Un protagonismo che non teme le res novae

La relazione del presidente delle Acli al 45° Incontro di studi.
«Si parla molto di chi va a sinistra o a destra,ma il decisivo è andare avantie andare avanti vuol dire andareverso la giustizia sociale».(Alcide De Gasperi)

Il bisogno di politica nel mondo di oggi
Se gettiamo lo sguardo sui principali problemi che affliggono il mondo di oggi facciamo presto ad elencare sia la crisi economica internazionale, sia la crisi ambientale, sia la crisi delle istituzioni globali, regionali o dei singoli Paesi. Ma al di là di questo elenco, peraltro incompleto, la gravità della crisi attuale sta mettendo a nudo il bisogno di politica che c’è nel mondo.
Il prolungarsi indefinito e anomalo di questo stato di crisi dimostra che non si può più pretendere di governare questo nostro Pianeta – che conta ormai 7 miliardi di abitanti e circa 200 stati nazionali – con lo stesso  sistema istituzionale che è nato nell’immediato dopoguerra, quando la popolazione globale era meno della metà e le crisi – che certo anche allora non mancavano –  trovavano il modo di essere avviate a soluzione. Oggi la finzione collettiva di riuscire a governare un mondo, in realtà “non governato”, non può più continuare.
Potrà apparire sorprendente, ma più di ogni altro soggetto è la Chiesa con il suo magistero sociale a spingere verso il cambiamento, ossia verso forme di autorità politica di ampiezza mondiale. Basti ricordare il monito di Giovanni Paolo II, più volte ribadito: «occorre un grado superiore di ordinamento internazionale»; oppure il passaggio della Caritas in veritate (2009) in cui Benedetto XVI afferma che alla sfida della globalizzazione si deve rispondere con un nuovo slancio del pensiero orientato alla civilizzazione dell’economia  (cultura del dono) e della politica (principio di fraternità).
Ma in tempi ancora più recenti sono venute dal Magistero della Chiesa altre coraggiose proposte per la riforma delle istituzioni politiche ed economiche. Vogliamo qui ricordare in particolare quelle contenute in due documenti: il primo è intitolato «Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale» del Pontificio Consiglio Iustitia et Pax (pubblicato nel dicembre 2011), nel quale si dice «La costituzione di un’Autorità politica mondiale dovrebbe essere preceduta da una fase preliminare di concertazione […]. Non bisogna temere di proporre cose nuove, anche se possono destabilizzare equilibri di forze preesistenti che dominano sui più deboli. Esse sono un seme gettato nella terra, che germoglierà e non tarderà a portare i suoi frutti».
Il secondo documento è la Dichiarazione dei Vescovi europei della COMECE (Commissione delle Conferenze Episcopali della Comunità europea), intitolata «Una comunità europea di  solidarietà e di responsabilità» (gennaio 2011). Questa Dichiarazione si fonda sull’assunto che «fin dall’inizio il progetto di unificazione dell’Europa è stato più che meramente economico, è stato, ed è, un progetto politico e morale, che dovrebbe servire la giustizia e la pace in Europa e nel mondo» (n. 26): è questo l’obiettivo della promozione di un’economia sociale di mercato altamente competitiva, in cui «la competizione è il mezzo, e il “sociale” il fine» (n. 6).
L’incapacità regolativa dei mercati
Dobbiamo allora mettere in discussione abitudini di pensiero e stereotipi culturali che agiscono nella nostra mente come fossero dei dogmi. Certi approcci ideologici o tecnicistici non hanno più presa sulla realtà, come dimostra la fatica di uscire dalla crisi dell’euro. Una società non può funzionare solo sulla base di pretese legali ma ha bisogno di spazi di generosità. Non tutto può esser ridotto a interesse e utilità perché su queste basi non si genera né coesione sociale, né solidarietà. In sintonia con i vescovi europei sosteniamo sia la proposta di una tassa sulle transazioni finanziarie (n. 9) sia il suggerimento di criteri per la limitazione dei compensi per i top manager (n. 8), sia ancora l’appello a mantenere la promessa di destinare agli aiuti ai Paesi in via di sviluppo lo 0,7% del Prodotto interno lordo (n. 25).
