Tracciare il “solco” del futuro valorizzando il lavoro agricolo

Oggi non abbiamo bisogno di ambigue nostalgie legate a una visione bucolica della società ma di un patrimonio di valori – come quello di cui è portatore il lavoro agricolo – per tracciare il “solco” di un futuro sostenibile.Le trasformazioni che il mondo del lavoro ha attraversato nel Novecento hanno infatti prodotto gravi squilibri nel rapporto dell’uomo con l’ambiente, e del lavoro con il capitale. Grazie alle innovazioni tecnologiche è accaduto che tante professioni, mestieri e mansioni siano scomparsi, mentre altri lavori che prima non esistevano si sono affermati. Siamo passati, nell’arco di pochi decenni, dall’economia industriale all’economia dell’informazione e dei servizi. Tuttavia pur condividendo la lettura dei cambiamenti avvenuti, in particolare l’avvento dell’economia della conoscenza, le Acli non si sono allineate con le prospettive di coloro che pronosticavano la “fine” del lavoro né l’idea di uno sviluppo senza lavoro. Non riusciamo infatti a concepire un futuro sostenibile che non sia fondato sull’architrave del lavoro. Sarebbe però una imperdonabile ingenuità ignorare le gravi e sostanziali erosioni di senso che nel frattempo il lavoro ha subito non solo nella società urbana ma anche rurale.

Una prima erosione, ad esempio, è relativa al significato trascendente del lavoro. In concreto, oggi, l’uomo che lavora non pensa affatto di essere partecipe della creazione di Dio, né di essere responsabile della custodia del creato. Semplicemente il lavoro ha perso il suo significato spirituale ed è stato ridotto a merce. Tant’è che perfino il senso del riposo e della festa è entrato in crisi e la “domenica” rischia di diventare un giorno come gli altri.Tuttavia, l’erosione che più preoccupa le Acli è la perdita della socialità (solidarietà, mutuo soccorso, cooperazione) che una volta caratterizzava il mondo del lavoro e che invece lascia oggi ogni lavoratore in balia di sé stesso, senza più legami sociali e rappresentanza sindacale.Sperimentiamo oggi un impoverimento delle relazioni negli stessi luoghi di lavoro e una prevalenza di comportamenti individualistici.Per questo è urgente promuovere un”umanesimo del lavoro” fondato sulla socialità che sia in grado di sviluppare una società più equa e un’economia più civile.Poiché nel 2011 ricorreranno 30 anni dalla “Laborem exercens” di Giovanni Paolo II (1981) è interesse delle Acli cogliere tale occasione per sollecitare una grande interrogazione collettiva e politica sul problema del lavoro in tutte le sue dimensioni, a partire dalla soggettività del lavoro, ossia dal pressuposto essenziale che esso è sempre e innanzitutto “atto della persona”.Vogliamo mettere il lavoro al centro delle nostre iniziative e farne un “tema veicolare”, ossia un centro gravitazionale.Anche Acli Terra sarà chiamata a dare il suo contributo specifico perché è importante il collegamento tra il lavoro e le politiche agricole per la tutela dei territori, delle biodiversità, delle tipicità, dei mercati a filiera corta e del diritto alla salute. Grande significato assume in questa prospettiva il no di Acli Terra alla coltivazione delle piante trasgeniche e la sua adesione alla campagna “Per un Italia libera dagli OGM”, il suo impegno per la sicurezza alimentare e il tema dei “beni comuni” (terra, aria, acqua, clima, salubrità della vita…) e degli stili di vita sostenibili che collegano insieme consumo-lavoro-risparmio all’insegna della sobrietà.Come si vede, nel contesto di Acli Terra, il lavoro si collega non solo con l’ambiente e con la tecnica, ma con il tema centrale dello “sviluppo”, parola che nella Caritas in veritate ricorre per ben 250 volte.«Il vero sviluppo – dice Benedetto XVI – non consiste primariamente nel fare. Chiave dello sviluppo è un’intelligenza in grado di pensare la tecnica e di cogliere il senso pienamente umano del fare dell’uomo, nell’orizzonte di senso della persona presa nella globalità del suo essere» (n. 70).Sempre alla luce della Caritas in veritate, abbiamo il dovere «di consegnare la terra alle nuove generazioni» affinché «possano degnamente abitarla e ulteriormente coltivarla» Ciò è possibile solo rafforzando «quell’alleanza tra essere umano e ambiente che deve essere specchio dell’amore creatore di Dio, dal quale proveniamo e verso il quale siamo in cammino» (n.50).
(pubblicato su AcliTerra Sicilia magazine, n°2/dicembre 2010)

Tracciare il “solco” del futuro valorizzando il lavoro agricolo
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