Sos lavoro e famiglia

È sufficiente scattare una fotografia dell’attuale situazione del Paese per evidenziare la profonda interdipendenza tra lavoro e famiglia.
In Italia, infatti, ci sono evidenti fragilità e instabilità su entrambi i versanti. La povertà materiale e relazionale delle famiglie non tende a diminuire. Per quanto riguarda il lavoro, sono due le principali derive del nostro tempo: da un lato una crescente mancanza di lavoro e di dignità lavorativa; dall’altro richieste di performance sempre più stressanti e alienanti per chi già lavora. Quando il lavoro manca o è totalizzante le ripercussioni e le minacce sulla famiglia sono immediate e spesso laceranti.
Nella prospettiva indicata dalla Laborem Exercens, in cui si afferma che “il lavoro è per l’uomo […]. Ma il lavoro è anche un’esperienza da vivere con e per gli altri e una condizione essenziale per rendere possibile la fondazione di una famiglia […]. La famiglia costituisce uno dei più importanti punti di riferimento secondo i quali deve essere formato l’ordine socio-etico del lavoro umano e contribuisce a dare giusto peso e valore al lavoro, evitandone una pericolosa assolutizzazione”, i due temi non possono, dunque, essere disgiunti, per almeno tre motivi.

Innanzitutto, il lavoro è propedeutico al fare famiglia.Senza lavoro, i giovani non solo non possono raggiungere una loro autonomia, al fine di creare il proprio nucleo familiare, ma rischiano di non sapere più guardare con fiducia nel loro futuro.Nel suo saggio Poveri noi, Marco Revelli parla dei nostri giovani “derubati del presente e del futuro[…] precari nello sviluppo, disoccupati nella crisi, senza copertura di ammortizzatori e/o sussidi minimi”.Questi i problemi più comuni e visibili. Ve ne sono però molti altri, che pur essendo emotivamente meno impattanti, producono effetti drammatici e di lunga durata. Si parla, per esempio, troppo poco dell’intricato nodo previdenziale dei pensionati del futuro e dell’alto tasso di emigrazione dei giovani italiani che, insieme alla fuga dei migliori cervelli, producono un vero e proprio vuoto generazionale, rendendo i giovani una specie “in via di estinzione”.
In secondo luogo il lavoro è la conditio sine qua non per mantenere la famiglia.I dati statistici nazionali mettono in luce come il numero di figli desiderati sia ben al di sotto del tasso effettivo di fecondità, uno dei più bassi d’Europa.Nel Belpaese, dove il tasso di occupazione femminile è sensibilmente inferiore a quello della media europea, circa una donna su cinque, quando diventa madre, decide di lasciare il lavoro. Infatti, il mercato del lavoro italiano prevede ancora il rispetto di un orario standardizzato e per lo più a tempo pieno. Inoltre, la rete di servizi di cura per i piccoli e per gli anziani è insufficiente.In virtù di ciò, molte famiglie possono fare affidamento solo su uno stipendio; eppure, come emerge da uno studio condotto dal Cisf, la spesa media mensile per i figli incide per oltre un terzo sulla spesa familiare totale.Questa situazione comporta un aumento di insicurezza delle persone che, andando ben oltre la sfera economica, arreca molti altri danni: instabilità familiare, intolleranza nei confronti delle fasce più deboli, strenua difesa del proprio “orticello”, ecc..
Infine, la famiglia costituisce il luogo ideale in cui trasmettere il valore identitario del lavoro e quello della soggettività e dignità del lavoratore.La famiglia, prima agenzia educativa, in sinergia con gli altri componenti della comunità educante (scuola, istituzioni, chiesa, società civile) può contribuire a dare un nuovo senso al lavoro, come strumento di crescita integrale della persona e non come mero mezzo economico e di consumo.
È ormai un dato di fatto che la felicità non è quasi mai connessa alle variazioni di reddito e di ricchezza. Si tratta, pertanto, di passare da una cultura incentrata sul consumo a una incentrata sulla relazione. Ma per riappropriarsi dei beni relazionali, motori principali di una vita vera e piena, serve una risorsa fondamentale: il tempo. Ebbene, l’attuale mercato del lavoro, caratterizzato da precarietà, mobilità e reversibilità, non consente un’agevole gestione del tempo, con profonde ripercussioni sui rapporti intra e inter familiari.
Insomma, in Italia, famiglia e lavoro – due diritti garantiti dalla nostra Costituzione – sembrano essere per ora negati.Lo dimostrano, da una parte, il lungo inverno demografico e l’elevato tasso di famiglie e minori poveri; dall’altra, l’ampia percentuale di disoccupati, di lavoratori precari e di neet (not in education, employment or training), ovvero giovani che, non mostrando interesse né nel lavoro, né nello studio, sono “inattivi volontari”.Ma lo svelano anche il Pil e il Bli (Better life index, indicatore Ocse che valuta il benessere interno lordo dei Paesi esaminati, con parametri diversi da quelli meramente economici, come per esempio la casa, la salute, l’ambiente, la vita comunitaria, il sentimento di insicurezza, ecc.): se è vero che il nostro Paese cammina a due velocità (mentre la crescita del Pil del Nord-Est è in linea con la media europea, quella del Mezzogiorno è quasi ferma) è pur vero che, a livello nazionale, risultiamo fanalino di coda in entrambi le graduatorie.
Ecco perché, nel solco dei numerosi e importanti eventi sulla famiglia che hanno avuto luogo nel 2010 (la Settimana sociale dei cattolici, l’Assemblea dei vescovi italiani riunitisi per discutere degli orientamenti pastorali per il prossimo decennio e la II Conferenza nazionale della Famiglia), nella ricorrenza del trentennale della Laborem Exercens e della Familiaris Consortio e in vista del VII Incontro mondiale sulla famiglia che avrà come tema “la famiglia, la festa, il lavoro” (Milano, 2012), è quanto mai urgente porre all’attenzione di coloro che ci governano una fondamentale domanda: come ri-centrare la questione del lavoro rispetto al fare famiglia? Creando una cultura della genitorialità e del lavoro che sia capace di far diventare la conciliazione un diritto esigibile da parte di tutti i lavoratori; sviluppando politiche concrete e misure innovative direttamente rivolte alle famiglie: orari family friendly, indennità per l’astensione obbligatoria per maternità al 100%, due settimane di congedo obbligatorio interamente retribuito ai lavoratori neo papà, ecc.; valutando, attraverso una logica di family mainstreaming le ricadute che tutte le politiche hanno sul soggetto famiglia (abitative, fiscali, educative, del lavoro ecc.). È infatti indubbio che la questione del lavoro attraversa in modo significativo il soggetto famiglia, che a sua volta, incrocia numerosi altri ambiti, come la povertà, il fisco e la casa. Ecco perché il family mainstreaming potrebbe rappresentare un valido criterio per la valutazione dell’efficienza ed efficacia di molte politiche e misure proposte.
Insomma, partendo dal presupposto che la famiglia non è un costo per il Paese, ma una risorsa, si tratta ora di costruire un legame virtuoso tra famiglia e lavoro, chiamando in causa una serie di diritti, ma anche l’esercizio di una responsabilità individuale e collettiva.
*responsabile nazionale area Politiche per la famiglia delle Acli
(da Azione sociale n.2/2011)

Sos lavoro e famiglia
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.022
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 2.992
Fonte UNHCR