L’economia sociale di mercato è un concetto che l’Ue ha assunto a proprio fondamento e su cui ha imperniato la “Strategia Europa 2020”, una strategia che ruota attorno a tre priorità: «crescita intelligente: sviluppare un’economia basata sulla conoscenza e sull’innovazione; crescita sostenibile: promuovere un’economia più efficiente sotto il profilo delle risorse, più verde e più competitiva; e crescita inclusiva: promuovere un’economia con un alto tasso di occupazione che favorisca la coesione sociale e territoriale» (Commissione europea, Europa 2020, 5).
A livello globale, la competizione è soprattutto fra modelli sociali, e quello europeo, che pone particolare enfasi su coesione e sicurezza sociale, deve confrontarsi con quello americano, che declina la libertà economica in chiave più individualista, e con quello cinese, che coniuga una crescita tumultuosa dell’economia con il permanere di forti limitazioni dei diritti civili e sociali. Come si vede, in questa competizione sono in gioco le conquiste sociali che fino ad oggi hanno contraddistinto l’Europa.


La crisi ambientale
Anche per la questione dell’ambiente e delle risorse energetiche è evidente e drammatico il vuoto della politica. Interi decenni sono stati sprecati dietro un oceano di parole e buoni propositi puntualmente dimenticati. Limitandoci ai problemi di stretta attualità, come il polo siderurgico Ilva di Taranto, o le miniere di carbone del SULCIS e gli impianti di alluminio dell’ALCOA a Portovesme in Sardegna, domandiamoci: che cosa hanno in comune pur nella loro specificità?
A me sembra che almeno tre caratteristiche meritino di essere sottolineate: il conflitto tra due diritti non subordinabili l’uno all’altro, cioè il lavoro e la salute; l’alternativa tra lo sviluppo economico e la tutela dell’ambiente; infine la latitanza e l’impotenza della politica, il ritardo scandaloso con cui essa interviene per risolvere i problemi.  A dire il vero quest’ultima caratteristica chiama in causa non solo la classe politica, ma anche quella sindacale e imprenditoriale.
Un solo esempio per capire la gravità del problema: in una città ad alto rischio come Taranto, il registro dei tumori è partito solo nel 2006, mentre nessuno è in grado di documentare quali siano stati i danni nei 40 anni precedenti. Un’omissione intollerabile.
Sui temi dell’ambiente, delle materie prime e delle risorse energetiche è opportuno fare un rapido accenno anche al recente summit mondiale “Rio+20” che si è tenuto a fine giugno 2012 a venti anni esatti da quando per la prima volta, nel 1992, i grandi della Terra si accordarono a Rio de Janeiro per una prospettiva di sviluppo sostenibile a livello planetario.
Nell’incontro di quest’anno sono emerse con forza le ragioni per cui si deve evitare che anche il Polo Artico diventi oggetto di un’economia predatoria che non conosce limiti di profanazione pur di procurarsi nuovi giacimenti di petrolio e gas. E anche questo ci dimostra il bisogno di politica.

Dalla primavera araba all’inverno siriano
Dopo circa un biennio dall’inizio della primavera araba alcuni contrastanti risultati sono già visibili  in Tunisia ma soprattutto in Egitto. È però il dramma della Siria ad infiammare ancora il Medio Oriente e a rendere evidente la strutturale impotenza dell’ONU. L’auspicio è che il viaggio del Papa in Libano, che si protrarrà da oggi fino a domenica (14-16 settembre), possa rappresentare un segnale importante nella direzione di una “riconciliazione nazionale” all’insegna della giustizia.  Un viaggio coraggioso quello di Benedetto XVI perché, com’è noto, il governo di Beirut si è mostrato in linea di massima  favorevole alla Siria del presidente Assad.
Il padre gesuita Paolo Dall’Oglio – che è stato espulso dalla Siria (dopo circa 30 anni) per il suo impegno sui diritti umani -, ha esortato a non fare dell’attendismo una virtù. La riconciliazione nazionale, non si deve estendere agli aguzzini, che dovranno rendere conto dei loro crimini a organismi internazionali come il Tribunale dell’Aia. È, quindi, da apprezzare la proposta del governo italiano di favorire l’esilio di Assad in un Paese arabo.

