Relazioni industriali: l’urgenza di cambiare

Il dibattito di questi ultimi mesi soprattutto incentrato sulle vicende della Fiat (Termini Imerese, Pomigliano, Mirafiori, Melfi), ma anche sulle vicende del gruppo Merloni e in particolare sulla Indesit con la minaccia di chiusura di due stabilimenti a Brembate (Bergamo) e a Refrontolo (Treviso) ha messo a tema alcuni nodi cruciali sul destino del manifatturiero in Italia nel contesto della crisi e dentro il quadro competitivo della globalizzazione.
Sergio Marchionne, con le sue spigolose incursioni ha messo sul piatto una questione di grande rilievo e in fondo una verità semplice:

i lavoratori dispongono dei diritti che lo sviluppo economico e sociale è in grado di sostenere;
le leggi le norme e quant’altro possono creare solo posti di lavoro finti che invece di creare ricchezza la distruggono;
la Fiat per fare un proprio ingente investimento in Italia di 20 miliardi di euro vuole chiarezza e impegni vincolanti per i lavoratori, anche rimettendo in discussione alcuni consolidati diritti contrattuali.

Vorrei tentare di scomporre le questioni di questo dibattito estivo in alcuni punti per facilitare la discussione interna alle Acli.


1. Ma è accettabile che si rimettano in discussione diritti acquisiti?
Ma così facendo, non neghiamo l’essenza stessa della Costituzione quando proclama che l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro? Quali sono i diritti veramente inalienabili che forse è bene ricondurre alla formula diritti naturali più che a quella abusata di diritti umani?
Noi stessi delle Acli abbiamo ripetutamente parlato di diritti formativi e di diritti di cittadinanza, il dibattito sulle grandi sfide che deve affrontare il paese ha messo in campo diritti alla mobilità, diritti all’ospitalità, all’accoglienza. Indubbiamente si sono andati moltiplicando in questi ultimi decenni i confini dei nuovi diritti, passando dalla protezione della dignità della persona umana fino a sovrapporli a più semplici tutele di interessi.
Se poi guardiamo a un orizzonte più ampio, abbiamo incrociato pretese di rivestire con l’abito del diritto l’interruzione della vita, il riconoscimento della famiglia di fatto o del matrimonio omosessuale.
Insomma, mi pare di poter dire ben venga una riflessione sui diritti veri, quelli naturali, quelli per noi cristiani ancorati all’uomo persona creata a immagine di Dio. Sul tema del lavoro si dovranno codificare pochi e fondamentali principi che dovranno essere fatti propri da tutti perché sanciti da accordi internazionali. Come andiamo ripetutamente dicendo da tempo, una corretta competizione globale deve basarsi su poche ma vincolanti regole di rispetto della persona che lavora, dell’ambiente e della qualità delle produzioni.
2. Ma l’Italia vuole avere un futuro nell’industria?
C’è stato un tempo, nemmeno troppo lontano, in cui l’Europa si illudeva di poter delocalizzare senza grandi rischi buona parte del manifatturiero verso paesi a basso costo del lavoro per concentrarsi sul super-higt tech e sui servizi. Da questa visione è sorto l’obiettivo di fare del continente europeo la più forte economia mondiale della conoscenza. Abbracciando questa indicazione, l’Inghilterra ha smantellato la sua industria e l’intera Europa si è indebolita nel comparto produttivo.
In questo contesto l’impatto con la globalizzazione, che ha ormai invaso tutto il manifatturiero, è stato più pesante. La catena di produzione si è estremamente frammentata, non c’è più un solo prodotto che sia internamente fabbricato in Europa. Tutte le imprese sono nel contempo importatrici di semilavorati ed esportatrici di prodotti finiti, per questo si comincia a considerare di fondamentale importanza applicare regole chiare e condivise nella competizione per l’accesso ai mercati.
Fino ad alcuni anni fa non solo il concetto, ma perfino l’ipotesi di una politica industriale europea era off-limits. Mentre in un modo o nell’altro tutti i grandi competitors dell’Europa, dagli Stati Uniti, al Giappone, all’India, alla Corea, fino al Brasile hanno una loro politica industriale.
L’errore politico è stato del tutto evidente, ce lo attestano i numeri. Con 20 milioni di posti di lavoro il manifatturiero contribuisce direttamente e con l’indotto al 37 % del PIL. L’Europa mantiene tutt’oggi la leadersip nell’auto, nella chimica, nella farmaceutica, nelle macchine utensili e nell’aerospaziale; ha invece perso nell’ultimo decennio quote di mercato nel tessile e nell’abbigliamento pagando a carissimo prezzo la concorrenza di cinesi, indiani e brasiliani e la mancanza di strategie nazionali ed europee di riposizionamento nei mercati.
Insomma se l’Europa vuole mantenere il suo benessere non può permettersi il lusso di stare a guardare inerte il mondo che cambia vorticosamente. Come? Costruendo un continente amico delle imprese, grazie al buon funzionamento dei mercati finanziari, delle infrastrutture, della sicurezza. Ricorrendo a una economia più intelligente basata su ricerca innovazione e formazione. Più sostenibile in termini di efficienza energetica e ambientale. Più sicura in termini di approvvigionamento delle materie prime. Dove la politica della concorrenza tenga conto anche della competitività globale e dei rischi di delocalizzazione.
Se tutto questo vale per l’Europa, ancor più vale per l’Italia, seconda solo alla Germania come paese manifatturiero, fatto di piccole imprese che rappresentano il motore dell’economia e la più rilevante riserva di cui attualmente disponiamo per la tenuta e l’aumento dell’occupazione.
3. Per avere un futuro nel manifatturiero bisogna cambiare le relazioni industriali.
