Ttip: dallo Stato di diritto allo Stato di mercato?

La domanda contenuta nel titolo non è, purtroppo, una remota possibilità ma uno scenario che potrebbe essere a breve realtà, se non si pone un argine alle derive della liberalizzazione del commercio internazionale coagulate intorno al Transatlantic trade and investment partnership (Ttip), che potrebbe subordinare diritti, servizi pubblici e beni comuni agli imperativi del profitto e dei grandi investitori.

Per evitare il materializzarsi di questa prospettiva il 18 aprile è stata realizzata una giornata di mobilitazione, il global day of action, contro il Trattato Transatlantico, proprio alla vigilia del nuovo round negoziale (il nono) che si è aperto il 20 aprile negli Stati Uniti. Seicento città negli Stati Uniti e in Europa si sono attivate, trenta solo in Italia, tra cui Roma, Milano, Napoli, Firenze, Torino, Bologna, Modena, Bari, Cosenza e Catania. 734 piazze (una cinquantina quelle italiane) si sono popolate di attivisti travestiti da fantasmi, giacché un fantasma rimane ancora il Ttip per molti cittadini che non lo conoscono. Oltre agli Usa e ai molti Paesi europei coinvolti, anche Giappone, Filippine, Ecuador e Messico si sono uniti alla mobilitazione. Nel nostro Paese quest’ultima si è realizzata mediante flash mob, volantinaggi, incontri, performance musicali e teatrali organizzati dalla Campagna Stop Ttip Italia e le sue oltre 270 organizzazioni promotrici.

Obiettivo della mobilitazione era chiedere una moratoria del negoziato, che si vorrebbe chiudere entro il 2015 per non incorrere nelle elezioni presidenziali statunitensi. Per questo è attiva una petizione che, grazie alla giornata di mobilitazione, si avvia a raggiungere i due milioni di firme di cittadini europei (http://stop-ttip.org/firma/). Infatti, il timore degli aderenti alla Campagna – e ampiamente condiviso dai cittadini europei – è che il Ttip apra definitivamente le porte all’affermazione della tutela degli interessi degli investitori contro quella dei diritti dei cittadini e dei consumatori e leda la sovranità popolare imponendo la sudditanza degli Stati alle imprese e ponendo fine al sistema di Welfare. Ciò che positivamente si richiede è che i cittadini siano considerati parte in causa e coinvolti direttamente, anche tramite i Parlamenti, ivi compreso quello europeo (che finora hanno avuto poca voce in capitolo), garantendo, tra l’altro, libero accesso ai documenti negoziali. Per ora è noto che i pareri non vincolanti delle Commissioni parlamentari a livello europeo mettono spesso in guardia dai pericoli insiti nell’accordo, invitando la Commissione a prestare la massima attenzione, escludendo alcuni campi dalla sfera d’azione del trattato, e mostrando un atteggiamento molto critico verso l’introduzione della clausola Isds.

Il negoziato sul Ttip, infatti, prosegue ancora nel più assoluto segreto (quanto si conosce è dovuto all’opera dei movimenti sociali), annoverando tra le sue fila molti negoziatori europei e americani che sono esponenti delle multinazionali interessate al processo di deregolamentazione fra le due sponde dell’Atlantico e alla privatizzazione dei beni comuni e dei servizi pubblici. Come ammonisce Marco Bersani, uno dei coordinatori della Campagna Stop Ttip Italia, «esclusi gli ambiti di interesse militare o di ordine pubblico, quali il governo del traffico aereo, la giustizia, l’ordine pubblico o l’esercito, tutto sarà privatizzabile. Con l’austerità, e la necessità di far cassa da parte degli Stati che devono raggiungere il “pareggio di bilancio” e il 60% nel rapporto tra debito pubblico e Pil, questo significa che tutto sarà vendibile».

Il governo italiano, nelle affermazioni dello stesso Premier, mantiene un appoggio totale e incondizionato nei confronti dell’accordo, un accordo che per quanto riguarda, ad esempio, l’agricoltura aumenterà le esportazioni Usa verso l’Europa di più del doppio di quanto aumenteranno le nostre verso l’altra sponda dell’Atlantico, decretando di fatto la morte di migliaia di piccole e medie imprese che hanno unico mercato di riferimento quello interno o, al massimo, quello europeo, con consistente perdita di posti di lavoro in tutto il Vecchio Continente. Ma il nostro governo non considera necessario che la questione entri nell’agenda del dibattito pubblico.

I presunti vantaggi dell’accordo restano alquanto vaghi e, comunque, non paragonabili agli effetti negativi. Anche la difesa delle tipicità agroalimentari italiane non è tale se, come sembra, favorisce pochi grandi esportatori tagliando fuori le piccole produzioni di qualità. L’abbattimento degli standard su agricoltura e chimica farebbe il resto.

Perché, dunque, rendere ancora più agevole l’operato delle imprese, specie multinazionali, smantellando le regole che le diverse società di qua e di là dell’Atlantico – in virtù del loro differente sviluppo e della diversa cultura – si sono date? Già, perché la deregolamentazione inciderebbe soprattutto su standard, normative e leggi di tutela ambientale e sociale che nel quadro dell’accordo vengono considerate “barriere non tariffarie” al commercio.

Nulla per ora induce all’ottimismo nei negoziati: molto probabilmente gli Stati Uniti non sono disposti ad accettare un accordo più snello, cioè senza i capitoli più controversi, relativi proprio all’agricoltura e alla clausola che introduce il tribunale per la difesa degli interessi delle imprese sulle decisioni degli Stati, come forse si sperava. D’altra parte, anche i documenti ufficiali finora accessibili delle istituzioni europee mostrano che l’Unione considera disponibili alla concorrenza delle imprese Usa tutti i servizi già partecipati nella gestione da imprese private, e non esclude quelli ad oggi gestiti dal solo settore pubblico. Oltretutto, anche gli ambiti non formalmente presenti nel Trattato potrebbero sempre rientrare in discussione per via tecnica nei prossimi anni, senza possibilità di intervenire in alcun modo.

Il Ttip continua ad essere presentato dai sostenitori come la chiave di volta per gli alleati occidentali (Ue e Usa) di prevalere nella competizione coi Paesi emergenti (Cina e Russia, soprattutto), unendo le forze politiche ed economiche. Stabilendo le basi per la regolamentazione dell’economia mondiale secondo standard che sarebbero poi di fatto anche gli altri sarebbero obbligati ad accettare.

Al contrario, la richiesta di una sospensione dei negoziati è avanzata per consentire un ripensamento generale della politica commerciale dell’Unione. Tra l’altro, questo vale anche per i negoziati sull’accordo commerciale tra Canada e Ue (CETA), anche se già concluso. Questo accordo, infatti, contiene molto di quanto viene criticato nel Ttip, di conseguenza è importante congelarlo prima che venga accettato dai governi europei e ratificato dai parlamenti nazionali ed europeo.

Ben altre dovrebbero essere le linee di azione di un’Unione politica europea vicina ai cittadini: oltre alla trasparenza del processo negoziale, occorre preservare l’autonomia politica di legiferare nel pubblico interesse (anche rifiutando la costituzione di sistemi di arbitrato che tutelano unicamente gli investitori privati comprimendo i diritti dei cittadini), di ampliare la partecipazione democratica per ricercare soluzioni condivise, di far tesoro di quanto si è appreso con la crisi rispetto al settore dei servizi finanziari, di non retrocedere sugli standard nel lavoro, sulle norme ambientali, per la salute e la sicurezza alimentare.

Ttip: dallo Stato di diritto allo Stato di mercato?
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Fonte UNHCR
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