Ridare anima all’agire politico

Il vero senso del “governare” è nel “servizio” come racconta il Vangelo. Un modo di esistere che nasce nella parte più intima di ciascuno e che spinge a prendersi cura degli altri, sia nella sfera affettiva che nella vita pubblica
Dire che l’ora, in Italia, è grave non è troppo. Il suo male è la partitocrazia e il suo superamento potrà avvenire soltanto riscoprendo la politica, restituendole un’anima etica, non solo culturale e professionale.
Un aspetto di rilievo, che si impone sempre più, è ritrovare una sana dimensione spirituale, nella quale poter cogliere e superare la tentazione integralista e del rifugio confessionale per dirigersi verso la riscoperta di una dimensione di incontro e apertura con la polis. Nell’odierna confusa e angosciata fase politica che attraversa l’intero Paese si riapre un dibattito decisivo che rimette al centro un vecchio quesito: davvero la dimensione spirituale dell’esistenza e quella politica sono inconciliabili? Davvero le dimensioni della vita contemplativa e quelli della vita activa – termini della tradizione monastica ma oggi ripresi in chiave antropologica da diversi pensatori moderni – si escludono reciprocamente? Certamente abbiamo sperimentato tutti noi il frantumarsi delle ideologie e l’affermarsi delle leggi di mercato come unici riferimenti e regolatori dei rapporti sociali. Si è creato un divario sempre più profondo tra “utopia” e “realpolitik”; si è rinunciato a fare della polis lo strumento con cui tradurre in norme condivise le attese e le speranze per una vita sociale ricca di senso, e così facendo si sono creati distacco e disinteresse tra la gente e la politica, ingenerando uno scollamento dentro la società nella quale i “ministri”, ovvero secondo l’etimologia del termine i servitori della res publica e del bene comune, si sono chiusi nelle loro nicchie e caste di potere. Vere e proprie consorterie opprimono e mortificano il bene comune. L’aiuto potrà venire da una sapiente lettura biblica, la sola in grado di aprire nuovi varchi per non rassegnarsi alla visione che vede solo contrapposizione tra spirituale e politica. In questa prospettiva, la spiritualità del laico moderno, se vorrà realizzarsi e non restare confinata nel non luogo dell’utopia o nel segreto del cuore, dovrà accettare di “farsi carne” nella vita pubblica e comunitaria; così come la politica dovrà riscattarsi e ricercare un governo degli uomini che sia tale e degno di tale nome. Una tale prospettiva non vede l’impegno politico collocarsi ai margini del significato cristiano, ma posizionarsi al suo centro. Pare essere, questa, una affermazione ovvia, però ancora troppo disattesa dentro le esistenze e il vissuto associativo seppur cristianamente ispirato, come si suol dire. Solo così si potrà capire che la parola “governo” non è dominio sugli altri, né affermazione dei propri interessi di casta, ma efficacia dell’autorità, che si attua mediante la capacità di far agire, di promuovere cambiamenti, di suscitare attese in grado di essere confortate con risultati concreti.
Una logica che trova la sua ragion d’essere nella categoria del servizio, la sola oggi credibile, così come emerge dal patrimonio biblico e da riproporsi in maniera diretta. Essa domanda un saper coniugare comunitariamente spiritualità e politica, è questa esigenza che si fa esigente e ineludibile. Le giovani generazioni presenti e quelle future non ci domanderanno conto di quanto abbiamo ottenuto grazie a un mercato svuotato di senso né di una nobiltà d’animo ritenuta nascosta nella nostra interiorità, ma di come saremo stati capaci di tradurre i principi valoriali in politiche a favore dell’umanità, a cominciare dai più poveri. Questa prospettiva inquieta le coscienze più vigili e domanda di agire lasciandosi guidare dall’agire esemplare di Gesù Cristo.
Egli come intende l’esercizio del potere, necessario per poter guidare la ricerca del bene? Il potere di Cristo, potere della fede e dell’umiltà, si esprime come servizio, descritto nel testo decisivo del Vangelo di Luca (22,24-27). Il potere “che serve” diventa, nel senso etimologico della parola, autorità, auctoritas viene dal verbo augere che significa far maturare, far crescere. Cercare di sottomettersi a ogni vita per farla crescere in pienezza. La vittoria di Cristo sulla morte trasforma, nel fondo del nostro essere, l’angoscia in gratitudine. Già nel corso della sua vita Gesù si era contrapposto alle due passioni che aggrovigliano il cuore umano: l’avidità e l’orgoglio, risorse del potere decaduto, e ancora più in profondità, la paura nascosta della morte. Ma se siamo veramente risuscitati nel Risorto, se la morte è già alle nostre spalle, sepolta nelle acque del battesimo, allora non abbiamo più bisogno né di schiavi né di nemici per proiettare su di loro la nostra angoscia e il nostro desiderio di essere simili a un dio che spadroneggia. Al cuore del pasto eucaristico, Luca pone la discussione tra i discepoli per sapere “chi è il più grande”. Il pasto eucaristico ha lo scopo di suscitare tra i discepoli una nuova prassi, opposta al gioco delle ambizioni. Non è la grandezza quello che Gesù rifiuta, ma: “colui che vorrà diventare grande tra di voi, si farà vostro servo”. La vera grandezza non è nel dominare, ma nel servire.
Queste parole di Gesù mettono in risalto una netta opposizione fra due modi di concepire l’autorità. Non a caso c’è di mezzo un “ma”, le due logiche non possono convivere e ogni tentativo in merito è pura illusione; l’una prevarrà sempre sull’altra. Per il Vangelo se un uomo è chiuso in se stesso, nei propri interessi, lo è dappertutto, nella vita privata come nella vita pubblica. Questo sta a dire che non si possono vivere alcuni spazi come servizio e altri come ricerca di sé. Lo stile, di dominio o di servizio, accompagna la persona ovunque.
Un aspetto ulteriore, messo in luce da Luca, fa vedere come Gesù non sta parlando di autorità ma, ancora prima, di esistenza: “Sono venuto per…”. Servire è un modo di esistere, uno stile che nasce dal profondo di noi. Volendo continuare una ulteriore osservazione emerge, servire in concreto significa vivere prendendosi a carico gli altri, le moltitudini. È questo il significato della parola riscatto, che allude alla solidarietà fra parenti, per esempio: quando una persona è in difficoltà, di qualsiasi difficoltà si tratti, suo fratello non può far finta di nulla perché ciò che è successo lo riguarda. Così si deve vivere, nel privato come nel pubblico. Sentirsi responsabili è una cosa che non si improvvisa, ma si costruisce. Per esercitare l’autorità, stando alle parole di Gesù, non basta solo, seppur doverosa, la competenza, ma si richiede una giusta attrezzatura morale, un modo giusto di concepire la propria vita. Il servizio è un modo di vivere, non semplicemente qualcosa da fare o un compito da svolgere. Non si tratta solo di concepire l’autorità come servizio o come potere. Si tratta ancora prima di concepire l’esistenza come potere o come dominio. Quindi Gesù non sta semplicemente proponendo una diversa concezione dell’autorità, bensì un modo diverso di concepire l’esistenza: e questo modo nuovo determina e condiziona il modo di esercitare l’autorità. Si tratta del presupposto primo su cui si radica la Dottrina sociale, spesso disatteso, ma indispensabile nel recare il suo contributo alla  rinascita di uomini nuovi in grado di contribuire e dare l’anima per la rinascita della politica in forme nuove.
*da Azione sociale 5/2012

Ridare anima all’agire politico
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