Da 10 anni l’Italia cresce di un punto sotto alla media europea, dobbiamo assolutamente tornare a essere competitivi. Del resto il 70 per cento del potenziale di crescita del nostro paese viene dall’industria.
Dallo stallo delle relazioni industriali non si esce chiedendo che sia la magistratura a trovare la soluzione giusta. Questo compito non può che toccare alla contrattazione collettiva che deve dimostrare di essere in grado di costruire assetti produttivi efficienti, con il consenso della maggioranza dei lavoratori. Occorre abbandonare l’idea che il confronto sindacale debba essere affidato esclusivamente ai rapporti di forza.
Il tema vero è riuscire a cambiare le relazioni industriali e così misurare la capacità di avere un futuro industriale.
Nel caso Fiat si intrecciano lavoro e giustizia. Guarda caso i due territori sui quali si sente più fortemente l’esigenza di aggiornare le regole visto che il passaggio dalla prima alla seconda repubblica non ha prodotto svolte decisive. In un panorama radicalmente trasformato mondo del lavoro e mondo della giustizia sembrano ingessati.
4. Si può pensare di andare in deroga ad alcune norme dei contratti nazionali di Lavoro?
Ma la domanda può essere posta in un altro modo: per quanto tempo ancora, si pensa possa reggere l’urto della competizione globale la diga dei contratti nazionali di categoria? Per giunta troppi, visto che il Cnel ne ha censiti più di 400?
Per il momento ci si può dotare di una prassi che stabilisca che in azienda le parti possono fare accordi in deroga ai contratti nazionali. Ma ancora più importante è definire una regola che stabilisca che l’intesa raggiunta da una maggioranza pone vincoli per tutti quelli che lavorano.
Non è pensabile che una multinazionale investa miliardi in un piano industriale se questo è esposto al rischio di essere paralizzato dal veto di un sindacato minoritario. E non solo la Fiom, basti pensare che i Cobas di Pomigliano hanno proclamato lo sciopero permanente dello straordinario fino al 2014 a cui ogni singolo lavoratore in qualsiasi momento potrà aderire senza vincoli di rispetto di regole volute dalla maggioranza.
Se rifiutiamo di prendere sul serio quello che Marchionne ci propone, e che è normale in quasi tutti i paesi industrializzati, e chiudiamo gli occhi su una delle cause principali dell’incapacità dell’Italia di attrarre investimenti stranieri – in Europa solo la Grecia fa peggio di noi quanto ad attrazione di investimenti – saremo destinati al totale declino del manifatturiero.
In fondo quel nuovo patto sociale di cui parla Marchionne che cosa avrebbe di diverso da quel “patto tra produttori” proposto da Luciano Lama nel 1986? O anche soltanto dal Protocollo del 1993 quando unitariamente le organizzazioni sindacali presero sotto la loro protezione il sistema politico destabilizzato da tangentopoli e promossero con le controparti datoriali e il governo Ciampi un impegno per politiche salariali in grado da farci rientrare dall’inflazione a due cifre e di consentirci l’ingresso nell’euro?
E’ possibile per una multinazionale che vuole produrre anche nel nostro paese farlo secondo regole mondiali che reggono l’auto motive o deve rassegnarsi a farlo “all’italiana”?
Restare a bagnomaria a difesa di un esistente che non c’è più, o piuttosto recuperare una qualche unità (le Acli auspicano una stagione nuova alla quale anche CGIL concorra) e affrontare di petto la questione uscendo dalla difensiva e sfidando la Fiat proprio sulla costruzione di un contratto globale, o almeno per intanto europeo, cominciando a enunciarne i contenuti?
Intraprendendo questa direzione sono ancora di ostacolo le fortemente differenziate legislazioni nazionali degli stati europei sul lavoro. Ma è divenuto ormai urgente darsi regole condivise su fisco, lavoro e welfare.
5. Quale strada per l’Italia?
Molto spesso le ragioni del declino di un paese hanno a che fare con ciò che non si è saputo o voluto trasformare e con l’abitudine a voler mantenere sempre le cose come stanno.
A Marchionne gli Stati Uniti hanno offerto un sostegno senza pari: la politica lo approva, il sindacato lo asseconda, tutti condividono il suo grande progetto. In Italia trova un governo che non va oltre il consenso verbale, il maggiore sindacato che si oppone, il sentimento popolare che è diffidente.
E’ questa una cornice in cui le innovazioni diventano difficili e la Fiat da sola non è in grado di porle in essere. Il rischio è per il paese più che per l’azienda torinese, avendo quest’ultima sempre aperta la strada della rinuncia al suo piano di investimenti dicendo ci abbiamo provato, ma non ci è stato consentito.
Se l’Italia vuole veramente restare un paese industriale in un mondo globalizzato si dovrà rapidamente promuovere la partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese e conseguentemente ai benefici di aumento della produttività e agli utili.
Esiste quindi un problema politico che spetta ai governi affrontare approvando una legislazione quadro dentro cui sviluppare la democrazia economica. Ma esiste ancor prima un problema sindacale al quale si può rispondere accelerando l’opzione verso relazioni partecipative unico antidoto al superato antagonismo di classe e al corporativismo, costruendo una democrazia economica partecipata dai lavoratori e inoltre promuovendo veri e propri Consigli aziendali internazionali e dando loro il compito di negoziare i nuovi contratti quadro aperti alla contrattazione territoriale.

maurizio.drezzadore@acli.it

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