Riadattare il Modello sociale europeo per l’interesse collettivo

Il Modello sociale europeo (Mse) pone le sue fondamenta su solidi valori e conquiste di civiltà che hanno consentito nel tempo di fronteggiare le durezze del mercato e di ridurre le diseguaglianze. Ciò ha garantito per un lungo periodo di tempo pace sociale, stabilità politica e crescita economica.

Il dominio economico sulla società, i processi di globalizzazione univoca, i cambiamenti demografici, i mutamenti nella struttura familiare, i flussi migratori e la voracità senza fine della finanza hanno fortemente debilitato il Mse.

In particolare, si sono fatte strada nella teoria e nella pratica posizioni di matrice neoliberista orientate alla svalutazione del lavoro, alla compressione dei diritti tramite l’austerity, al pareggio di bilancio e ai tagli alla spesa pubblica, vantando solidità scientifica e capacità di ottenere grandi risultati a vantaggio di tutti ampiamente smentite dai fatti. Le Politiche economiche dell’Ue degli ultimi anni sembrano però seguire piuttosto fedelmente queste indicazioni. Il risultato è una politica economicamente restrittiva, socialmente distruttiva, che ha avuto effetti diretti e drammatici sui cittadini, che vedono contrarsi i propri diritti e che continuano a pagare per una crisi causata dalla finanza e prolungata da una politica spesso ad essa subalterna.

Perfino le Costituzioni improntate ai valori di solidarietà e sicurezza sociale appaiono un ostacolo lungo la strada dell’affermazione totale di queste teorie, come dimostra il documento varato nel 2013 da una delle istituzioni finanziarie più potenti e compromesse con la crisi (JPMorgan), che mostrano quali pressioni questo settore è in grado di esercitare sul livello politico. Perciò anche la Costituzione italiana, quella di Achille Grandi, De Gasperi, Calamandrei, Nenni, Togliatti, quella votata dopo la vittoria sul fascismo e la fine della seconda guerra mondiale, quella che aveva nella propria architettura il benessere sociale, i diritti sociali civili e politici, quella pensata per la promozione sociale e dei corpi intermedi e per impedire una futura svolta autoritaria nel Paese, è a rischio di essere snaturata.  Come lo stesso Presidente Nazionale delle Acli, Gianni Bottalico, ha affermato in occasione dell’ultimo Incontro Nazionale di Studi: “è in corso un impoverimento dei diritti di cittadinanza e degli spazi di democrazia”.

I dati italiani confermano la tendenza allo “svuotamento sociale”: è indubbio che le risorse per le politiche sociali siano sensibilmente calate (vedi slide allegate), dal 2009 al 2011 (ultimi dati forniti dall’Istat) la spesa sociale pro capite dei Comuni è scesa da 118 Euro pro capite a 116; è diminuita anche la propensione al sociale, cioè il rapporto tra il budget dei Comuni e le spese dedicate al welfare sociale, passando dal 15,4% del 2009 al 13,8% del 2013 (Cisl-2015). Dinamiche simili si sono registrate per le spese regionali sia nel comparto sociale sia nel comparto sanitario (vedi slide allegate). Anche in Italia ci troviamo con tutta evidenza di fronte ad una vera e propria inversione di marcia, ad una destrutturazione dello Stato Sociale e democratico, a vantaggio di una malintesa iniziativa profit, alterata perché privatizza i profitti e socializza le perdite, che abbandona il cittadino solo difronte ai suoi problemi: sempre più spesso questo si trova a dover reperire le necessarie prestazioni sanitarie e sociali dal mercato anziché dal sistema pubblico, mantenuto mal organizzato e inefficace. Si pensi, ad esempio, al servizio reso dalle colf e delle badanti – fenomeno, ormai, di grandi dimensioni – che addirittura non trova nel pubblico quasi nessuna forma alternativa vera al bisogno. Del resto, anche quando è possibile ottenere una prestazione attraverso il SSN, sovente capita che la data della stessa venga prevista dopo molti mesi dalla prenotazione e fuori tempo utile, a causa delle liste d’attesa. A tutto danno dei cittadini contribuenti.

Negli ultimi anni, infine, l’impegno economico richiesto ai cittadini per ottenere una prestazione sta crescendo: i dati sulle tasse versate dai cittadini per prestazioni sociali, nel 2013, ammontavano mediamente a 618 euro a persona, +22% rispetto al 2011. Anche nella sanità la situazione non è molto differente: nel 2013 i cittadini italiani hanno versato 1486 mln di euro in compartecipazioni.

Il sistema, dunque, sembra essere sempre meno finanziato dalla fiscalità generale e maggiormente a carico del cittadino/cliente, almeno nelle erogazioni semplici e di routine. La destrutturazione dello Stato Sociale e le rischiose riforme della Costituzione stanno creando notevoli opportunità per le imprese private profit, a cominciare dalle assicurazioni che negli ultimi cinque anni hanno visto aumentare del 23,5% (fonte: RBM Salute-Censis) il numero delle polizze del comparto relativo alla sanità integrativa.

