Rua do Glicério: la strada dell’immigrazione

La Igreja Nossa Senhora da Paz, la chiesa degli italiani a San Paolo del Brasile, e la Casa do migrante come sono oggi nel racconto di Eleonora Silanus, volontaria in Servizio civile al Patronato Acli di San Paolo.

La chiamano la Chiesa degli italiani, da sempre. Una chiesa moderna in uno dei quartieri più poveri della città. Tuttavia, camminando oggi nella Rua do Glicério l’aria che si respira non è italiana, o meglio, non piú, non solo. Vestiti stesi, gruppi di ragazzi che chiacchierano, signore con bambini per mano che si dirigono verso la chiesa, sembra un comune quartiere di San Paolo. Invece, prestando attenzione, si nota che c’é qualcosa di diverso. La lingua non é il portoghese ma il francese, in quei volti si intravede non solo il Sud America, ma anche l’Africa: la forza di un continente che pur di fuggire da un destino inevitabile non si limita piú ad attraversare i mari, ora attraversa gli Oceani.

Devo aspettare di entrare nel Pastoral do migrante, l’edificio al lato della chiesa, per trovare padre Paolo Parise. É lui ad accogliermi ed é lui a raccontarmi la meraviglia che c’é dietro a questa chiesa.
La costruzione della Igreja Nossa Senhora da Paz é iniziata nel 1939. É stata costruita dagli italiani per gli italiani. Nel 1939 erano loro a popolare la Rua do Glicério, erano loro i vestiti stesi e loro le chiacchiere, ovviamente in italiano. I primi arrivavano dal Nord Italia, per sostituire gli schiavi nelle piantagioni di caffè; la causa della seconda ondata migratoria è invece da ricondursi alla povertà del dopoguerra. Basti pensare che nel período dal 1872 al 1952 il numero di italiani entrati nello stato di San Paolo (878.102) superò quello di qualsiasi altra nazione (Fond. Migrantes, Rapporto Italiani nel Mondo 2011, Idos, 2011).
Ed é per loro che è stata costruita la chiesa che doveva rappresentare allo stesso tempo la memoria del proprio Paese e la speranza di una nuova vita in Brasile.

Mentre padre Paolo racconta, mi mostra le foto della costruzione della Chiesa, e subito dopo quella che rappresenta l’inizio degli scavi ce n’é una che ritrae cinque bambini giapponesi: “guarda, c’erano sin da subito gli extraterrestri”. Sí, perché le divisioni non sono mai andate a genio a questo luogo; ha sempre voluto essere il centro dei migranti, nessuno escluso. Era il punto di incontro degli italiani, con la messa in italiano, allora l’unica in San Paolo. Ma da subito, spontaneamente, iniziava a percepirsi una forte integrazione tra italiani e brasiliani, che partiva dalla fede e arrivava fino alla vita sociale.

Il progetto della Congregazione di San Carlo, che ha tanto voluto e seguito la costruzione della chiesa, non si é limitato alla parrocchia, ma si è spinto fino ad un completo centro di assistenza: scuole per adulti e bambini, teatro, cinema, sport, sede delle prime associazioni regionali di italiani.
La Congregazione dopo pochi anni si é trovata di fronte a nuove esigenze, non solo italiane ma, piú in generale, straniere. A partire dal 1960 la Congregazione si è aperta ai migranti di tutte le nazionalitá, a cominciare dai brasiliani provenienti dalle zone piú povere del Paese, per poi arrivare ai coreani, boliviani, cileni, peruviani.

Basta entrare nella chiesa per constatare quanto sia “multietnica”: nelle piccole cappelle votive, a fianco dei santi italiani ci sono quelli degli altri Paesi.
Ultimi nel tempo sono stati gli haitiani, 650 persone accolte dalla Missão Paz tra il 7 e l’11 aprile 2014. La risonanza della “questione haitiani” nella cittá e nel Paese è stata enorme e ha mostrato l’impreparazione del governo brasiliano ad accogliere le grandi quantitá di migranti ai quali vengono concessi i visti umanitari. La legge sull’immigrazione é datata ai tempi della dittatura militare e le politiche sociali statali a riguardo sono molto ridotte.

Il numero di immigrati presenti in territorio brasiliano sta aumentando di anno in anno: tra il 2010 e 2011 il numero di stranieri regolari residenti é aumentato del 57%. La normativa e il carente sistema di assistenza sociale rendono ancora piú difficile la permanenza. Secondo i dati ufficiali, l’effettivo numero degli stranieri presenti nella capitale paulista sale del 50% se si considerano le stime degli stranieri in situazione irregolare. Partendo da questi dati, risulta facile immaginare l’ingente rischio di sfruttamento e traffico di persone.

Come in Italia, anche qui é il terzo settore a rispondere alle necessitá di chi si trova in questa condizione di vulnerabilitá. Il governo cerca di adeguarsi e manifesta una certa volontà di cambiare le cose: padre Paolo e altri protagonisti del Terzo settore si recano regolarmente a Brasilia per confrontarsi con rappresentanti della politica brasiliana, ma la situazione è complicata e “come sempre le spinte verso l’alto devono arrivare da tutta la comunità”, aggiunge.

La Missão Paz non si limita ad accogliere i migranti, ma offre loro servizi di mediazione, assistenza legale, crea contatti e monitorizza il percorso lavorativo degli stranieri, che proprio in forza della loro condizione piú vulnerabile soffrono spesso della piú assoluta mancanza di rispetto dei diritti primari.

La comunitá delle “vecchie migrazioni” é sempre presente per il sostegno ai nuovi arrivati: da quella degli italiani, con raccolte fondi e beni di prima necessitá, fino ad arrivare alle altre comunitá sudamericane, “qualche settimana fa avresti potuto vedere le donne cilene cucinare per gli haitiani”. Insomma, qui é difficile dimenticarsi cosa voglia dire essere emigrante.

Padre Paolo, mostrandomi l’intera struttura, mi racconta le piccole grandi storie che si nascondono dietro i volti che incontriamo. C’é la bambina che é rimasta con la mamma per giorni nella stiva di una nave che ha attraversato l’oceano per arrivare fino a qui, e che dagli occhi brillanti e fermi non lascia trapelare nulla della tragedia vissuta. C’é il giovane haitiano, al quale serviva qualcuno che si prendesse cura della figlia mentre lui e la moglie cercavano e iniziavano un nuovo lavoro, che ora dice a padre Paolo che non gli serve piú, che riescono a cavarsela da soli. “Avrebbe potuto dirmi che ne aveva ancora bisogno, e invece ha preferito essere sincero”, commenta padre Paolo, che conosce tutti e parla con tutti (dicendo incredibilmente sempre sí). L’ambiente é come lui: sereno, ironico e pieno di passione.

Prima di andare via mi racconta la sua storia: arrivato da Maróstica, in provincia di Vicenza, ci ha messo un po’ ad abituarsi alle difficoltà di questo Paese, é stato per anni nelle favelas di San Paolo, “là ci ho lasciato il cuore”. Invece no, sono sicura che padre Paolo l’abbia portato fino a qui il cuore, insieme all’accento veneto.
 

Rua do Glicério: la strada dell’immigrazione
close-modal
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.022
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 2.992
Fonte UNHCR