Stati Uniti e Cina: scontro o alleanza?

Il numero 6 della rivista Limes è interamente dedicato all’analisi dei rapporti tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese. Il dossier esamina le strategie di Washington e Pechino, soffermandosi in particolare sulla delicata area dell’Asia-Pacifico.
 Gli esperti chiamati in causa pensano che le due super-potenze del XXI secolo siano arrivate ad un bivio: collaborare o scontrarsi.
L’enigma sarà sciolto nel futuro prossimo. Forse già entro il gennaio 2017, quando scadranno, quasi simultaneamente, il secondo quadriennio di Obama e il primo quinquennio del mandato di Xi Jinping. Sapremo allora se Usa e Cina vorranno cedere ai sospetti reciproci, lanciandosi a capofitto nella sfida per il titolo di prima potenza mondiale, oppure se inventeranno un’inedita cooperazione, trasformando il vincolo fra debitore e creditore in alleanza strategica.
Esiste anche una terza ipotesi: quella di evitare di scegliere. In fondo molti leader politici tendono a seguire l’inerzia del tempo in cui vivono, salvo poi illudersi di averla determinata. Probabilmente Obama e Xi Jinping, in cuor loro, vorrebbero passare la scelta ai successori, ma, secondo gli studiosi, non ne avranno il tempo, perché il mondo corre molto più velocemente di qualsiasi schema escogitato per  fissare le dinamiche in un progetto razionale. Al di là delle velleità dei leader, saranno i fatti a presentar loro il conto da firmare.
Facendo una breve analisi di questo breve scorcio di secolo, appare evidente come entrambe le potenze, per motivi opposti, arrivino impreparate al bivio della storia.
Dopo l’11 settembre gli Stati Uniti si rappresentavano in vetta al mondo, superpotenza unica impegnata a schiacciare il terrorismo islamico per rimodellare il Medio Oriente, e poi il pianeta, a propria immagine e somiglianza.
La Cina, per i primi anni del secolo, ha potuto cavalcare la sua tumultuosa crescita economica secondo il precetto di Deng Xiaoping “evita la luce, coltiva l’oscurità”, con l’America distratta, a caccia di fantasmi islamici fra le gole delle montagne afgane.
Risultato: la Cina ha vinto la guerra al terrorismo, senza combatterla. Anzi, per non averla combattuta. Pur di tenere gli Usa impegnati nelle disastrose campagne militari afgana e irachena, Pechino le ha lautamente finanziate, così accentuando la simbiosi fra guerriero squattrinato e pagatore d’ultima istanza, che porterà Hilary Clinton a confessare l’impotenza americana nei confronti del massimo competitore: “Come fai ad essere duro con il tuo banchiere?”.
Ma i cinesi sono finiti vittime del proprio successo. Hanno scambiato un vantaggio tattico per un’affermazione strategica. Si sono illusi di poter continuare impunemente a veleggiare all’ombra della superpotenza unica. Per altri dieci o forse venti anni. Sono stati, però, colti di sorpresa dal cambio di scenario, avvenuto a partire dal 2006.
Prima la correzione di rotta della corazzata americana, che a partire dall’ultimo biennio di Bush  e poi con Obama, ha compiuto una virata di 90 gradi, alleggerendo l’impegno nel Medio Oriente per far perno sull’Asia-Pacifico, fronte principale che deciderà del suo e nostro futuro.
Quindi il terremoto dei sub-prime, che costringeva Pechino ad affrontare la scelta che sperava di risparmiarsi: assumersi le responsabilità della propria potenza. Quella che spetta a chi oggi alimenta per quasi un terzo la crescita globale, quando nel 2000 valeva il 4%. L’umile adolescente plasmato da Deng ha passato la linea d’ombra. Quasi senza accorgersene, e troppo presto per i suoi calcoli.
Fino a che punto il nuovo gruppo dirigente cinese è consapevole di dover pilotare l’ormai maturo gigante verso nuovi approdi interni e internazionali? Come calibrare riforme e conservazione nei propri confini, coinvolgimento e prudenza nelle crisi che ridisegnano il profilo geopolitica del pianeta?
Gli Usa vivono un dilemma analogo ma all’inverso. Devono adattarsi a un inatteso dimagrimento. Appesantiti dal macigno del debito (posseduto in gran parte dai concorrenti, Cina in primis) e ancor di più dal deficit pubblico, si trovano senza soldi per comprarsi un abito nuovo.
Gli esperti sono concordi nello stabilire che se ci sarà uno scontro tra le due potenze, questo avverrà nell’area dell’Asia-Pacifico, una macroregione che va dalla Siberia al Cile, dall’Alaska all’Indonesia e all’Oceania. Se non ci saranno intese è in quest’area che una piccola scintilla potrebbe innescare l’escalation del confronto sino-americano.
Sul piano militare, malgrado gli allarmi del Pentagono, la bilancia pende nettamente a favore degli Stati Uniti, nella competizione economica prevale la Cina. Così mentre Obama non riesce a promuovere l’ambiziosa Trans-Pacific Partnership (area di scambio dell’Asia-Pacifico, senza la Cina), Xi Jinping, appena insediato, può festeggiare la nascita della Regional Comprehensive Economic Partnership che lega in un accordo economico Cina, India, Giappone, Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda e paesi del Sud-Est asiatico (riuniti nell’Asean).
In attesa di stabilire chi prevarrà in quest’area così determinante, possiamo star certi che i paesi della regione sfrutteranno al massimo i due contendenti: evitando di schierarsi pienamente per l’uno o per l’altro, cercando di ottenere capitali dalla Cina e protezione militare dagli Usa.
L’Asia-Pacifico è, ad oggi, la più promettente e la più rischiosa area di crescita al mondo.
Dal numero 41 di Segn@libro, la newsletter della Biblioteca/Archivio storico delle Acli
 

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