Riforma Popolari: la premessa sbagliata

Il sistema bancario dovrebbe sostenere lo sviluppo delle diverse attività industriali e imprenditoriali, ma anche delle attività svolte dalle cooperative sociale presenti sul territorio. Se questo è vero, la riforma delle banche popolari è partita sicuramente da una premessa sbagliata: mira a soddisfare le esigenze della grande finanza invece di privilegiare le strutture del credito direttamente legate al territorio e alla sua crescita economica.  Secondo la riforma delle Popolari, fatta senza alcun coinvolgimento dell’Assopopolari, le 10-11 banche popolari con attivi superiori a 8 miliardi di euro dovranno essere trasformate in società per azioni.

Il problema è nella “grandezza”, sembra il contenuto del messaggio politico: finché popolari e cooperative rimangono piccole, bene, ma se crescono allora non possono partecipare al gioco delle grandi. Gli attuali organi di gestione, in quanto organismi di tipo cooperativo, sono eletti con il voto capitario. Cancellarlo implica l’assunto che la forma giuridica cooperativa rappresenti uno svantaggio competitivo. Al contrario crediamo che il ridurne la frammentazione sarebbe un modo per garantire a queste banche una maggiore competitività, più profitti e un miglioramento delle condizioni patrimoniali. E quindi, una maggiore capacità di fare credito a cittadini e imprese.

Per questo le Acli avevano chiesto di mantenere il voto capitario delle banche popolari e di credito cooperativo, perché credevano che, pur con la necessità di qualche riforma interna, costituisse un sistema di finanza attenta al sociale, orientata allo sviluppo del territorio e capace di difendere le proprie risorse dagli assalti della finanza speculativa.

Come osserva Sergio Gatti dallo scoppio della crisi economica “si assiste ad un paradosso ormai evidente: le banche di comunità, banche dei territori, che non hanno obiettivi speculativi, che hanno continuato a sostenere l’economia reale in questi anni terribili, non vengono considerate dalle Autorità regolatorie nella loro specificità normativa, organizzativa e valoriale. E soprattutto nella loro efficacia”.
Sono le banche territoriali a sostenere la crescita e a fornire ossigeno al sistema produttivo italiano rappresentato, come noto, per il 95% dalle piccole e medie imprese. Nel nostro Paese tra il 2011 e il 2013 le banche popolari hanno aumentato del 15,4% il credito offerto alle imprese e alle famiglie mentre le banche spa lo hanno diminuito del 4,9%.

La riforma delle banche popolari segnala come stiamo sempre più emergendo un visione della finanza che vuole tagliare il legame con il territorio. Come sostiene Salvatore Rizza “il passaggio da banca ‘territoriale’ a banca ‘universale’ comporta l’acquisizione di talune specificità ma anche la perdita di quelle caratteristiche che le rendevano peculiari: il legame con il territorio, con le persone del luogo e con tutte le realtà, soprattutto economiche”.

L’approfondimento di www.benecomune.net del mese di aprile del titolo “In difesa dei valori negoziabili. E’ possibile il primato dell’etica nel risparmio e negli investimenti?” intende offrire un contributo che parta dall’agenda politica ed economica – la riforma delle popolari – per leggerla ed interpretarla, ma soprattutto per cercare di andare oltre, di offrire criteri diversi da quelli che dominano le scelte economiche e finanziarie.

I diversi contributi proposti da economisti (Leonardo Becchetti), storici del settore finanziario (Riccardo Milano), sociologi (Salvatore Rizza), uomini che ricoprono importanti responsabilità nel mondo finanziario italiano (Ugo Biggeri, Marco Morganti, Sergio Gatti) ed ecclesiale (don Fabiano Longoni) e la parola finanza etica cercano di rispondere ad alcune domande di fondo: è possibile contrastare il dominio del profitto? Il Dio denaro, che Papa Francesco chiama lo sterco del diavolo, ha vinto?  Il denaro può essere utilizzato in modo etico, ossia considerandolo come un mezzo e non un fine? E’ possibile investire i risparmi in modo utile, sostenibile sul piano sociale ed ambientale?

Ne esce un quadro ricco e variegato che mostra come il desiderio dell’uomo di un uso etico del denaro per un maggior bene comune, abbia radici antichissime di tipo culturale, sociale e religioso.  Come osserva Leonardo Becchetti “la storia futura ci dirà se l’aspirazione naturale dell’uomo a realizzare in tutte le dimensioni della propria vita (tanto più in quella costitutiva del lavoro), le proprie aspirazioni ideali e a soddisfare le proprie motivazioni intrinseche potrà essere sempre più soddisfatta dalla costruzione di istituzioni e di intermediari bancari sempre più in grado di realizzare tali motivazioni profonde. Dipenderà da noi e da come sapremo, da consumatori, risparmiatori, elettori e cittadini premiare lo sforzo di cambiamento e la capacità delle istituzioni finanziarie di coniugare etica e valore economico“.

Riforma Popolari: la premessa sbagliata
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