Inoltre, gli spazi venutisi a creare hanno stimolato gli appetiti delle lobby europee che tra il 2013 e il 2014 hanno speso 50 mln di euro per convincere i nostri rappresentanti a Bruxelles a varare leggi loro favorevoli. All’orizzonte, del resto, non si scorgono inversioni di rotta, ed è quindi logico attendersi che la presenza del privato aumenterà sensibilmente.I trattati di libero scambio in discussione in Europa e nel Nord America confermano che questa deriva non si fermerà. Le liberalizzazioni previste dal TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership”) e dal Tisa (Trade in Services Agreement) probabilmente coinvolgeranno anche i servizi e gli appalti pubblici e, in ultima analisi, il welfare, l’acqua pubblica, l’elettricità, l’educazione e la salute.

Sul piano culturale stiamo assistendo, senza opporre resistenza, alla trasformazione del cittadino in mero consumatore di cure. Un’eccessiva sbracatura al mercato e alle sue logiche strumentali fa sì che i cittadini percepiscano (a ragione) il sistema pubblico e quello privato in concorrenza fra loro e, quindi, tendano in caso di necessità a rivolgersi al miglior offerente, ossia laddove conviene economicamente. In questo modo, quando acquistano i servizi, tenderanno a comportarsi sempre più come consumatori e sempre meno come cittadini, indebolendo man mano i principi su cui è fondato il sistema pubblico italiano che è universale (anche se selettivo nel sociale) e prevalentemente finanziato dalla fiscalità generale, strumento fondamentale delle politiche redistributive e solidali. Il rischio di uno scenario del genere è che si venga a creare il terreno adatto (dal punto di vista del consenso popolare) allo sviluppo di un duplice livello di assistenza: da una parte quello ricco per ricchi, i servizi sanitari del mondo di sopra, efficienti e tecnologici, a pagamento; dall’altra quello povero, senza farmaci e posti letto a diagnostica limitatissima e senza prevenzione, residuale e emergenziale per ex ceto medio e poveri, riservato a chi non può sostenere le spese mediche, neanche attraverso le assicurazioni. A ben vedere molti segnali in questa direzione già possono essere notati. Si prendano ad esempio, oltre alle già citate assistenti familiari, i settori legati all’odontoiatria e alla diagnostica.

La situazione attuale, prodotta da scelte antisociali, pone anche le associazioni del Terzo settore difronte a degli scenari inediti e non del tutto rassicuranti financo drammatici: la tradizionale funzione sussidiaria dei cosiddetti corpi Intermedi potrebbe essere fortemente indebolita dalla maggiore apertura al mercato dei servizi sociali e sanitari e dalla avanzata delle multinazionali (e dei modelli neoliberisti) che in questi settori stanno investendo ingenti somme di denaro. Tradizionalmente i soggetti del Terzo settore si collocano tra lo Stato e il mercato, tra il pubblico e il privato. Essi, pur mantenendo una natura giuridica privata, svolgono attività di pubblica utilità, in particolare nei servizi sociali e sanitari. Se in questi ambiti venissero privilegiate le logiche strumentali del mercato, ad essere messo in discussione sarebbe proprio il principio di pubblica utilità, dato che nessuno può garantire che le multinazionali o, più in generale, le tipiche imprese profit-private privilegino sempre l’interesse pubblico e quindi dei cittadini e della società nelle loro scelte.

Eppure è possibile ipotizzare anche uno scenario differente, radicalmente alternativo a quello appena descritto. Il Terzo settore potrebbe assumere un ruolo più decisivo prendendo in cura gli spazi lasciati “incustoditi” dal pubblico per realizzare un suo rilancio economico e funzionale. Si tratterebbe, in ultima analisi, di far leva sul principio di sussidiarietà sancito dalla Carta Costituzionale (art. 118) e di dare piena realizzazione ai tanti altri articoli che sanciscono l’obbligo di solidarietà e di coesione sociale.

In tal modo si potrebbe garantite l’efficacia e l’efficienza dei servizi nel pieno rispetto dell’interesse pubblico, mantenendo le logiche mercantili fuori dal perimetro del welfare state. Uno scenario questo che assegnerebbe al privato sociale un inedito ruolo al fianco dello Stato e non tra questo e il mercato.

I vantaggi di questo modello sarebbero molteplici: il Terzo settore diventerebbe soggetto attivo di un welfare di seconda generazione, verrebbero limitate le capacità d’azione del mercato e delle sue logiche strumentali, anche i cittadini ne guadagnerebbero, ottenendo servizi migliori.

Un gioco a somma positiva, che però andrà realizzato evitando di continuare a concepire il Terzo settore alla stregua di un erogatore di servizi a buon mercato. Al contrario, un progetto di questo genere deve essere ambizioso, deve basarsi su investimenti volti a garantire in primis i principi costituzionali, l’estensione dei diritti, dei livelli essenziali e a debellare antichi problemi, come ad esempio la piaga della povertà. Occorre, in ultima analisi, un nuovo paradigma, in grado di riadattare il Modello Sociale Europeo ai cambiamenti della società nella logica dell’interesse collettivo, senza svenderlo.

Riadattare il Modello sociale europeo per l’interesse collettivo
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.022
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 2.992
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