Rivoluzioni nordafricane: quale futuro per i paesi del mediterraneo?

È difficile sottrarsi alla tentazione di accostare nel nostro attuale quadro geopolitico fatti tra loro lontanissimi, anche nello spazio, come l’ondata rivoluzionaria che ha sconvolto gli assetti del Mediterraneo e il terremoto che ha messo in ginocchio il Giappone dallo scorso 11 marzo. Nella distinzione e nella distanza, mi pare che l’uno e l’altro sconvolgimento ci riconducono all’imprevedibilità del mondo in cui viviamo e dunque a mettere in discussione quel sapere previsionale che è il fondamento stesso della modernità tecnologica e scientifica, della politica che in essa si è originata, infine dello stesso modello di sviluppo capitalistico e finanziario a cui si appoggiano o si sono finora appoggiate tutte le nostre visioni di economia, società e futuro. A partire dal dilemma energetico che torna a presentarsi in tutta la sua urgenza.
La Natura e la Storia riemergono come contraltari della nostra – intendo dire occidentale – pretesa di controllare, dirigere, manipolare e decidere la vita e le vite: la prima si scatena nella furia degli elementi primordiali a ridosso del più grande Oceano del globo, la seconda si risveglia da un lungo immobilismo sulle coste meridionali del “mare interno” che fu la culla stessa delle civiltà antiche e dunque dell’Occidente.

In un caso e nell’altro, siamo presi di sorpresa e assistiamo pressoché impotenti ad eventi che nessun nesso causale poteva determinare, almeno nei loro tempi di irruzione, né può garantire nella loro evoluzione, immediata e di lungo periodo.
La “confusione occidentale” di cui parlava ieri un noto editorialista a proposito di Gheddafi diventa così la “cifra” per comprendere lo spaesamento che ci coglie anche di fronte alla vista dell’ oscillazione che fa tentennare l’antenna della Torre di Tokyo, principale simbolo della città. E verrebbe da dire che nell’immaginario collettivo del nostro travagliato inizio di millennio le Torri simbolo del nostro modello di sviluppo, a New York come a Tokyo, segnalano quasi iconicamente la sua intrinseca fragilità. L’Occidente non ha previsto lo tsunami del mondo arabo e la sua primavera democratica, così come la tecnologia del sistema di “allarme rapido” (early warning) per il quale il Giappone è all’avanguardia dal 2007 ha fallito negli 8 secondi di allerta: troppi per salvare decine di migliaia di vite e per impedire l’allarme nucleare. La cronaca di questa mattina ce ne mostra tutta la drammatica realtà.
Oggi parliamo di Nord Africa ma se il nostro pensiero corre sul globo coglie dunque i segnali di una crisi che comunque investe il nostro mondo e il nostro modello di crescita economica, la nostra fame di energia che ormai muove anche il colosso cinese, insieme al ritardo della politica europea e mondiale nel capire e interpretare i segni dei tempi. Questione non politologica ma politica nel senso anche decisionale e urgente che questo termine comporta.
In ritardo sulla storia di paesi a noi vicini, separati da un braccio di mare dalle nostre coste: riconoscerlo significa interrogarsi sulla capacità e sulla stessa possibilità di una governance mondiale, pure invocata dall’enciclica “Caritas in veritate”come sola garanzia di una vera pace mondiale e di un autentico sviluppo.
La vicenda del Maghreb – o piuttosto dovremmo dire dell’intera Mezzaluna araba – ci ha sorpreso negli stereotipi di un immobilismo islamico ma anche nella morsa utilitaristica di una realpolitik che cancellava o metteva a tacere in quella parte del mondo il sogno di universalizzare i diritti umani, la democrazia dei popoli, il bisogno di futuro delle giovani generazioni. Mentre si prepara la battaglia finale di Bengasi e la resistenza di Gheddafi rivela il significato sinistro  dell’affermazione secondo cui “la famiglia Gheddafi è la Libia”, noi siamo interpellati ancora una volta sul ruolo dell’Italia, dell’Europa, dell’ONU, sugli interessi di Cina e Russia, sulla credibilità della “nuova” America di Obama presso le forze che si battono per la democrazia della Mezzaluna. Ma anche e non di meno sul ruolo che le società civili possono e debbono giocare per consentire che i dialoghi del Mediterraneo possano nutrirsi di una presa diretta sulla realtà in movimento, al di là dei rituali diplomatici e degli intrecci energetico-finanziari.

