Tutelare i nuovi lavori

Poche norme come la legge 300 del 1970 hanno avuto così profonda valenza concreta ed insieme simbolica, tale da cambiare la stessa percezione del ruolo dei lavoratori nella società italiana.
Lo Statuto dei Lavoratori, figlio delle battaglie sociali della fine degli anni Sessanta e della elaborazione culturale di esponenti riformisti del mondo laico e cattolico, ha segnato per lungo tratto la storia del lavoro italiana e rimane, anche in un contesto sociale profondamente differente da quello di quarant’anni or sono, un punto fermo per la tutela della dignità di ogni persona.  Assurde e dannose, quindi, le voci che si sono levate in queste settimane per invocare il superamento di questa legge e della cultura a essa sottesa.

Questa ricorrenza, però, ci pone la domanda sulla piena applicazione dei principi contenuti nello Statuto e, in particolare, ci chiede di verificare se non sia necessario estenderne l’applicazione anche a quelle nuove categorie di lavoratori che eufemisticamente sono stati chiamati in questi anni “atipici”. Una buona legge, infatti, non è soltanto quella che prevede le migliori tutele e garanzie, ma anche quella che le estende a tutti, evitando ogni genere di discriminazione.
Negli ultimi quindici anni il mercato del lavoro italiano è cambiato profondamente e, in seguito alla globalizzazione e alle modifiche legislative introdotte dai governi che si sono succeduti dal 1996, sempre più la parola magica in questo ambito è stata “flessibilità”. L’aumento della flessibilità ha portato negli anni a un aumento consistente dell’occupazione anche nel nostro Paese, in particolare nell’ambito delle professioni intellettuali e tra i giovani, sicuramente più appetibili dal mondo dell’impresa sia sotto il profilo economico, sia sotto quello della preparazione culturale.
Purtroppo, però, vi è un’altra faccia della medaglia, oggi assai visibile e drammatica. Il moltiplicarsi dei lavori flessibili ha infatti inciso sulla vita delle persone – inducendo nei lavoratori un diffuso senso di precarietà – e non ha prodotto stabilità di lavoro buono. Un dato su tutti ci aiuta a capire: con la crisi che ci ha colpito gran parte del lavoro flessibile è venuto a mancare e questo ha portato la disoccupazione giovanile al 29,5 per cento, annullando tutta la crescita prodottasi dalla legge Biagi a oggi. Un’intera generazione è stata sostanzialmente spazzata via, a prescindere dalle competenze, e oggi si trova senza tutele e con poche speranze. È chiaro, quindi, che c’è bisogno di ritornare alla Legge 300, ma non solo per conservarla e tutelarla per quanti ancora ne godono i benefici.
La ricorrenza ci sfida a completare il disegno, senza tradirlo. Per questo le Acli hanno iniziato un percorso verso uno Statuto dei Lavori, che non annulli e superi quello dei Lavoratori, ma ne estenda e completi la portata, a partire dal principio che ogni lavoro, pur nella discontinuità dei percorsi, deve essere tutelato senza interruzioni. Se è la persona il metro per valutare la dignità del lavoro – come ci ricorda la dottrina sdociale della Chiesa – tocca a noi oggi costruire intorno a essa diritti e tutele.
 

Tutelare i nuovi lavori
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.096
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 3.081
Fonte UNHCR