Un futuro più giusto che punti sui giovani

Intervista a Stefano Tassinari, vice presidente nazionale Acli, responsabile dipartimento Lavoro e Economia Acli.
di Pino Campisi

La storia delle Acli nasce anche dalla “ forza del lavoro, dei lavoratori e dalla tutela del lavoro”. E’ storia di solidarietà e di sussidiarietà. Nel mondo contemporaneo, fatto di crescente sofferenza sociale e di tantissimi luoghi di solitudine, le Acli oltre a rispondere con la loro importante storia di promozione sociale, hanno in cantiere altri ingredienti per nuove sfide? E, ancora, la Dottrina Sociale della Chiesa può esserci da guida?
Le nuove sfide hanno un sapore antico. Credo che la sfida di oggi sia sapersi scoprire più giusti di fronte a una crisi che è innanzitutto un momento di verità, l’esito irreversibile di diverse contraddizioni, di una ricchezza che nel tempo si è stata via via sempre più mal concepita, mal gestita e mal distribuita. Il vero tema all’ordine del giorno, prima del pur importante rigore o della pur urgente crescita, è la consistenza della nostra società: quale fieno abbiamo messo in cascina? A che cosa abbiamo ancorato una nostra idea di futuro? Ritessere davanti a noi un’idea di futuro che prenda avvio e si fondi sull’attenzione alle nostre parti più deboli, è la sfida nuova e antica che abbiamo innanzi, che si gioca su persone e generazioni capaci di un nuovo impegno perché il futuro esiste solo come dimensione di possibilità e di responsabilità.

Milioni di giovani senza lavoro stabile e nemmeno precario. Una generazione bloccata da anni. Potrà nascere un progetto credibile che possa far superare questo periodo di drammaticità sociale?  La politica cosa dovrebbe fare da subito?
La politica può fare poco e molto allo stesso tempo. Sul piano immediatamente economico, della spesa può fare poco perché se una volta la coperta era corta oggi è completamente sfilacciata con tante lobbies che tirano i fili da mille parti. Può però fare molto per ridare credibilità, pronunciando parole di verità, facendo scelte di equità e giustizia dove se c’è da fare i conti con una difficoltà ognuno dia a partire dalle proprie possibilità. Ciò che preme veramente ai cittadini è non rimanere fregati, non vedere che paga sempre chi è più debole e più onesto. Questo sarebbe già tanto perché questa crisi non ci trova senza risorse, senza talenti e opportunità, ci trova però completamente sfiduciati e arroccati l’uno contro l’altro per paura che proprio chi mi sta più vicino mi voglia fregare.

Il governo Letta intende avviare provvedimenti sul lavoro dei giovani. Si parla di dar vita ad almeno centomila nuove occasioni di lavoro; alcuni attraverso la c.d. staffetta generazionale. E’ un primo segnale positivo. Come guardare al futuro con altre iniziative e quali?
Questo è un primo esempio. Credo che il tema del lavoro giovanile non vada trattato separatamente da un quadro più ampio che abbracci più generazioni. Ma per farla breve credo occorra intervenire almeno su 5 scelte:
1. Pagare definitivamente i debiti della Pubblica Amministrazione verso le imprese, anche scavalcando i livelli intermedi per poi rivalersi sugli stessi. Innanzitutto va salvato il lavoro che c’è e che spesso ha potenzialità di crescere:  in molte aziende, penso a tante realtà del mondo dell’imprenditorialità sociale, è altissima la presenza di giovani;
2. Addolcire la riforma delle pensioni anche con le staffette o meglio dando la possibilità di andare in pensione dai 62 ai 66 con disincentivi e oltre i 66 con premi, in linea con la proposta di legge Damiano-Baretta. In questo modo si riattiverebbero decine di migliaia di posti che normalmente sono ingressi di giovani al posto di anziani. Si potrebbe inoltre, prevedere la possibilità di andare in pensione part-time e part-time lavorare, lavorando quindi sul tema della flessibilità in uscita;
3. Definire e strutturare fuori dallo straordinario le politiche attive del lavoro, attraverso le quali per chi perde il lavoro immediatamente si attivano proposte e percorsi di riorientamento, formazione, lavori di reinserimento, ma anche forme di intervento per salvare le aziende, riconvertirle, rimetterle in gioco con accorpamenti o nuovi assetti (magari a partire anche da un coinvolgimento degli stessi lavoratori) prima che collassino. Insomma quelle politiche attive che oggi mancano e nascono innanzitutto dal concepire la scuola in modo moderno come sistema di istruzione e formazione professionale, che non mettano in alternativa scuola e lavoro, crescita culturale e specializzazione, ma le integrino consentendo ai ragazzi di incontrare e imparare prima che cos’è il mondo del lavoro;
4. Serve poi, oltre all’apprendistato che non copre e non coprirà mai tutte le forme di ingresso, addivenire a un contratto a tutele progressive che porti a una quasi totale stabilità nel giro di 2-3 anni. La flessibilità ha senso se rappresenta un percorso, se invece è un perenne parcheggio non accresce la professionalità del lavoratore e non migliora neanche l’azienda, per la quale la sfida si giocherà sempre più sulla qualità e non sulla provvisorietà;
5. Ultima questione, ma forse la prima, è quella della necessità di un piano di politiche industriali fatto di decisioni. Basta con politiche generiche che accontentano tutti e finiscono per non investire su nulla. Diciamoci quali sono le criticità e le vocazioni su cui puntare e su quello si lavora per dieci anni, compresa la lotta alle mafie, che una volta vinta definitivamente ci farebbe diventare la vera locomotiva d’Europa. I giovani hanno soprattutto bisogno di un Paese che decide che cosa vuole fare da grande. Ma per tutto ciò serve una nuova politica che sappia dire dei no ai singoli per dire dei sì insieme.

