Sulla fame non si specula

Nella finanza di oggi anche un’alluvione o una siccità si possono trasformare in un’opportunità di guadagno. Come? Gli speculatori scommettono sull’aumento del prezzo del cibo, investono cioè grandi somme nei cosiddetti “titoli derivati” e così la finanza “malata” fa schizzare in alto i prezzi di grano, del mais, del riso. Cosa succede? Oggi si può fare, senza curarsi del fatto che nei paesi più poveri la gente non può più permettersi di comprare il pane.Cosa si può fare? È ora di mettere delle regole. Fai sentire la tua voce, dì anche tu – come le Acli – che “sulla fame non si specula”.

Venticinquemila persone ogni giorno muoiono di fame o a causa di malattie legate alla fame. È il risultato estremo di una condizione quotidiana che vede un miliardo di persone malnutrite. Mentre questa strage si rinnova, in tutto il mondo i prezzi dei prodotti alimentari sono soggetti a variazioni estreme.
Dal giugno 2010 a oggi, i prezzi del grano e del mais sono di nuovo raddoppiati. Parallelamente, nei mercati delle commodity, da Chicago a Singapore a Johannesburg, le operazioni in derivati sulle materie prime e sui beni alimentari hanno fatto registrare, nel 2010, aumenti del 10-20% rispetto all’anno precedente.
Era già successo nel biennio 2007-2008: i prezzi di alcuni cereali raddoppiarono e in qualche caso addirittura quadruplicarono. Poi, in meno di sessanta giorni, tornarono ai valori iniziali, con pesanti ripercussioni nei Paesi più poveri dove il grano e il mais sono alla base della dieta alimentare. In questi primi mesi del 2011 hanno di nuovo superato i massimi storici.
Il rapporto tra speculazione finanziaria e aumento dei prezzi è certamente un fatto complesso e la speculazione interagisce con lo squilibrio tra domanda e offerta creato da altri fattori. Una serie ormai lunga di studi, però, mostra con chiarezza come la speculazione finanziaria operi da moltiplicatore negli effetti di questi squilibri.
Leggi di mercato immaginate per rendere efficienti gli scambi tra produttori e consumatori, con l’interazione attiva degli intermediari commerciali, vengono falsate dall’entrata in gioco di operatori che non hanno alcun interesse reale ad acquistare o vendere grano, soia o riso, ma mirano solo a ottenere un rendimento finanziario elevato in tempi brevi.
Per tutti questi motivi da più parti si sta sollecitando un intervento regolativo sui mercati finanziari che protegga almeno un bene essenziale come il cibo dalle mire speculative.
La stessa Commissione Europea sembra intenzionata a promuovere un’azione in questo senso: «La speculazione sui generi alimentari di base è uno scandalo quando ci sono un miliardo di affamati nel mondo – ha dichiarato recentemente il Commissario ai Mercati interni Michel Barnier -. Dobbiamo assicurare che i mercati contribuiscano a una crescita sostenibile». E anche negli Stati Uniti la Commodity Futures Trading Commission – l’organismo che vigila su questo settore, che ha nella Borsa di Chicago la sua piazza più importante – ha proposto l’adozione di una serie di vincoli.
A Milano, cuore della finanza e sede dell’Expo 2015, il cui tema ambizioso è “Nutrire il pianeta, energia per la vita”, una campagna della società civile sta sostenendo questi tentativi.
Tra le iniziative, in occasione delle prossime amministrative, ci sarà un appello rivolto a tutti i candidati sindaci delle prossime elezioni amministrative a Milano.
Al sindaco che governerà l’Expo 2015 la campagna chiederà di far compiere alla città di Milano un passo concreto al servizio di un mondo più giusto, sottoscrivendo anche un codice di condotta che impegna l’amministrazione a non non acquistare più derivati legati al cibo. Sarebbe un segnale forte alla politica nazionale e un modo concreto di declinare un’assunzione di responsabilità glocale. Chi ha fame, ha fame ora. Abbiamo bisogno di gesti concreti subito, per dire chiaro che “Sulla fame non si specula”.
Il kit informativo 
 

Sulla fame non si specula
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.096
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 3.081
Fonte UNHCR