Una nuova previdenza nell’Italia che cambia

Presentarsi oggi, presso uno degli oltre 2.000 sportelli del Patronato Acli, sparsi sull’intero territorio nazionale significa affrontare un viaggio alla scoperta dell’Italia che cambia.
All’immagine stereotipata di un’utenza prevalentemente anziana e a fine carriera lavorativa, si affiancano centinaia di immigrati, famiglie, giovani e adulti in cerca di informazioni e orientamento. Alle consuete domande per districarsi fra i commi della normativa previdenziale si accostano domande per accedere a eventuali interventi di welfare locale, informazioni sui contratti di lavoro, richieste sulla normativa riguardante la permanenza nel nostro Paese, sostegno nella gestione del corretto lavoro domestico.

Uno spaccato dell’Italia con le sue domande, le sue inquietudini, i suoi dubbi e la sua mancanza di fiducia nel futuro e nelle nostre istituzioni. “Avrò mai diritto a una pensione dignitosa?”, “Se perdo questo lavoro potrò ancora chiedere a mia moglie, che è rimasta nel nostro Paese d’origine, di raggiungermi?”, “Ma perché al mio ex collega è stata riconosciuta la disoccupazione e a me no?”: per storia e per vocazione sociale, un ente di Patronato non può esimersi dal far propri tali interrogativi e trasformarli in qualcosa di più di un semplice ascolto compassionevole. E d’altronde chi sceglie un ente di Patronato fra i tanti, anziché un consulente privato, un istituto previdenziale, si aspetta non solo una competenza tecnica, ma anche un orientamento, una proposta politica in senso lato. Proprio in questa direzione è irrinunciabile cercare di trasformare le inquietudini, non in risposte retoriche, ma in una più ampia proposta di cambiamento.
Il lavoro è alla base della nostra democrazia e della nostra libertà, non è, dunque, una merce qualunque, soggetta alla legge della domanda e dell’offerta; per questo non ci può lasciar tranquilli pensare ad occupazioni che non garantiscono più una dignità né ora né nel momento in cui, per ragioni diverse, non è più possibile lavorare.
Per la tenuta della nostra compagine sociale non si potrà tollerare a lungo un mercato del lavoro sempre più duale, in cui crescono disparità e disuguaglianze, ed è nell’ordine delle cose che si arrivi a una riforma che estenda le tutele a quelli che sono a tutti gli effetti cittadini di “serie B”. Il problema rimane il seguente: in che direzione si muoveranno i cambiamenti?
Dal punto di vista di chi si occupa principalmente di previdenza, una buona legge sul lavoro non può che essere quella che determina anche buone prestazioni pensionistiche. Proprio perché guidati da una visione “laboristica” non ci sono dubbi che lavori discontinui, basse retribuzioni, e l’attuale struttura delle nostre economie capitalistiche, incidendo profondamente sui periodi coperti da contribuzione e sui risparmi contributivi, non possono più essere l’unico strumento attraverso cui le persone possono costruirsi un futuro previdenziale.
A una pensione fondata sul risparmio obbligatorio, versato nei molti periodi lavorativi, occorre affiancare una sorta di “pensione di base”, da garantire a tutti e che si regga sulla fiscalità generale. In tal senso risorse importanti possono derivare dalla lotta all’evasione fiscale, tanto più se queste risorse vengono investite sul lavoro e sulla spesa sociale, e non sul debito pubblico in generale; dalla tassazione degli oneri sociali, ad esempio facendo pagare alle imprese i contributi sul fatturato Iva e non solo sulla quantità di lavoratori; dall’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie, ad oggi molto più bassa rispetto alla tassazione sui redditi da lavoro.
Se le prestazioni previdenziali sono da cambiare, non si può non incidere anche sulla contribuzione. A riguardo la parificazione dei contributi previdenziali fra lavoratori subordinati e parasubordinati avrebbe il doppio vantaggio di garantire una maggior entrata nelle casse previdenziali, magari anche comportando un minor aggravio per i lavoratori subordinati e per le imprese, e di disincentivare il ricorso a contratti parasubordinati fittizi, indotti solo dai minori costi cui sono soggetti.
Modelli e riforme previdenziali possono essere tante quante la fantasia è in grado di generarne e non vi è dubbio che uno dei problemi di fondo sia la conciliazione fra sistema esistente e un nuovo eventuale modello introdotto. In ogni caso l’errore più grande in cui si può incorrere è quello di rimanere immobili o, peggio, continuare ad introdurre modifiche parziali al di fuori di qualunque disegno prospettico. In tal senso l’obiettivo del Patronato Acli è quello di continuare a riflettere su questi temi e di stimolare soggetti istituzionali e politici ad avviare una seria riflessione e, magari, una sperimentazione sul tema, in maniera tale che chi si rechi oggi presso i nostri sportelli non abbia solo l’impressione di non essere solo, ma anche di andare nella giusta direzione.
*Fabrizio Benvignati è il vicepresidente delegato del Patronato Acli.

Una nuova previdenza nell’Italia che cambia
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