L’Ue spinge molto, tanto da renderla una delle condizionalità ex ante, su “apprendimento permanente e sulla certificazione delle competenze” . Le Acli , con l’Enaip, hanno tracciato in positivo tanta storia sulla formazione e sull’esperienza nell’apprendimento di questo Paese. Hanno avuto un ruolo decisivo nell’accompagnamento di vecchi e nuovi mestieri. Hanno contribuito alla rinascita dell’economia e del made in Italy. Oggi, le Acli, alla luce dei nuovi orientamenti europei, hanno ancora un progetto competitivo?
Credo che in molte realtà la formazione professionale promossa dai nostri centri Enaip sia stata da esempio per ridurre nettamente la dispersione scolastica e creare lavoro. La formazione professionale è la via italiana al modello tedesco che integra e accompagna il lavoratore nel ponte scuola lavoro. Non possiamo esportare in modo identico il modello tedesco, se lo vogliamo prendere a riferimento dobbiamo tenere conto del fatto che il nostro è un tessuto produttivo fatto di imprese che per le loro dimensioni talvolta hanno difficoltà nell’individuare con precisione le competenze di cui hanno bisogno. Ecco perché anche per gestire bene l’apprendistato come un processo di apprendimento, e non come un mero contratto, serve una dimensione intermedia e nello stesso tempo integrante formazione e azienda. E questa si chiama formazione professionale, certamente costruita in collaborazione con le aziende. Certo se poi qualcuno continua a immaginare la formazione professionale come l’ennesimo bacino parapubblico di consenso allora parliamo di un mondo che a noi non interessa, ma per favore non confondiamo le brutte copie con l’originale.

Lei da molti anni ricopre un ruolo importante nel Forum del Terzo Settore. Quali sono in questo ambito le azioni possibili per contribuire alla riduzione del disagio sociale?
Tante. Intanto sarebbe utile fossero rifinanziati i fondi sociali, in primis quello per la non autosufficienza, per ridare fiducia a tutti serve sapere che quando cadi c’è una rete solida che ti sostiene. Diversamente più nessuno investirebbe e si rischierebbe di rimanere fermi. Insieme a questa azione serve definire i livelli essenziali di assistenza sociale in diversi campi per dirsi con serietà cosa lo Stato può e deve garantire a tutti e ovunque (la rete cosa garantisce).
Altro fronte di lavoro è immaginare un welfare che riattivi il Paese, che rimetta in gioco i talenti delle persone e delle comunità, che punti sulla capacitazione, su ciò che possiamo essere come persone. Per esempio i sindacati hanno firmato un importante accordo sulla produttività, ma la produttività non è solo nel rapporto sindacati-impresa, è questione che si gioca su tutto il territorio nel fare squadra. Allora sarebbe importante che un più forte sistema di detrazioni per il ricorso ai servizi alla persona e alla famiglia (colf, babysitter, assistenti familiari ecc..) fosse rivolto alle famiglie e alle aziende che nella contrattazione territoriale scommettono con un ulteriore investimento (che i lavoratori che non ne usufruiscono possono riscattare come trattamento di fine rapporto). Questo meccanismo in altri paesi ha visto molte aziende cofinanziare il welfare e far crescere un mondo quello dei servizi alla persona che rappresenta uno dei settori occupazionali da sviluppare, che può consentire nel tempo anche di far spendere meglio le risorse della spesa sanitaria (un posto di ospedalizzazione a domicilio costa al massimo 1/3 di quello di una ospedalizzazione in struttura). Inoltre consente di costruire un meccanismo di conciliazione che permette alle persone, in primis le donne che sono troppo spesso ai margini delle mansioni e delle responsabilità aziendali, di impiegare meglio il tempo, senza ansie, in imprese che sempre più hanno bisogno del cervello e della passione di tutti.

