Sarajevo 5 Aprile 1992, ponte Vrbanja

Bosnia, vent’anni dopo. “Noi, quella guerra, non siamo stati capaci di impedirla”.
“Il male non è soltanto di chi lo fa: è anche di chi potendo impedireche lo si faccia non lo impedisce”. Tucidide
La guerra si estese in Bosnia a fine marzo. Cominciò con l’inizio della primavera a Bosanski Brod, Bijelina e nella valle della Drina, ma nella memoria collettiva rimarrà per sempre legata all’assedio della sua città capitale, Sarajevo, la città che tutti conoscevano per le olimpiadi invernali del 1984.
E l’assedio iniziò quando sembrava che in realtà tutto dovesse finire, il 5 e il 6 aprile, quando la città fu invasa dai suo abitanti che occuparono le piazze e il parlamento tutta la notte con comizi e canti e i pullman dei minatori arrivati all’indomani da altre regioni, per dire “no alla guerra e al nazionalismo”. E invece risposero con le fucilate sul ponte.
La copertura dei media
Le prime notizie su giornali italiani apparvero in articoli in taglio basso nelle pagine interne. Allora la cronaca era dominata dalle ultime elezioni politiche della prima repubblica, da li a pochi mesi le inchieste giudiziarie avrebbero chiuso un’epoca travolgendo uomini e partiti. Non interessava altro.
Ma si ricorda un appello, un’intera pagina pubblicata dal ex ministro sovietico Eduard Shevardnadze, allora premier della Georgia che chiedeva all’Europa e al mondo di non abbandonare il suo paese.
Nessuna pagina, nessun manifesto apparve per la Bosnia. Poi, con il passare dei giorni, gli articoli divennero mezze pagine poi pagine intere poi prime pagine e l’intero circuito mediatico internazionale si trasferì a Sarajevo.
L’impatto sul movimento pacifista
Quell’evento ha segnato la storia della società civile del movimenti pacifista, delle ong, la storia di tanti di noi. Abbiamo cercato le nostre coerenze, rispetto ai progetti e alle iniziative messe in campo. Abbiamo declamato i valori di cui siano stati capaci, le marce, i furgoni, le carovane pacifiste.
Ma rimane una dato storico, certo e inequivocabile: noi europei, noi governi, noi politici, noi sindacalisti, religiosi, soldati, pacifisti, diplomatici… Noi, quella guerra, non siamo stati capaci di impedirla. Una volta scoppiata, abbiamo aiutato, ma non poteva bastare: avremmo dovuto fermare il male e non lo abbiamo fermato.
Nell’occasione di questo ventennale temo, come tutti, la retorica stucchevole, i bilanci sopra le righe. Ma soprattutto il rischio di inchiodare i nostri amici bosniaci al ricordo e alla rievocazione degli spettri dello loro passato, quando invece si vorrebbe solo guardare avanti, nella speranza e nella volontà di costruire un’altra storia, un altro futuro per sé, per gli amici, per il proprio Paese.
Memoria dolorosa e futuro
E però, dobbiamo correre il rischio e per forza partire da ciò che è stato. E qui ho come la sensazione che prevalga in noi, una rimozione consapevole, una fatica a parlare di quel che realmente successe allora.
Intendo dire che in questi anni tanti volontari, cooperanti, professori, giornalisti, hanno denunciato la lentezza del dopoguerra, i nodi irrisolti, i rischi di nuovi conflitti, i limiti degli accordi di pace, le responsabilità internazionali, la miopia della politica europea nei confronti di quel paese. Tutto cose vere e cogliamo l’occasione anche oggi per riaffermarle.
Però mi chiedo se per spiegare la fatica della Bosnia di darsi una prospettiva, oltre a Dayton, oltre l’Europa, oltre l’Onu, non sia necessaria un’altra trama, un’altra chiave di lettura. E, cioè, se dietro questa fatica non ci sia anche la difficoltà di affrontare un discorso pubblico sulla violenza subita e sulla violenza agìta su quelle persone, su quelle comunità e sulla responsabilità individuale e collettiva.
Mi chiedo quanto tempo realmente ci si è dati per raccontarsi quel che è successo.La riconciliazione, l’elaborazione del lutto, il superamento dell’odio ha bisogno di tempo e di spazio per essere declinato.La società bosniaca se lo è dato questo tempo? Le è stato concesso? È stata aiutata a farlo?
Il male era riapparso in Europa
Dovremmo interrogarci di più e a fondo su quel grumo nero, sul male che si manifestò allora, perché ­– diciamolo – il livello di violenza, di brutalità, di efferatezza, di degrado fisico e morale rivolto contro quelle popolazioni – pensiamo solo alla pratica sistematica dello stupro – è stata un evento inaudito e imparagonabile se non con gli eccidi della guerra mondiale.
