Turchia, una testimonianza di p. Claudio Monge

“L’importante è non accettare letture dei fatti che semplifichino le cose. In Turchia non è in corso una ‘primavera’ come in Egitto o Tunisia”. A parlare è padre Claudio Monge, teologo e superiore della comunità domenicana di Istanbul, e amico delle Acli da tanti anni.

Da due settimane la Turchia è in subbuglio. Di ieri la notizia della dura repressione della polizia turca, che avrebbe “riconquistato” piazza Taksim.

Tutto è nato spontaneamente a seguito di una piccola manifestazione contro la cementificazione di Istanbul. Un centinaio di giovani hanno occupato pacificamente lo storico parco Gezi, proprio adiacente a piazza Taksim, per bloccare la costruzione di un nuovo centro commerciale (e la “ricostruzione di un’antica caserma ottomana” forse da adibirsi a museo) e le ruspe pronte ad abbattere 600 alberi. La repressione della polizia, intervenuta con idranti e lacrimogeni e abbattendo e bruciando le tende ha innescato una reazione popolare trasversale che poi è dilagate nelle strade e nelle piazze di tante altre città turche.

Non è in corso nemmeno semplicemente uno scontro tra una visione laica della società e una religiosa: ci sono tanti musulmani in piazza che non si riconoscono la politica nella più recente di Erdogan”. Il premier turco, dopo la mancata integrazione nell’Ue ha cominciato a cercare di consolidare il suo consenso nella pancia islamica del paese e nel mondo arabo. Ma in pochi anni si sono fatti passi indietro rispetto alle prime riforme. “Quando sento parlare della presunta incompatibilità della Turchia con l’Europa comprendo tutta la frustrazione che un tale giudizio genera nel turco medio. Negli ultimi 25 anni sono stati chieste alla Turchia come precondizioni per entrare nell’Ue cose che nella storia europea alcuni Paesi hanno garantito solo dopo il loro ingresso, vedi Spagna e Portogallo entrati poco dopo la fine delle dittature. L’ingresso nel progetto europeo avrebbe incentivato il circolo virtuoso inaugurato in Turchia. Oggi il rigetto per l’Europa, anche della parte di opinione pubblica turca che era abbastanza favorevole all’integrazione, io lo capisco”.

Si parla della Turchia come un Paese in grande crescita economica ma anche qui la lettura secondo padre Monge, merita più attenzione: “Secondo alcuni, in realtà, siamo all’antivigilia dell’esplosione della bolla economica, perché il miracolo turco in parte è un bluff. Non basta vedere la skyline di Istanbul cambiare ogni settimana, o i progetti faraonici previsti di qui al 2023 per un giudizio globale sul presunto miracolo economico: qui il 60% della popolazione tira la cinghia, strangolato dalla sproporzione sempre più grave tra l’aumento dei prezzi e la stagnazione dei salari”.

E i cristiani, come stanno vivendo questi fatti? “Noi restiamo alla finestra. Siamo e restiamo una piccolissima minoranza, per ora senza riconoscimento giuridico”. La speranza solo accennata di p. Monge è che la democrazia turca esca rinforzata e non travolta dai movimenti di questi giorni. E che un giorno anche i cristiani e i cattolici turchi possano essere cittadini a tutti gli effetti ed esprimersi pubblicamente senza problemi e per esprimere la loro diversità come una ricchezza.

(la testimonianza è stata raccolta mercoledì 5 giugno)

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