Alcuni nodi su cui riflettere alla luce dei fatti del Maghreb
Sono questi e altri i nodi che la crisi maghrebina (Tunisia, Egitto, Libia…) ci pone davanti come italiani e come europei. E non attengono soltanto alla geopolitica, anche se quell’area del Mediterraneo e del Nord Africa torna ad assumere oggi una sua centralità sul piano internazionale e come laboratorio privilegiato in cui si sta avverando concretamente  il confronto tra il mondo arabo e il mondo occidentale, tra dittature di varia legittimazione (il regime di Ben Ali è diverso da quello di Mubarak e di Gheddafi), in cui si cerca di non pregiudicare la tradizionale convivenza tra la minoranza cristiana e la maggioranza dell’Islam, in cui si assiste ad un risveglio della dignità araba senza (almeno per ora) una motivazione fondamentalista islamica, si assiste inoltre al protagonismo dei giovani arabi e alla soggettività delle donne musulmane – come mai era accaduto prima – e, infine, le molteplici rivolte in corso stanno provocando ondate di emigrazione che vede come protagonisti i rifugiati politici che arrivano sulle nostre coste. Qui si innesta il problema dell’accoglienza nella sua vera dimensione. Infatti, chiamare genericamente “migranti” quanti fuggono dall’area maghrebina e segnatamente dalla Libia non è un’imprecisione terminologica, ma una precisa scelta politica che manipola l’informazione e non fa comprendere che se di rifugiati si tratta, non c’è dilemma o incertezza che tenga :bisogna accoglierli in base al diritto internazionale, oltre che per una questione etica autoevidente.
In sostanza i nodi sono di natura geopolitica; sono attinenti alle questioni relative al confronto islamico-cristiano (alludo in particolare al tema della cristiano-fobia); sono il segnale di un’emergere portentoso di una questione di generazione e di genere in questi Paesi del Maghreb; infine, è la questione del Mediterraneo, che dovrebbe essere riconosciuta in tutta la sua drammatica urgenza, soprattutto dall’Unione europea.
I – Il Nodo geopolitico
Lo ripercorro in rapida sintesi distinguendone i protagonisti e i rispettivi posizionamenti.
L’assenza dell’Ue in politica estera
La crisi libica ha messo a nudo l’incapacità dell’Ue di assumere un’iniziativa comune e condivisa in politica estera. Oltre ai tempi lentissimi prima di pronunciarsi, va sottolineato un pluralismo autolesionista nelle posizioni espresse, eccessivamente diversificate e preoccupate più di marcare il punto di vista del “proprio” Paese che non quello dell’Ue come una sola voce.
È vero che è stata raggiunta una posizione unitaria a Bruxelles al vertice dei capi di Stato e di governo. Non si è parlato di bombardamenti anche se si è lasciato pensare ad un possibile ricorso alle armi. Esemplifichiamo in sintesi le posizioni emerse:
Sarkozy: “per ora mi attengo alle decisioni della Ue, ma si fermi il massacro dei civili”.
Napolitano: “ha fatto bene la Ue a delegittimare Gheddafi: non può più restare al potere”.
Merkel: “vista la situazione odierna non vedo possibile un intervento militare senza un chiaro quadro di legalità”.
La grandeur di Parigi è rimasta isolata all’interno della NATO poiché i piani francesi non appaiono animati da preoccupazioni umanitarie ma da una palese ambizione di protagonismo in un’area strategicamente importante per il petrolio.
L’Italia si è mossa tardi, l’esecutivo e la Farnesina sono apparsi  paralizzati da imbarazzanti e recentissimi precedenti di un’amicizia con Gheddafi che è andata ben oltre la convenienza economica e le ragioni del business. Tuttavia il Consiglio Nazionale di Transizione di Bengasi avrà una sua rappresentanza in Italia, un organo denominato Coordinamento Italiano della Libia Repubblica Democratica “pronto a far sì che la voce del popolo libico raggiunga il popolo italiano”. E’ un segnale ancora troppo debole di una scelta doverosa: quella di coniugare gli interessi con l’etica della solidarietà democratica nella cui prospettiva è necessario guardare alla causa del popolo libico.
