condizioni per servire il bene comune
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 2.992
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