Verso un’Europa federale e politica
La crisi internazionale dell’euro deve diventare un’occasione per superare l’ambiguità che ha caratterizzato fino ad oggi la realizzazione del progetto europeo. Da una parte il modello della “casa comune”, che richiede un’integrazione profonda che connetta economie, politiche e culture differenti con il metodo di coordinamento e di consultazione. Dall’altra il modello della “casa in ordine”, dove ogni membro è autonomo, non risponde degli altri e i problemi sono risolti dalle regole del mercato. Questa duplice ed inconciliabile prospettiva potrà essere risolta soltanto con una scelta politica da fare quanto prima.
La sfida davanti a noi è quella di riportare il nostro Paese a svolgere un ruolo chiave nel rilancio del progetto di unificazione politica dell’Europa, mostrando al resto del mondo che esiste la volontà di governare democraticamente e a livello sopranazionale l’uscita dalla crisi.
Il governo italiano dovrebbe quindi impegnarsi nella direzione della costruzione degli Stati Uniti di un’Europa “federale”.

Una nuova stagione per la politica italiana
Lo scenario politico dell’ultimo anno nel nostro Paese non induce certo all’ottimismo e, anzi, talvolta è addirittura sconfortante. Dall’ultimo convegno di studi ad oggi abbiamo assistito alla lenta agonia del berlusconismo, battuto non tanto dagli scandali sessuali, quanto dalla sua intrinseca incapacità politica di dare risposta alle pressanti esigenze dei cittadini e del sistema Italia, schiacciati da una crisi (non solo economica) troppo a lungo negata dall’ex Premier e dai suoi. Ora l’uno e gli altri tentano un’operazione maquillage: a tal proposito ci sentiamo di dire che nessun re-styling del berlusconismo potrà oscurare le sue responsabilità, di aver badato per anni più al benessere di uno (e dei suoi stretti accoliti) che al bene comune. Ma la politica tutta e gli esponenti dei partiti quasi senza distinzione hanno spesso dato pessima prova di sé e sembrano aver smarrito il senso dell’articolo 54 della Costituzione, che attribuisce loro il dovere di esercitare le funzioni pubbliche «con disciplina ed onore». A tal proposito non si può non condividere il monito del Presidente Giorgio Napolitano, che pochi giorni fa a Mestre ha lamentato ancora una volta la perdita di autorità della politica, sferzando i partiti rei «di un infiacchimento della loro vita democratica, di un chiudersi in logiche di mera gestione del potere e di uno scivolare verso forme di degenerazione morale», invitando il Parlamento a lavorare per la revisione del sistema di finanziamento all’attività politica e al rafforzamento delle norme anticorruzione. Un appello, quello del nostro Presidente, che raccoglie un sentimento condiviso tra gli italiani: da un’indagine che Ipsos ha realizzato per questo nostro Incontro di studi, emerge infatti che al primo posto nell’agenda elettorale degli italiani spicca la lotta agli sprechi e alla corruzione. Un impegno che gli elettori chiedono alla classe dirigente con urgenza e determinazione.
Il discredito dei principali attori della politica era tale e la situazione economica così compromessa che ad un certo punto non si è vista altra soluzione che affidare l’Italia ad un governo tecnico. Da mesi, dunque, tale esecutivo fa supplenza (anche etica) alla politica – senza poterla realmente sostituire ma di fatto mettendo in stand-by i normali processi democratici -, mentre lavora per recuperare sui fondamentali della nostra economia e sull’immagine del nostro Paese a livello internazionale. Con il contributo degli Italiani, ancora una volta chiamati a pesanti sacrifici. Il Premier Monti ha già dichiarato che il proprio impegno terminerà nel 2013, negando la possibilità di un incarico-bis. Ma ci auguriamo che almeno lo stile istituzionale e l’attenzione all’Europa, che hanno caratterizzato l’attuale governo, siano fatti propri anche dai futuri governi. Insomma, la parola tornerà di nuovo alla politica ma che non torni la vecchia politica.
Qual è il futuro che ci attende?
Quale prospettiva può darsi la nostra nazione? Il berlusconismo ha lasciato ferite profonde nel tessuto civile del Paese, è un’eredità che pesa, innanzitutto sul versante culturale. In altri termini, ci si può liberare di Berlusconi ma non è detto che ci sia liberati di quella mentalità e di quella cultura politica. Ma non dobbiamo rischiare di sostituire un male con l’altro.
