Smart working=lavoro intelligente. Ne siamo sicuri?

Il lavoro agile è oramai una realtà. Ed è uno dei fattori che oggi stanno portando ad una rivoluzione del mondo del lavoro, assieme alla robotizzazione e all’accelerazione tecnologica di Industria 4.0. Il posto di lavoro, così come lo abbiamo sempre concepito, sta scomparendo, o quantomeno sta cambiando volto, complice, in entrambi i casi, la tecnologia.

Approvata definitivamente dal Senato il 10 maggio, la legge intitolata “Misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e misure volte a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato” regola anche lo smart working, introducendo delle novità fondamentali: il lavoratore agile è colui che, in accordo col datore di lavoro, svolge la propria prestazione in parte all’interno dei locali aziendali e in parte all’esterno, senza una postazione fissa, grazie all’uso della tecnologia, ed entro i soli limiti di durata massima dell’orario di lavoro giornaliero e settimanale. Il lavoratore che svolge la prestazione in modalità di lavoro agile ha diritto ad un trattamento economico e normativo non inferiore a quello complessivamente applicato.

Secondo l’Osservatorio Smart Working della School of Management Politecnico di Milano, Il 30% delle grandi imprese italiane lo applica già da tempo (la Siemens dal 2012) e sono già circa 250 mila in Italia gli Smart Workers, circa il 7% del totale di impiegati, quadri e dirigenti. Il lavoratore ‘intelligente’ tipo è un uomo (nel 69% dei casi) con un’età media di 41 anni, che risiede al Nord (nel 52% dei casi, solo nel 38% nel Centro e nel 10% al Sud). Ben diversa la realtà delle Pmi, tra le quali la diffusione di progetti strutturati è ferma al 5% dello scorso anno, con un altro 13% che opera in modalità Smart in assenza di una programmazione articolata.

Secondo gli osservatori il lavoro agile porterebbe notevoli vantaggi per entrambe le parti: ridurrebbe l’assenteismo, le spese di gestione per le aziende (meno riscaldamento ed elettricità) e incrementerebbe la produttività del 15-20%. Per i lavoratori, invece, oltre ad un risparmio economico (meno spese per gli spostamenti) e di tempo, ci sarebbe un forte miglioramento dell’equilibrio tra vita privata e lavorativa, maggiore motivazione e migliore rendimento perché la vita lavorativa non sarebbe più condizionata da orari e spazi, ma incentrata sugli obiettivi da raggiungere.

La nuova normativa oggi introduce degli elementi necessari e importanti, ma apre altri fronti sui quali occorrerà tenere alta l’attenzione, primo fra tutti quello della salute e della sicurezza dei lavoratori, venendo meno, seppur in parte, il riferimento al luogo di lavoro. Ma non solo. Davanti al nuovo paradigma di gestione, si impone un cambiamento culturale e organizzativo di non poco conto. La nuova cultura lavorativa non può più basarsi sulla centralizzazione e il controllo orario, ma sulla flessibilità, la responsabilità e l’autonomia dei dipendenti, la fiducia tra i componenti dell’azienda per il raggiungimento degli obiettivi comuni; il coinvolgimento e la collaborazione, la comunicazione sia da parte del top management verso i dipendenti, che tra i dipendenti stessi.Ma anche sul superamento degli orari di lavoro, sul ripensamento degli spazi, la valorizzazione e il potenziamento degli strumenti tecnologici, la promozione di sistemi di valutazione per obiettivi. Questa, in estrema sintesi, la ricetta per un lavoro “intelligente”.

Ma l’intelligenza non è solo efficienza. Esiste un’intelligenza emotiva, che ancora oggi la nostra società non riesce pienamente a valorizzare. Vuol dire, parafrasando Daniel Goleman, porre maggiore attenzione alla competenza sociale ed emozionale nostra e dei nostri figli, e alla volontà di coltivare con grande impegno queste “abilità del cuore”. La crisi e l’estrema flessibilità del lavoro, insieme alle trasformazioni tecnologiche, rischiano di ridurre due aspetti fondamentali del lavoro e della vita sociale: la convivialità e l’empatia che ci permettono di essere in sintonia con i sentimenti altrui, di trovarci bene nelle relazioni, di coltivarle quotidianamente.

Qualcuno potrebbe obiettare sostenendo che gli strumenti tecnologici agevolano e facilitano la comunicazione, permettendo di parlare con il collega in qualsiasi posto e in qualsiasi ora. Ma questo discorso ha due implicazioni importanti. La prima: essere sempre connessi non vuol dire necessariamente avere buone relazioni. Né tanto meno vuol dire avere relazioni autentiche.

Secondo lo psicologo statunitense, i nostri circuiti sociali sono progettati per interagire con la ricchezza informativa che caratterizza gli incontri faccia a faccia, nei quali riusciamo a cogliere in maniera istantanea tutte le componenti emozionali implicite.

Le comunicazioni mediate dalla tecnologia priverebbero il nostro cervello di queste componenti, quelle coinvolte nel meccanismo del rispecchiamento, e ciò può portare a una comprensione errata, o, nel peggiore dei casi, scatenare reazioni impulsive: a chi di noi non è capitato di interpretare erroneamente, ogni giorno, almeno uno dei messaggi comparsi negli innumerevoli scambi via chat sullo smartphone? O meglio: prima di scrivere i nostri brevi e veloci messaggi, presi da centinaia di altre cose, ci preoccupiamo realmente che l’altro comprenda bene e non fraintenda quello che scriviamo?

Seconda implicazione: poter lavorare a distanza, senza l’obbligo della presenza sul posto di lavoro, ci rende più autonomi e quindi più liberi e felici? L’equazione non è così semplice. L’applicazione dello smart working, come abbiamo visto, richiede una certa maturità del contesto organizzativo, non solo da parte del management, ma anche da parte dei lavoratori cui viene richiesto spirito di collaborazione e massima apertura mentale verso le tecnologie. Ma non si tratta solo di questo.

La tecnologia può sì favorire la conciliazione dei tempi di vita con quelli lavorativi, ma ci consegna una responsabilità enorme, della quale forse non ci rendiamo perfettamente conto. L’autonomia di cui si potrà disporre renderà necessario, citando padre Francesco Occhetta “un equilibrio umano e spirituale solido. Il far coincidere in una casa o in un appartamento il luogo del lavoro e gli equilibri relazionali, affettivi e familiari, potrebbe essere un fattore di crisi. Allo stesso modo, una disordinata gestione del tempo potrebbe appiattire sul lavoro anche quei momenti di riposo mentale, di gratuità e di lucidità di cui la vita ha bisogno”.

Trasformazioni di questo genere, dunque, hanno bisogno di pensiero, di riflessione e di formazione. Non di facili slogan.

 

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