Il ruolo della Lega Araba
La Lega Araba si è mostrata più unita e più determinata dell’Ue nel condannare e nell’isolare Gheddafi. Infatti, nel vertice del Cairo, la Lega Araba ha chiesto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU di istituire rapidamente una “no fly zone” in Libia, mentre l’Ue non è riuscita in questo intento. Tuttavia non possiamo affidarci a questa apparente compattezza  di una realtà politica che sappiamo essere complessa, mossa da diversi e contrastanti interessi , anch’essa imprevedibile come tutto il mondo che rappresenta.
L’incertezza degli Stati Uniti
Gli USA sono apparsi troppo condizionati dall’incertezza e dal calcolo di interessi, soprattutto sulla caduta di Mubarak e adesso su Gheddafi. La domanda che ora tutti si pongono è la seguente: se il rais riuscirà a domare gli insorti e a restare al potere, quale sarà l’atteggiamento degli USA e dell’Europa? Fino a che punto “l’era di Obama” riuscirà a manifestare la sua discontinuità ideale e il suo nuovo modo di promuovere la democrazia dei popoli nel mondo?
La lentezza del Consiglio di Sicurezza dell’ONU
Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU appare come un organismo da “Jurassic Park”, un dinosauro di un’altra epoca storica. Si pensi che da quando è iniziata la “rivoluzione dei gelsomini” in Tunisia – quella che è stata chiamata “il risveglio della dignità araba” – non ha ancora battuto un colpo.
Il Mandato d’arresto non può essere rilasciato dal Consiglio di Sicurezza delle nazioni Unite, dall’Unione Africana o dalla Lega Araba, dopo l’apertura di un’inchiesta penale internazionale.
II – Il Nodo del confronto tra Islam e Cristianesimo (tra democrazia e laicità nelle due religioni)
È il nodo del fondamentalismo islamico (finora mancato!), della libertà religiosa e della cristiano fobia, ma anche del protagonismo dei giovani arabi e della inattesa soggettività delle donne musulmane. Qui occorre una comprensione del sostrato religioso dei fenomeni sociali quali oggi emergono, che non abbiamo. Occorre in altri termini capire se e fino a che punto sia in atto una “secolarizzazione”veicolata dalle nuove generazioni e dai nuovi soggetti sociali.
III – Il nodo della politica euro mediterranea
L’Africa bussa alle porte dell’Europa. Torna di grande attualità la vocazione mediterranea della politica estera italiana (oggi pressoché inesistente). Come affrontare l’emergenza delle ondate migratorie che giungono dal Nord Africa e dei molti rifugiati politici? Ho già detto che in questo campo non sono ammesse semplificazioni ad uso di una politica discriminatoria né superficiali sottovalutazioni dei problemi che comunque anche da questo punto di vista il nostro Paese insieme all’Europa in particolare dovrà fronteggiare. E voglio ribadire a questo proposito la specifica responsabilità della società civile nell’orientare le scelte di questa politica mediterranea all’altezza delle nuove sfide.
In sintesi provvisoria  voglio sottolineare, anche per far intendere a pieno il senso di questo incontro seminariale di studio, tutti i nostri interrogativi si debbono misurare  almeno con una doppia incertezza: da un lato, il concreto evolversi degli avvenimenti in un quadro di aperta guerra civile in Libia e di fibrillazione di tutta l’area mediterranea fino a  quella medio-orientale ; dall’altro le decisioni dei protagonisti e co-protagonisti mondiali che appaiono in ritardo sulla storia che si è rimessa a correre, dopo decenni e secoli di stasi. Oltre la necessità di misurare interessi e valori, diritti e convenienze, lavoro delle diplomazie e calcoli delle Borse dobbiamo trarre la lezione da una “primavera araba” che non abbiamo saputo prevedere e che forse nei tempi lunghi stentiamo a sentire come “nostra”, se non nel segno della minaccia e della destabilizzazione economica e geopolitica. 
(Roma, 15 marzo 2011Acli nazionali – seminario “Twitter e blog, rete virtuale e piazza reale, le nuove rivoluzioni non violente: quale futuro per i paesi del mediterraneo?”)

Rivoluzioni nordafricane: quale futuro per i paesi del mediterraneo?
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.096
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 3.081
Fonte UNHCR