Dobbiamo superare la delusione e lo scoraggiamento in vista di una nuova cittadinanza, capace di rifondare il patto di convivenza civile, affinché ogni cittadino sia e si senta parte e protagonista della vita del Paese.
Siamo convinti che la politica sia un lavoro serio e impegnativo, un servizio reso alla comunità e per la comunità, che dà frutti magari non immediati, non “elettorali”, ma mira al bene comune. Pensiamo ad una politica alta, nobile, che si occupa delle trasformazioni sociali, culturali, demografiche che interrogano oggi la nostra democrazia e la nostra convivenza, valorizzando libertà e responsabilità, promuovendo partecipazione e reciprocità positiva, incrementando nel Paese un clima di fiducia essenziale contro l’erosione del tessuto sociale. Non ci affascinano le tendenze demagogiche e qualunquiste (peraltro non nuove) della cosiddetta “antipolitica” e le ricette semplicistiche del grillismo, né possiamo condividere le fughe indifferenti del “partito del non voto”. Noi, da sempre, ci occupiamo di alimentare con pazienza il tessuto civile e politico del Paese, uno stile democratico e partecipativo, un forte investimento culturale ed educativo: spesso è un compito faticoso ma è l’unico in grado di produrre i risultati stabili e duraturi di cui l’Italia ha bisogno. In noi il disincanto generato dagli scandali della politica si trasforma non in disaffezione al voto o in sterile protesta, ma in proposte costruttive e in volontà positiva. Ma non per questo siamo estranei all’insofferenza verso l’attuale sistema partitico o insensibili alle richieste presenti nell’antipolitica: se, infatti, come ha scritto di recente il gesuita Giacomo Costa, in essa sono presenti «spinte nichiliste che feriscono la coscienza democratica», non va trascurata la sua carica trasformativa e «le energie positive che segnalano un problema e possono fornire le risorse per la ricerca di una soluzione». Nell’antipolitica si può annidare passione per la democrazia e interesse per il bene comune, che non vanno dispersi ma rappresentati.
La politica che vogliamo
Non vogliamo, quindi, una politica autoreferenziale, ma capace di pensare ed agire in un’ottica progettuale, di aprire i propri orizzonti temporali, di costruire autentiche relazioni, di fare sintesi, di elaborare una grande risposta collettiva; insomma, una politica che non (in)segua – come hanno scritto di recente in un bel libro Cesareo e Vaccarini – il narcisismo presente nella società.
Per questo concordiamo ancora col Presidente della Repubblica nel non voler demonizzare i partiti, che sono strumento indispensabile della società. Noi crediamo, come De Gasperi, che «un partito non è fine a se stesso; un partito è l’organizzazione di una buona volontà che ha un certo programma con un certo spirito, che viene da concetti superiori a quelli che possono muovere la vita quotidiana ed è al servizio di una causa». Richiamiamo, quindi, i partiti alla loro funzione fondamentale e al rinnovamento, perché siano in grado di recuperare credibilità e legittimazione, e di rispettare pienamente l’art. 49 della Costituzione, che li invita a «concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». E vogliamo farlo partendo, per l’appunto, da qui, dal nostro Incontro di studi, per interrogarci su una tradizione da aggiornare e re-interpretare alla luce del presente, su una corrente culturale che può contribuire a rigenerare le risorse per la rinascita democratica del nostro Paese.
In questo senso accogliamo con favore e vogliamo rilanciare l’appello che il Cardinale Bagnasco a fine agosto ha rivolto ai fedeli della comunità di Genova, ma in realtà all’Italia intera. Riferendosi allo scenario fosco disegnato dalla crisi, il Presidente della CEI ha tenuto a sottolineare che «uscire dalla strettoia […] è possibile ma solo “insieme”». E mettendo in guardia dall’affrontare questo momento decisivo «con “formule” rapide e parziali», ha ricordato che questa è «l’ora di una solidarietà lungimirante, della assoluta concentrazione sui problemi prioritari dell’economia e del lavoro, della rifondazione della politica e delle procedure partecipative, della riforma dello Stato: problemi che hanno come centro la persona e ne sono il necessario sviluppo». Altrimenti, continua Bagnasco, «le conseguenze sono devastanti e la società si sfalda».
