Quattro ombre sul G8 e sull’economia globale

Sono arrivati a Camp David nell’estremo tentativo di rianimare il grande malato greco, ma i leader del G8 sanno bene che i casi critici da affrontare sono anche altri. Portogallo e Irlanda, intanto, che non sono in grado di finanziarsi in maniera autonoma sul mercato; la Spagna, che rischia di essere travolta, in poco tempo, dall’insolvenza delle proprie banche; l’Italia, infine, che nonostante le cure, continua a pagare un conto interessi altissimo. Al di là delle singole difficoltà, tuttavia esistono almeno quattro problematiche di carattere generale che suscitano preoccupazioni ancora maggiori.
Appare sempre più evidente che la quantità di debito pubblico da collocare sui mercati internazionali è ormai insostenibile; troppi titoli, troppe aste di fronte ad una domanda decisamente insufficiente per effetto della mancata crescita. Si tratta di un fenomeno che è destinato ad esplodere in maniera assai più clamorosa di quanto non sia già avvenuto. Il Tesoro degli Stati Uniti d’America vende i propri titoli decennali con rendimenti negativi rispetto al tasso d’inflazione in quanto i mercati cercano beni rifugio ma le condizioni finanziarie degli stessi Usa sono tutt’altro che sane. Il debito federale è cresciuto dalla presidenza Carter a quella di Reagan, salendo da 930 a 2.680 miliardi di dollari, ed è nuovamente aumentato tra Clinton e Bush junior, passando da 5.660 a 10.700 miliardi, con una crescita media annua di 500 miliardi. Da quando è iniziata la presidenza Obama, il trend si è ulteriormente impennato, arrivando a quasi 16mila miliardi di dollari, con un aumento medio annuo più che raddoppiato – circa 1.200 miliardi di dollari – rispetto ai decenni precedenti. Se al debito federale si aggiungono i debiti dei singoli Stati e quelli degli enti locali, la cifra dell’indebitamento a stelle e strisce arriva secondo varie stime al 130% del Pil, ben oltre alcuni dei “malati” europei. Quanto può proseguire una situazione in cui gli Stati Uniti, con un debito colossale, riescono a collocare i propri titoli gratis sui mercati? Fino ad oggi ha funzionato la politica monetaria non convenzionale della Federal Reserve, che ha stampato carta moneta e che ha beneficiato della sfiducia diffusa nei confronti dell’euro, ma un’eventuale implosione del sistema monetario del Vecchio continente cambierebbe le carte in tavola, partorendo magari un euro a due velocità. In tal caso, il dollaro si indebolirebbe e gli Stati Uniti dovrebbero fare ricorso in misura ancora maggiore, per collocare il proprio debito federale, al mercato internazionale intasandolo definitivamente.
Il sistema bancario manifesta troppi segnali di cedimento. In Spagna sono fuggiti dalle banche, già chiaramente sottocapitalizzate, circa 65 miliardi di euro in pochi mesi ed è iniziato il ritiro dei depositi, pari ad oltre 1,2 miliardi in una settimana. La Grecia è afflitta da tempo dalla scomparsa dei capitali esteri; le banche elleniche hanno visto evaporare 72 miliardi di euro e sono imbottite di titoli di Stato, che sono stati in pratica svalutati del 75 per cento. Da questa prospettiva, il contagio proveniente dai debiti pubblici è assai violento; nel corso degli ultimi mesi, anche per effetto della liquidità iniettata dalla Bce, le banche dei Paesi periferici, Italia compresa, si sono riempite di titoli sovrani che però stanno rapidamente svalutandosi con forti perdite, destinate ad assommarsi a livelli molto alti di sofferenza dei crediti. La paura di un’uscita della Grecia dall’euro alimenta poi il timore che ciò possa accadere anche per altri Stati indebitati e dunque spinge al rapido ritiro dei depositi dalle banche di quei Paesi. Fuga dei capitali, ritiro dei depositi e sofferenze dei crediti sono una miccia innescata, molto difficile da spegnere, che sta già traducendosi in un drammatico credit crunch rispetto al quale appaiono carenti tutti i meccanismi di garanzia.
A fronte di questa crisi della “liquidità reale” c’è troppa “liquidità finanziarizzata” in grado di sequestrare le risorse disponibili e di destinarle, utilizzando le infinite leve dell’ingegneria finanziaria, appunto, al trading speculativo. In questo senso esiste un’evidente contraddizione tra la volontà di mantenere in vita un ampio set di strumenti finanziari per favorire la circolazione della liquidità e la tendenza ormai tangibile di tali strumenti a svolgere funzioni di straordinaria polarizzazione della ricchezza e di distruzione delle risorse pubbliche: scommettere contro i debiti degli Stati fa guadagnare pochi e mette in ginocchio i contribuenti.
Non è esistita, ad oggi, alcuna capacità di affrontare la gravità della crisi adottando una prospettiva globale; anzi le risposte alla crisi sono state profondamente viziate dalla ricerca di formule nazionali, una dinamica questa che gli ultimi risultati elettorali hanno inevitabilmente accentuato. Dopo Camp David dovrebbe essere chiaro che la Grecia non è il detonatore, ma la punta dell’iceberg.

*fonte: Altreconomia.it

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