Se comune virtuoso fa rima con mafioso

È giusto considerare “virtuoso” un comune commissariato per mafia? Se facessimo un sondaggio popolare, è assai probabile che la maggior parte degli intervistati risponderebbe di no.

Eppure il Mef non ha avuto dubbi a includere il comune di Leinì, in provincia di Torino, fra gli enti “virtuosi”, sebbene i suoi organi elettivi siano stati recentemente azzerati per le riscontrate influenze della ‘ndrangheta.

La scelta è collegata alla gestione del cosiddetto Patto di stabilità interno (Psi) e mira a individuare gli enti meritevoli di un allentamento dei relativi vincoli.Ma si tratta di una strategia poco convincente. Quella di Leinì, infatti, non è l’unica anomalia: scorrendo l’elenco dei 143 comuni “virtuosi”, si trovano altri casi dubbi, come Portoscuso, in Sardegna, il cui sindaco è stato recentemente arrestato per corruzione e concussione, oppure Monte San’Angelo, anch’esso commissariato a causa delle dimissioni in massa dei rispettivi consiglieri.Ma cosa significa essere un ente “virtuoso”?
COME SI MISURA LA VIRTUOSITÀ DI UN ENTE?
Del tema ci eravamo già occupati tempo fa, sottolineando come la virtuosità sia divenuta, da qualche anno, una sorta di mantra della finanza pubblica italiana. In quell’occasione avevamo messo in evidenza come l’eterogeneità dei parametri utilizzati per operare la scelta portasse talora alla paradossale conseguenza di considerare un ente, allo stesso tempo, virtuoso e prossimo alla bancarotta.Il legislatore ha cercato di ovviare al problema e con la manovra dello scorso luglio (Dl 98/2011) ha previsto di suddividere Regioni, province e comuni in diverse classi di merito (inizialmente quattro, poi ridotte a due) sulla base di una lunga lista di parametri contabili e finanziari. La metà circa di questi è rivelata fin da subito inapplicabile per mancanza di dati e quindi gli indicatori si sono ridotti a quattro: rispetto del Psi, autonomia finanziaria, capacità di riscossione delle entrate ed equilibrio di parte corrente.È sulla base di questi criteri che sono stati individuati i 143 comuni virtuosi (cui si aggiungono quattro province e tre Regioni,), tutti perlopiù padani: un indiscutibile successo per la Lega Nord, che aveva fortemente voluto la riforma, anche se ora, per una specie di contrappasso, rischia di non goderne a pieno i frutti.È ovvio che misurando la virtuosità solo in questi termini può accadere di includere nella lista dei “buoni” anche enti che, sotto altri profili, presentano criticità: oltre ai casi estremi citati, possiamo pensare a enti con elevati tassi di criminalità o con basse percentuali di raccolta differenziata eccetera.Va anche evidenziato che gli stessi parametri utilizzati sono discutibili: perché, ad esempio, valutare il rispetto del Patto, come è stato fatto, solo con riferimento a un anno (il 2010), includendo fra i “virtuosi” enti che magari hanno sempre sforato il Psi tranne che nell’anno considerato? O ancora, perché considerare come parametri l’autonomia finanziaria misurandola (come è stato fatto) sui dati relativi al 2009, prima che partisse la fiscalizzazione dei trasferimenti erariali prevista dal federalismo fiscale?Più in generale, presentare bilanci formalmente corretti non significa sempre essere “virtuosi” e ci sono altrettante probabilità che un’amministrazione (corrotta e mafiosa o meno) sia abile a aggiustare i conti piuttosto che realmente capace di tenerli sotto controllo.La virtuosità dovrebbe essere influenzata anche e soprattutto da numerosi altri fattori: efficacia ed efficienza nella gestione dei procedimenti amministrativi e dei servizi, trasparenza, sostenibilità ambientale delle politiche, qualità della spesa erogata, e così via.L’elenco potrebbe essere lunghissimo. Ma il punto è: ne vale la pena?Considerati i vantaggi per gli enti virtuosi, certamente sì. I primi della classe, infatti, beneficiano del sostanziale azzeramento del proprio obiettivo di Psi e potrebbero (anche se al momento non è certo) recuperare in tutto o in parte i tagli alle entrate operati dalle ultime manovre. (1)Ma c’è di più: il peso finanziario degli sconti rimane comunque a carico di ciascun comparto (comuni, province e regioni), ovvero sulle spalle dei non virtuosi, che si trovano così a fronteggiare un Psi più pensante e tagli maggiori.Scelte sbagliate o poco limpide, quindi, rischiano di penalizzare doppiamente enti realmente virtuosi.
UNA POSSIBILE ALTERNATIVA
Considerate le oggettive difficoltà nell’individuare una definizione condivisa e condivisibile di virtuosità, che ragionevolmente dovrebbe andare al di là del mero ambito finanziario e contabile, forse conviene considerare possibili alternative. Una potrebbe essere quella di cambiare prospettiva, cercando di privilegiare, non gli enti, bensì le spese (e le politiche) virtuose.Gli spazi finanziari attualmente utilizzati per erogare gli sconti agli enti (identificati come) più bravi (nel 2012, pari a poco meno di 200 milioni di euro) potrebbero confluire in un “fondo” che serva ad accelerare l’attuazione di programmi ritenuti prioritari, secondo una logica che è già presente nell’attuale struttura del Psi (che prevede delle voci escluse dai relativi vincoli), ma che potrebbe essere opportunamente calibrata su obiettivi strategici. In tal modo, oltre a evitare la parcellizzazione degli interventi (molti dei comuni virtuosi sono di piccole dimensioni), consentirebbe di adottare anche un orizzonte pluriennale, mentre ora è possibile, anzi probabile, che alcuni enti siano considerati virtuosi solo per un anno, finendo quello successivo nel girone dei peccatori.In conclusione, sarebbe necessaria più programmazione e meno propaganda.
(1) Nel caso di Leinì c’è un ulteriore paradosso: il comune, in quanto commissariato ai sensi dell’art. 143 del Tuel, è ipso facto escluso dal Psi fino alla rielezione degli organi istituzionali. Non potrà quindi usufruire del premio conquistato.
*fonte: www.lavoce.info

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