E’ allarme povertà nelle famiglie e nelle fasce deboli. Il piano delle Acli, il piano del Terzo Settore?
Una lotta alla povertà che vada oltre alla social card e che sappia puntare molto da un lato sul fatto che a fronte di un sostegno al reddito si fa un patto attorno a un progetto familiare di reinclusione sociale nel quale oltre a cercare lavoro, si intraprendono percorsi formativi, si riattivano abilità, ecc.. dall’altro lato il tema della povertà assoluta viene affrontato all’interno di un contesto che fa rete e che ha spesso anch’esso delle capacità e opportunità da coltivare in una logica di sviluppo locale. La povertà non è mai solo un fenomeno individuale.

Adesso è un dato quasi certo. L’UE metterà a disposizione le risorse per il progetto “Youth Guarantee” (garanzia giovani) solo a partire del 2014. Mesi di fermo che renderanno ancora più complicata la condizione giovanile. Nell’attesa, che sarà dura e drammatica, cosa propongono le Acli? E poi, per le regioni del Sud, dove la situazione è esplosiva come intervenire?
Sui giovani credo di aver già risposto in parte. Aggiungo che occorre chiedersi se il mondo del Terzo Settore non possa rappresentare un terreno per offrire “lavori di cittadinanza europea”, dove si svolgono mansioni utili all’organizzazione no profit e utili alla società e in cambio si riceve in parte un reddito, in parte formazione e uno stage in un paese europeo; opportunità questa che si è spesso dimostrata utile per rimotivare molti giovani e per accrescerne il curriculum. Il sud è argomento più complesso. Mi permetto però di dire che il problema del sud (ma che non è solo del sud) non è innanzitutto economico. Il nostro sud è al centro del mondo e non è privo di idee e persone in grado di portarle avanti. La Cina farebbe carte false per governare Reggio Calabria o Palermo. Il problema è civile e politico. Serve innanzitutto una rinascita civile e politica, che non è detto non si stia già facendo strada, che imponga contro la legge del favore e della protezione quella della legalità e dell’equità. Serve liberare il sud in tutte le sue potenzialità. Personalmente credo, senza nulla togliere al protagonismo dei Paesi emergenti, che parte importante della fuoriuscita dalla crisi si gioca nella capacità dell’Europa di riavere una visione di se stessa e delle proprie responsabilità verso il mondo, e questa proiezione globale passa soprattutto da sud. A mio parere, in un mondo spesso ancora ostaggio degli stessi speculatori che ci hanno buttato nella crisi, in cui poche grandi banche sono più grandi di interi grandi paesi, qualcuno ha interesse che il nostro resti un paese non all’altezza delle sue responsabilità, perché da qui passano le sorti di una Europa più forte e più autorevole, che può concorrere a fare la differenza anche nei confronti dei potentati finanziari.

Un’ultima domanda. Le Acli e la nuova dirigenza. Alla Presidenza Giovanni Bottalico e alla Vice presidenza c’è lei. Si avverte un impegno particolare che va in direzione dei territori, riscoprendo la vera ed autentica funzione sociale delle Acli, attraverso un ruolo centrale dei Circoli. In sintesi mi può elencare tre priorità della nuova presidenza? Qual è il rapporto con le istituzioni rispetto alla rinascita di una “ buona politica” e del “bene comune“?
Innanzitutto serve immaginare un’organizzazione e un’associazione popolare moderna con forme nuove per aggregare e fare associazione con i giovani e le famiglie di oggi. Serve riscoprire l’associazione come una opportunità di cammino comune per vivere in modo meno isolato, più preparato e più attivo il nostro tempo, da credenti in dialogo con chi non crede o crede in altre confessioni. In secondo luogo, serve coltivare, a partire dalle attività concrete che offrono i nostri servizi e le nostre associazioni, l’idea che come Paese  possiamo ancora diventare qualcosa di meglio sia sul piano economico e civile che su quello politico, proponendo idee e riforme economico-sociali e promuovendo un’ampia riforma della politica, che parta da una nuova legge elettorale, da partiti democratici e trasparenti e da una Europa più democratica. Ma per far tutto ciò occorre rimetterci tutti in gioco con le nostre responsabilità e la nostra voglia di cambiamento, insieme.
 
 
Intervista pubblicata il 15-6-2013 sul sito: www.lamezianuova.it
 
 

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