Per chi ebbe occasione di girare per quei luoghi nei primi anni del dopoguerra, non ci volle molto a capire, dalle cose che mano a mano “cadevano” sotto i nostri occhi, che quello che si vedeva era molto di più che il paesaggio rovinoso di una guerra combattuta tra due eserciti. Villaggi rasi al suolo, gente passata per le armi, deportati. La verità è che in quei luoghi, a soli 200 km da Trieste, in un posto che nessuno di noi aveva mai sentito prima il fascismo e il nazismo si era manifestato di nuovo 50 anni dopo, sotto nuove spoglie, e ci si squadernava davanti a noi, increduli, con tutte le sue atrocità.
Il male era riapparso e, come il diavolo nei racconti di Elie Wiesel, nessuno lo aveva riconosciuto prima, nessuno lo aveva fermato.
Per anni mi sono interrogato senza risposta su come sia stato possibile che i padri e figli, le classi della Jugoslavia della lotta partigiana, dell’esaltazione – pur con tutta la sua retorica – della pedagogia del progresso socialista, la nazione leader all’Onu dei paesi non allineati abbia potuto produrre al suo interno una simile tragedia, un simile carico di odio, violenza ed orrore.
Allora capii, capimmo tutti, nello sbigottimento generale di vedere una guerra in casa dopo 50 anni, che tutte le comunità possono dissolversi, che il progresso morale e civile non può essere mai dato per scontato, che nessun popolo è al riparo dal disastro morale collettivo.
Solo che, dice Todorov citando il diario dell’ebrea Hillesum, questi orrori non sono un pericolo misterioso e lontano, ma possono essere vicino a noi e manifestarsi così, in una mattina qualsiasi, alla fermata del tram, nel febbraio del 1942 ad Amsterdam o, come accadde il 5 Aprile, a Sarajevo sul ponte Vrbanja, dove morirono Suada e Olga destinate a diventare simbolicamente le prime vittime dell’assedio e della guerra.
Due donne, non a caso forse, perché se un’opposizione ci fu, seppure minoritaria, fu rappresentata dalle donne; anche se furono solo una elite intellettuale consapevole, una su tutte il movimento delle Donne in Nero di Belgrado. […]
Furono 4 anni terribili dal 1992 al 1995. 100 mila morti, 2 milioni tra profughi e sfollati, Srebrenica. Tutto ciò rimarrà per sempre una vergogna indelebile nella memoria collettiva della storia d’Europa, della nostra storia
“Un giorno questo dolore ti sarà utile”, ha scritto anni fa Peter Cameron in un libro diventato da poco anche un film. Io non so se può esserci un utilità nel dolore, sento però che tutti noi abbiamo almeno l’obbligo morale di lavorare, perché quello che successe 20 anni fa non si ripeta più, né li né altrove.
Post scriptum
Sono passati 15 anni da quando nel marzo del 1997 a Krasulje, nel nord della Bosnia, senza volerlo vidi una fossa comune, i corpi recuperati e portati a Sanski Most.
E poi il cortile attorno a quella scuola disseminata di steli di legno verdi… Non ebbi la forza e l’impudenza di fare una foto: lo sgomento (o la vergogna) prevalse sull’esigenza di documentare e del resto non ero né volevo essere un giornalista.
Non sono più tornato a Krasulje. So che adesso li c’è un mausoleo, so che i responsabili sono stati condannati all’Aja. So che il peggiore di quei carnefici ha fatto la fine che si meritava.
Ogni volta che vado da quelle parti e parlo con gli amici bosniaci bevo con loro, mangio con loro: non parliamo mai della guerra, non faccio mai domande, ma penso spesso a quel luogo.
Vedo che finalmente vive e cresce una generazione che la guerra non la conosciuta e guarda avanti libera e va bene cosi.
È a quelle generazioni che bisogna pensare e a cui bisogna parlare, ricordando quello che è stato ma senza che il morto afferri il vivo, come l’Angelus Novus dipinto da Klee, con lo sguardo rivolto solo alle rovine del passato.
E poi penso che solo una ritrovata sacralità della persona umana, non solo declamata ma cresciuta e vissuta e resa consapevole nel corpo delle nostre società, giorno dopo giorno, solo questa sacralità, laica o religiosa che sia, potrà essere la vera diga in grado di reggere alle sfide future e ai rischi che la nostra storia umana, temo, ci offrirà ancora nel prossimo futuro.
*vicepresidente Ipsia-Acli

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