Sgomberi, i “fuori censimento”

Mentre siamo tutti impegnati a compilare i moduli del censimento per fornire una fotografia di chi la sera del 9 ottobre scorso aveva comunque un alloggio in cui rifugiarsi, le crescenti segnalazioni degli operatori sociali ci invitano ad alzare lo sguardo fuori della finestra del nostro alloggio verso chi vive per strada, alla stazione, in auto o in un degradato campo alla periferia della nostra città. Persone sì, ma spesso invisibili o rimosse come rifiuti. Secondo Articolo 21 e l’European Roma Rights Centre, a Milano tra maggio 2010 e maggio 2011 sono avvenuti 189 sgomberi. A Roma 430 (154 solo tra marzo e maggio 2011). Ovviamente, siccome non si danno sufficienti alternative e la gente da qualche parte deve pur stare, a Roma si sono poi creati altri 256 insediamenti informali.

Le norme ci sono ma restano lettera morta
I trattati internazionali, anche quelli sottoscritti dall’Italia, parlano chiaro ma per lo più sono lettera morta. 
Il testo fondamentale è l’art. 11 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali. Gli Stati che lo hanno firmato, “riconoscono il diritto di ogni individuo ad un livello di vita adeguato per sé e per la propria famiglia, che includa alimentazione, vestiario e alloggio adeguati, nonché al miglioramento continuo delle proprie condizioni di vita. Gli Stati parte prenderanno misure idonee ad assicurare l’attuazione di questo diritto”. L’art. 17 del Patto internazionale sui diritti civili e politici aggiunge che “nessuno può essere sottoposto ad interferenze arbitrarie o illegittime nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa(…)”. La Convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale (art. 5., comma e) dice che il diritto all’alloggio non può essere limitato da improprie discriminazioni basate sulla provenienza etnica. 
Tra i soggetti che potrebbero patire di più dalla violazione del diritto ad un alloggio adeguato, ci sono senz’altro i minori. Di essi si occupa la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. All’art. 27 si aferma: “Gli Stati parti adottano adeguati provvedimenti, in considerazione delle condizioni nazionali e compatibilmente con i loro mezzi, per aiutare i genitori e altre persone aventi la custodia del fanciullo ad attuare questo diritto e offrono, se del caso, un’assistenza materiale e programmi di sostegno, in particolare per quanto riguarda l’alimentazione, il vestiario e l’alloggio”.
Il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti economici, sociali e culturali non ha mancato di sottolineare che “il diritto all’alloggio non dev’essere interpretato in senso limitato o restrittivo tale da riferirsi alla fornitura di un rifugio dotato solo di un tetto sopra la testa o che consideri un rifugio come luogo confortevole. Piuttosto, dev’essere visto come il diritto a vivere in un luogo in sicurezza, pace e dignità”.
Anche l’Europa ha inserito nei suoi testi la menzione del diritto all’alloggio. La Carta sociale europea del Consiglio d’Europa (1996) nel Preambolo afferma esplicitamente che “Tutte le persone hanno diritto all’abitazione” premurandosi poi di fornire ulteriori dettagli per alcune specifiche categorie più a rischio: portatori di handicap, anziani, poveri, lavoratori migranti e loro famiglie. A questi ultimi gli Stati Parti si impegnano ad assicurare “un trattamento non meno favorevole di quello concesso ai loro connazionali” in varie materie tra le quali “l’abitazione” (art. 19,4 lett. c)). Lo stesso documento, all’art 31 dispone che “Per garantire l’effettivo esercizio del diritto all’abitazione, le Parti s’impegnano a prendere misure destinate: 1. a favorire l’accesso ad un’abitazione di livello sufficiente; 2. a prevenire e ridurre lo status di”senza tetto”in vista di eliminarlo gradualmente; 3. a rendere il costo dell’abitazione accessibile alle persone che non dispongono di risorse sufficienti”.
Qualora non fosse sufficiente il buon senso, il diritto internazionale suggerisce anche come procedere negli sgomberi. Deve trattarsi di interventi eccezionali da attuare quando non vi siano alternative. Si deve pur sempre garantire una previa consultazione con le persone coinvolte, una informazione adeguata e una tempistica tale da consentire agli interessati di proporre ricorso alla magistratura. Durante le operazioni di sgombero va comunque salvaguardata la dignità, l’incolumità fisica e la sicurezza delle persone allontanate. Oltre a un risarcimento equo per i beni andati eventualmente distrutti nel corso dello sgombero, dev’essere garantita una sistemazione alternativa in luoghi che soddisfino i criteri dell’alloggio adeguato e che consentano ai nuclei familiari di restare uniti.


Segnali allarmanti

Sono quelli che ci giungono dal mondo del disagio sociale. Oltre all’alto numero di sgomberi, il 17 ottobre scorso – giornata mondiale per la lotta contro la povertà – la Caritas ha fornito i dati della ricerca “Dai un nome agli invisibili” promossa da ministero del Lavoro, Caritas, Istat e Fiopsd (Federazione italiana organismi per le persone senza dimora). Sono in aumento le persone che in Italia non hanno una dimora: sono circa sessantamila e tra di loro è in aumento la percentuale di italiani che perdono la casa a seguito della perdita del lavoro.
Come meravigliarsi dunque se il 19 novembre prossimo – World Toilet Day – ovvero Giornata mondiale per l’accesso ai servizi igienici, la nostra attenzione non andrà solamente agli slums delle megalopoli del sud del mondo ma anche alle stazioni, ai marciapiedi e alle periferie delle nostre città dove sopravvivono persone fuori censimento?

Sgomberi, i “fuori censimento”
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.096
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 3.081
Fonte UNHCR