Riformare i partiti per riformare la politica

La perdita della fiducia nei confronti dei partiti è ormai una costante nei sondaggi politici. Non vi è dubbio che i partiti abbiano fatto di tutto per meritarsi questa pessima considerazione. E in Italia più che altrove, anche se il problema è diffuso ovunque. Purtroppo, però, questa emorragia di credibilità sta trascinando a fondo anche l’idea stessa di democrazia, di cui i partiti sono la nervatura. Nelle democrazie moderne, infatti, uno dei diritti più importati dei cittadini è quello di associarsi per contribuire alla determinazione della vita politica nazionale attraverso i partiti, appunto, e le associazioni sindacali.

I partiti politici sono strumenti necessari di partecipazione, espressioni della società civile che, per volontà del legislatore, risultano dotati di alcune funzioni pubbliche, pur non potendosi sostituire all’elettore, unico titolare della sovranità popolare. Pertanto, è quantomeno curiosa l’assenza di un testo che delinei i requisiti necessari affinché essi possano svolgere in trasparenza, e quindi in democrazia, le loro attività.

In ragione di tale mancanza la Direzione nazionale Acli ha approvato un documento in cui si sollecita una legge di riforma dei partiti politici che, in attuazione dell’articolo 49 della Costituzione (“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”), ne garantisca la democrazia interna e ne limiti derive liberistiche e plebiscitarie; una legge di cui si discute dai tempi dell’Assemblea costituente, ma che non ha mai trovato compimento.

Non c’è da sorprendersi del fatto che il tema della democrazia nei partiti, legato a doppio filo a quello dei costi della politica e dei mezzi di finanziamento, animi il dibattito politico già dall’indomani della Liberazione e a partire dai lavori dell’Assemblea Costituente. Quel che sorprende, piuttosto, è che in tutti questi anni ancora non sia stata trovata una soluzione valida e ragionevole. Né i referendum sulla riduzione delle preferenze (1991), sul sistema maggioritario (1993) e sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti (1993) hanno aperto la strada a una stagione riformista. Al contrario, con la nascita della Seconda repubblica il dibattito ha subito una brusca battuta d’arresto senza giungere a una soluzione. Anzi, con la personalizzazione della politica imposta dal sistema maggioritario, l’accentramento del potere nei vertici dei partiti è aumentato significativamente e sempre più spesso si assiste ad una sostanziale identificazione fra il leader carismatico di un partito e il soggetto politico che egli guida.

È dunque fondamentale che i partiti recuperino al più presto la loro funzione di formazione intermedia tra l’individuo e le istituzioni e che se ne definiscano con chiarezza i limiti della sfera di azione, superando così le gravi degenerazioni che hanno portato a una delegittimazione degli stessi e alla negazione della loro stessa utilità. I partiti, per essere rappresentativi, devono tornare ad essere uno strumento democratico in mano ai cittadini, recuperare la vocazione territoriale e ricordare il loro essere “associazione politica”. E ciò è possibile solo prevedendo istituti che costringano i partiti a darsi ordinamenti interni a base democratica.

Vale la pena ricordare che Costantino Mortati, già in Assemblea Costituente, ebbe modo di proporre la formulazione di quello che poi sarebbe diventato l’art. 49 della Costituzione, prevedendo la riserva al legislatore ordinario delle norme di organizzazione interna su base democratica dei partiti politici. Allo stesso scopo, comunque, si potrebbe pervenire interpretando la locuzione “con metodo democratico” contenuta nell’art. 49, nel senso dell’obbligo di dotarsi di un’organizzazione interna democratica, analogamente a quanto, per esempio, è stabilito dall’art. 39 per il sindacato. E ove il partito non lo faccia, la legge lo costringerebbe, disciplinando il finanziamento dei partiti, con riguardo alle loro organizzazioni centrali e periferiche, e prevedendo le forme e le procedure più adatte ad assicurare la trasparenza e il pubblico controllo del loro stato patrimoniale e delle loro fonti di finanziamento. La legge detterebbe altresì disposizioni dirette a garantire la partecipazione degli iscritti a tutte le fasi di formazione della volontà politica dei partiti, compresa la designazione dei candidati alle elezioni, il rispetto delle norme statutarie, la tutela delle minoranze. 

Riformare i partiti per riformare la politica
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