I dati raccolti da Ipsos per le Acli ci confortano in questo senso. Le parole che suscitano sentimenti più positivi tra gli italiani sono infatti quelle che richiamano comunità e coesione: famiglia, solidarietà, partecipazione, lavoro e bene comune. La risposta italiana alla crisi sembra essere allora una risposta comunitaria e non individualistica.
Ecco perché le ACLI sono concordi nel ritenere che laddove prevalgono il profitto o le visioni particolaristiche e distorte non c’è futuro per la comunità, non c’è più un “noi” ma solo tanti “io” in balia di se stessi. Per questo siamo disposti a fare la nostra parte per coltivare l’“insieme” di cui parla Bagnasco e richiamiamo la politica italiana a fare altrettanto.

Il contributo dei cattolici per un nuovo protagonismo
L’Italia ha urgente bisogno di una nuova politica. Non è più il tempo di affidarsi alle rendite, né di abbandonarsi nella quiete della gestione tranquilla. Oggi è tempo di nuove scelte, nuove proposte, nuove prospettive da condividere e maturare insieme.
Sentiamo la domanda dal Paese e tra i cattolici in particolare. A nessuno è lecito tirarsi indietro. Tutte le forze di un Paese devono cooperare insieme per un progetto di Italia e di Europa, alla ricerca di un programma sorretto da una visione di società che possa condurci fuori dalla crisi.
L’obiettivo è possibile, ma in una società policentrica come la nostra, sono necessarie concertazione e sussidiarietà per coinvolgere ognuno nella sua responsabilità e svegliare la solidarietà di tutti.
A noi cattolici è chiesto un nuovo protagonismo.
Non ci mancano testimoni profetici: Luigi Sturzo, Giuseppe Dossetti, Tina Anselmi, i nostri Maria Federici e Livio Labor; e nemmeno, purtroppo, martiri della Repubblica come Aldo Moro o Vittorio Bachelet. Dal loro esempio traiamo la nostra fonte di ispirazione per essere più autentici, più incisivi, alla continua ricerca di un legame costruttivo tra la comunità ecclesiale e quella civile.
Come amava ripetere Giuseppe Lazzati, «dobbiamo costruire uno spazio di ricerca e innovazione, una circolazione di cultura e di opinione che entri profondamente nel tessuto ecclesiale e civile. Occorre moltiplicare i luoghi dove si costruisca in modo collettivo, corale, partecipato, orizzontale, un’attitudine al “pensare politicamente”».
Anche così prendiamo a cuore la sfida educativa che la Chiesa italiana ha scelto di affrontare. C’è bisogno di un’elaborazione culturale alta e popolare per fecondare le grandi idee del nostro patrimonio: la partecipazione democratica, la giustizia sociale, i diritti di cittadinanza, il lavoro decente e dignitoso, il welfare equo e universale, la cultura della pace, l’interesse per la comunità territoriale in un orizzonte europeo.
L’impegno dei cattolici dopo il Concilio
L’impegno dei cattolici si inscrive in un contesto preciso.
Dopo il Concilio Vaticano II il laicato cattolico non si può nascondere. C’è bisogno di un laicato maturo, competente e responsabile, che si liberi da una condizione di afasia, da una mentalità clericale e che ritrovi il coraggio dell’autonomia nell’ordinare le cose temporali. «Tutti i cristiani devono prendere coscienza della propria speciale vocazione alla comunità politica» recita la Gaudium et Spes al n. 75, si tratta di essere responsabili del bene comune. Ci è chiesto di armonizzare autorità e libertà, iniziativa personale e solidarietà, unità e diversità (come è indicato ancora al n. 75).
Nella vocazione cristiana la partecipazione alla costruzione del Regno di Dio passa dalla partecipazione all’edificazione della Città dell’Uomo. Quindi siamo chiamati all’impegno e a non abdicare alla partecipazione politica.
