Resistere è vivere gratis

Settanta giovani hanno messo in scena le parole di don Luisito Bianchi

Fare memoria “è il rendere presente, nell’attimo che fugge, tutto quanto fu”. Lo hanno fatto 70 giovani tra i 15 e i 20 anni, in uno spettacolo che ha fuso danza, canto, musica, poesia e recitazione. Hanno messo in scena un po’ dell’opera di un uomo antico e sempre nuovo come la Parola che ha servito: don Luisito Bianchi, morto il 5 gennaio del 2012. È stato prete, scrittore, operaio e forse di più ancora, se si avesse il tempo di ascoltare, uno per uno, tutti coloro che lo hanno conosciuto: c’è chi si commuove, chi non smetterebbe mai di parlarne e chi dice “grazie” di averlo potuto incontrare.

Lo spettacolo, dal titolo La Parola e la mia Terra, promosso anche dalle Acli locali, è andato in scena il 25 maggio a Vescovato, in provincia di Cremona, il paese natio di don Luisito. Prende vita dall’opera più nota del sacerdote cremonese, il romanzo La messa dell’uomo disarmato: «Tutto nasce da questa lettura, all’inizio ostica» confessa Laura Denti, ideatrice dello spettacolo, nato anche dall’incontro personale con don Luisito nel 2009. «Poi sono entrata nel contesto, il mondo agricolo della bassa cremonese durante il secondo conflitto mondiale, e ho cominciato a riconnetterlo ai ricordi di famiglia su quell’universo scandito dai tempi dei lavori della terra e dalle stagioni. Parola, memoria, gratuità e Resistenza. Sono le quattro parole chiave del pensiero di don Luisito. I ragazzi lo hanno conosciuto attraverso di esse». E proprio sull’equilibrio del “4” è stato pensato lo spettacolo, quasi una liturgia: le quattro stagioni dei lavori della terra e quelle parole legate a quattro momenti della Messa: atto penitenziale, lettura della Parola, Eucarestia e benedizione. «Ho voluto coinvolgere dei giovani – spiega la Denti – non per farli sospirare malinconicamente su un mondo che fu ma per recuperare dei valori universali che non vanno persi».

Pare che l’esperimento sia andato bene, non solo per il successo di pubblico. «Non conoscevo Luisito Bianchi» racconta Giuditta, 16 anni, ballerina. «È grazie alla danza, la mia passione, che ho incontrato il suo romanzo. Il tema della Resistenza l’ho riletto guardando all’impegno e ai sacrifici per la mia passione. Resistere oggi, forse, è un po’ cercare di portare avanti i propri ideali e maturare il coraggio e la forza per riuscirci». «C’è l’abitudine – chiarisce Laura Denti – di dare subito alla Resistenza un colore specifico: io non voglio cadere nella trappola. Io non l’ho vissuta e non posso testimoniare nulla. C’è stata gente che ha sacrificato la vita per quel che credeva. Ho voluto solo che i ragazzi percepissero questo. E che don Luisito liberamente aveva vissuto perché liberamente aveva scelto di servire gli altri».

Sono grati di questa esperienza, un vero percorso spirituale per qualcuno, anche i professionisti coinvolti nell’occasione per accompagnare i ragazzi: «Mi sono appassionato al progetto – dice Federico Fattinger, giovanissimo e già apprezzato cantautore, che ha riadattato ed eseguito nell’occasione Rinascimento di Gianni Bella con la sua “coscienza che fiorisce nelle case” – Da quel che ho capito di don Luisito, mi sembra di poterlo definire un operaio della chiesa, uno che sapeva stare vicino alle persone normali nella loro quotidianità, giovani inclusi. Uno che aveva smesso un po’ i panni lontani dell’arciprete e ridotto le distanze».

Il rapporto di don Luisito Bianchi coi giovani infatti non è una forzatura postuma. Quando era vice assistente nazionale delle Acli, a Roma, alla fine degli anni ’60, nel fervore del post Concilio, la sua casa poverissima del centro storico accoglieva tutti i giorni un piccolo gruppo di giovani aclisti “fuori sede”. «Si cucinava lì un primo piatto e poco più» ricorda Soana Tortora, già dirigente delle Acli nazionali. «Il mercoledì, prima del pranzo, don Luisito celebrava l’Eucarestia su quello stesso tavolo che poi si sarebbe apparecchiato per il pasto comune. E durante e dopo il pranzo, riflessioni, esperienze, commenti e ascolto di chi passava di lì come commensale non abituale». È l’esperienza di “Ora Sesta”, da cui sono nati anche libri, canzoni e anche grandi scelte di vita.

Tra quei giovani c’era anche Giovanna Brutti, futura badessa del monastero benedettino di Viboldone, una scelta la sua solo apparentemente opposta a quella di don Luisito: «Il motore è stato per entrambi la ricerca di un’autenticità di vita cristiana. Lui che aveva parlato tanto del lavoro doveva sperimentarlo; io, che avevo scoperto nell’amicizia e nella passione per la Chiesa come usciva dal Concilio una possibilità di essere veramente Chiesa, viverla nella comunità monastica. La scelta del lavoro di don Luisito fu l’espressione della sua preoccupazione assoluta e ossessiva per la gratuità: Dio è gratuito e anche il ministero sacerdotale lo deve essere». Non c’era alcun risvolto ideologico in quella scelta.

Nei suoi ultimi mesi di vita, rispondendo alle sollecitazioni di Paolo Petracca, presidente delle Acli milanesi, che gli chiedeva delle “parole su cui lavorare per il futuro”, don Luisito ne aveva consegnate alle Acli quattro: la sobrietà «che esalta le relazioni autentiche e riduce il valore che attribuiamo alle cose materiali»; la sostenibilità che «vuol dire fare progetti che si riescono a realizzare»; la cooperazione, «un modo di fare economia che mette l’uomo davanti al profitto» e vuol dire «anche “sortirne” insieme come ci ha insegnato don Lorenzo Milani»; e infine, nonviolenza, per cui «i conflitti vanno portati alla luce e risolti non facendo prevalere la legge del più forte».
Grazie al prete del “gratis”.

Resistere è vivere gratis
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