Un 2 giugno speciale

Il drammatico sisma che ha colpito l’Emilia Romagna, a pochi giorni dalle precedenti scosse che già avevano causato lutti e danni ingenti, rende ancor più complicata la giornata di sabato 2 giugno, inizialmente scelta un po’ da tutti per marciare, sfilare, camminare, manifestare, celebrare e festeggiare.
Mentre impazza sul web e attraverso i social network la polemica sull’opportunità di dare vita all’abituale parata militare lungo i Fori Imperiali e Cgil, Cisl e Uil annullano la prevista manifestazione, è invece confermata la mobilitazione del popolo dell’acqua e dei beni comuni. Questo scenderà in piazza esprimendo solidarietà e vicinanza alle popolazioni così duramente colpite e provate, sottolineando che l’intrinseca fragilità che caratterizza la relazione tra uomo e natura viene resa sempre più precaria dalle offese che l’uomo porta al territorio e dalle omissioni verso il diritto al lavoro in condizioni di dignità e sicurezza. Dai terremoti, per quanto inarrestabili, ci si difende con la salvaguardia e la tutela del territorio. Questi temi attraverseranno la mobilitazione che era stata indetta dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua ad un anno dalla straordinaria vittoria nei referendum, per denunciare l’inattuazione degli esiti della consultazione e le manovre, neanche tanto nascoste, che tentano la reintroduzione dei profitti per i gestori che il voto popolare aveva solennemente bocciato.
Ed insieme all’acqua, scenderanno in piazza tutte le vertenze e le battaglie per i beni comuni: le vertenze per i rifiuti e per i trasporti; quelle per una mobilità sostenibile e per le energie pulite e rinnovabili; quelle contro la privatizzazione dei saperi e della conoscenza. E’ dunque ancora al centro il tema della crisi globale, economica-ambientale e sociale, dell’economia neo-liberista che esige pratiche e modelli di un’altra economia, in grado di promuovere e diffondere nuovi stili di vita, adeguati alle ricchezze effettivamente disponibili per ciascuno, a partire da modi differenti di produrre e consumare.
Mentre qualcuno dalla buona memoria ci ricorda che dopo il terremoto del Friuli del 1976 il Governo decise di annullare la parata del 2 giugno, il Presidente della Repubblica si pronuncia per la conferma del tradizionale appuntamento e, pur rispettandone la volontà, non possiamo esimerci dal fare una serie di considerazioni.
Si parla di parata sobria e di Festa della Repubblica; in effetti la Festa delle Forze Armate è il 4 novembre; e allora, perché non facciamo sfilare gli uomini e le donne lasciando in caserma i carri armati e gli altri mezzi militari?
Il Ministero della Difesa, “difendendosi” da chi ne invoca la destinazione alla ricostruzione delle zone terremotate, si è affrettato a dire che i soldi della Parata sono già stati spesi e parla di una stima che va dai 2.6 ai 2,9 milioni di euro. Soldi già tutti spesi e parliamo ancora di stima; e allora, perché il Parlamento non chiede un dettagliato rendiconto delle spese, partendo dal dato reale delle spese sostenute nel 2011, pari a circa 4.400 milioni di euro?
Non tutti sanno che la Parata ha un tema: “Le Forze Armate al servizio del Paese”; ebbene, vorremmo vederle sempre al servizio dei cittadini di questo Paese; a difesa dei cittadini e del territorio. Ed invece non è così, visto che dobbiamo pagare ogni servizio di protezione civile. Qualche mese fa, in occasione dell’emergenza neve, i Sindaci che avevano chiesto l’aiuto dell’esercito si son sentiti batter cassa. “Ci dovete pagare”, e questa richiesta rischia di diventare la regola se dovesse essere approvato il disegno di legge delega per la revisione dello strumento militare presentato dal Ministro della Difesa Generale Di Paola. Perché dobbiamo spendere oltre 23 miliardi di euro per mantenere in vita un enorme apparato di 190.000 unità che pretende di essere pagato quando è chiamato a prestare soccorso alla popolazione?
Non serve invocare le ragioni nobili della pace per affermare che è ora di cambiare rotta. In questi giorni il terremoto ha dato un altro scossone terribile, segnalando che è ora di rivedere le modalità con cui spendiamo i nostri soldi. Non c’è sola la parata militare, ma si tratta di un problema più ampio, politico, culturale, economico e militare, che potrà essere risolto solo con una grande mobilitazione dei cittadini di questo Paese.
Mentre la crisi economica e finanziaria continua a colpire i giovani e le famiglie, l’Italia continua a spendere decine di migliaia di euro per comprare le armi e mantenere in vita un faraonico apparato militare, degno di un Paese in perenne conflitto piuttosto che impegnato a costruire la pace nel mondo. Nonostante la forte pressione suscitata dalla mobilitazione popolare contro l’acquisto dei cacciabombardieri F35, il Ministro della Difesa Generale Giampaolo Di Paola ha presentato in Parlamento un pericoloso disegno di legge delega per la revisione delle Forze Armate che comporta un chiaro aumento della spesa militare e della spesa pubblica. Non basta ridurre da 131 a 90 gli F35, perché si tratta comunque di 10 miliardi di euro per l’acquisto e di 30 o 40 per la gestione e la loro manutenzione; e la riforma che si disegna, lungi dall’essere una manovra di “spending rewiew” costerà centinaia di miliardi di euro ad un Paese che è già in ginocchio.
Per questo, anche noi sosteniamo l’appello lanciato dalla Tavola della Pace: “Lavoro non bombe” (per firmare la petizione www.perlapace.it oppure www.facebook.com/LavoroNonBombe). Vogliamo il lavoro, non le bombe. Il lavoro ci dà la vita e la dignità, le bombe ce le tolgono; il lavoro crea sicurezza, le bombe la distruggono. Vogliamo che i nostri soldi siano spesi per creare occupazione invece che per comprare altri armamenti. Senza lavoro non c’è pace né giustizia. Milioni di persone in Italia non hanno un lavoro dignitoso e migliaia di giovani hanno ripreso la strada dell’emigrazione. Nel mondo, milioni di persone vivono sotto l’incubo delle bombe e vivono di stenti o muoiono di fame. Occorre cambiare strada; tagliare le spese militari per liberare risorse, investire sui giovani, sul lavoro e lo stato sociale. Questo chiediamo alla politica e alle Istituzioni. Per ritrovare un po’ di pace ed uscire dalla crisi insieme, più liberi ed uguali.

Un 2 giugno speciale
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.022
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 2.992
Fonte UNHCR