Oggi nella società plurale e aperta, post-secolare, l’impegno politico diventa il banco di prova per il credente in un dialogo autentico e maturo. C’è un compito essenziale da riscoprire. Pietro Scoppola ricordava che «la secolarizzazione è certo una durissima prova per la Chiesa, ma non è una vittoria per la cultura laica: tutte sono aggredite dall’impatto con una società di massa di tipo consumistico». Siamo convinti della necessità della dimensione religiosa che al fianco di quella culturale fornisce senso ad una comunità. C’è bisogno, allora, di una politica che difenda, curi e promuova i beni umanistici della cittadinanza dall’assoggettamento dall’interesse privato, traendo forza ed energie sia dalla comunità religiosa, sia da quella etica, del sapere, del diritto. Così si attualizzano le parole della lettera a Diogneto che invitano i cristiani «ad essere anima per il mondo».
Uniti nello stile ma differenti nell’impegno
Oggi ci è chiesta una presenza visibile e autentica, radicata sul territorio e capace di rappresentare la comunità cristiana, e l’intera cittadinanza. Non ci spaventa essere piccolo gregge. Diceva il compianto Cardinal Carlo Maria Martini: «una situazione di una qualche marginalità sociale si può vincere non col lamento che diventa egocentrico e infantile bisogno di rassicurazione esterna, bensì con la sobrietà e la pazienza di chi vede in ogni tempo all’opera le forze che mirano al bene dell’uomo e insieme quelle che invece lo contrastano; e confida nel Signore della storia» (discorso di S. Ambrogio 1998).
L’esperienza di Todi ci ha insegnato la possibilità di creare occasioni di incontro dove organizzazioni sociali e associazioni ecclesiali riconoscono il loro patrimonio comune: vita, pace, famiglia, libertà religiosa, economia fondata sulla solidarietà e la giustizia sociale. Questi sono i grandi temi delle encicliche sociali dalla Rerum Novarum alla Pacem in Terris, dalla Populorum Progressio alla Caritas in Veritate. Ne scaturisce uno stile che guarda agli ultimi prima che ai ricchi, che chiede attenzione alla persona e alla sua dignità prima che all’interesse dei capitali, che ricerca una nuova etica del convivere nella diaspora individualistica.
Todi ci ha insegnato anche che non c’è bisogno di un partito cattolico. Non è più il tempo della DC. La differenza nella presenza all’interno degli schieramenti è legittima e opportuna, perché può aprire a punti di vista diversi che possono far crescere una visione complessa di bene comune all’interno della comunità ecclesiale, e può contribuire a costruire ponti tra le forze politiche nel Paese, spesso dilaniato da sterili schermaglie retoriche.
A cinquanta anni dal Concilio Vaticano II è tempo di un luogo riconosciuto, di un organismo formale in cui potersi confrontare per decidere le scelte da compiere in ambito civile. È tempo di uno stile dialogante capace di rispettare la diversità, ma diretto ad una visione di sintesi per il bene comune del Paese e dei cittadini, uno stile di concertazione che coinvolge tutti i soggetti, uno stile di sussidiarietà che chiede la responsabilità di ognuno al proprio livello.
Non rinunciare alla propria storia, né alle proprie specificità
La presenza dei cattolici si è distinta sempre in forme diverse. Noi, con la nostra tradizione, ci collochiamo nel solco del cattolicesimo sociale e democratico, che si ispira al personalismo comunitario, che ha visto l’elaborazione del codice di Malines e del codice di Camaldoli.
Ribadiamo ancora le nostre scelte identitarie: il riformismo per l’innovazione sociale, la laicità delle istituzioni, la cultura di mediazione, una democrazia attiva che si riconosce nella partecipazione consapevole dei cittadini e dei corpi intermedi.
Ma oggi è decisivo andare avanti, perché è necessario coniugare questione sociale e questione antropologica. Oggi c’è un nuovo pensiero da elaborare, non ci sono soluzioni preconfezionate alla sfida della generatività sociale, di un welfare responsabile e delle opportunità, di un lavoro dignitoso e innovativo, di una cittadinanza aperta in una società multietnica, dove le istituzioni siano vicine alle persone.
Sappiamo che di fronte a noi il percorso è lungo ma facciamo nostro l’invito di De Gasperi: «Non sostate sui labili espedienti, non illudetevi con una tregua momentanea o con compromessi instabili: guardate a quella mèta ideale, fate uno sforzo tenace e generoso per raggiungerla».

Un protagonismo che non teme le res novae
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.022
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 2.992
Fonte UNHCR