“Una pace responsabile fondata sulla giustizia sociale”

Questo il documento delle Acli approvato dall’Ufficio di Presidenza e dalla Direzione nazionale in occasione della Marcia della Pace Perugia Assisi di domenica 25 settembre.
“La pace è troppo importante perché possa essere lasciata nelle mani dei soli governanti”: questo il monito lanciato da Aldo Capitini dalla Rocca di Assisi il 24 settembre 1961, in occasione della prima “Marcia per la pace e la fratellanza dei popoli”. A cinquant’anni di distanza, consapevole del richiamo di Capitini sull’assunzione di responsabilità individuali e collettive, il popolo della pace si rimette in cammino domenica prossima, 25 settembre,  non tanto per festeggiare l’anniversario della prima Marcia Perugia Assisi, quanto piuttosto per ribadire un no convinto e determinato a tutto ciò che è sinonimo e conseguenza di guerra.
Anche le Acli, da sempre parte attiva e protagonista nella preparazione e partecipazione alla Marcia, sono mobilitate per promuovere una massiccia presenza dei propri dirigenti, militanti ed iscritti, a partire dal Meeting dei giovani di Bastia Umbra (23 e 24 settembre) e dall’evento “Planetaria 2011: Parole e musica di pace”, organizzato per il pomeriggio del 24 settembre, ai Giardini del Frontone di Perugia, dal Dipartimento Pace e Stili di vita della Presidenza Nazionale.
In occasione della Marcia, ma in particolare nell’azione quotidiana, le Acli rinnovano il loro impegno a lavorare in pace e gratuità per il bene comune: l’unico orizzonte possibile che compete all’esistenza ed esperienza umana. Non si tratta di una provocazione né di una banalità, bensì di un richiamo ad un comune destino di fratellanza, di convivialità, di “comunità buone in buone istituzioni” (Hannah Arendt).
La Pace non è semplice assenza di guerra e oggi non possiamo limitarci a ragionare di Libia, di Afghanistan, di Somalia, del Corno d’Africa e dei tanti conflitti, oltre trenta, che incendiano il pianeta. I grandi problemi del nostro tempo, sui quali si misura un “mondo in pace e di pace”, si chiamano diritti umani, giustizia sociale, democrazia, miseria e morte per fame, violenza, sfruttamento, disoccupazione e lavoro dignitoso, cambiamento climatico e disastri ambientali, salvaguardia dei beni comuni.

Solo considerando la complessità dei conflitti che feriscono le nostre società, possiamo capire che la Pace non esiste se non c’è pace in una comunità, nelle strade o in una famiglia, se i governanti non rispettano e rendono giustizia ad ogni cittadino, o se l’economia, sempre meno reale e svincolata dal lavoro e dalla produzione, arricchisce chi è ricco e impoverisce chi già è povero.
La Pace assume le sembianze di un mosaico scomposto quando pretendiamo di ragionare per aree geografiche, quando la sezioniamo, quando la codifichiamo a seconda degli interessi di una parte. Anche recentemente, quando gli avvenimenti hanno posto il problema di un intervento in Libia, ci siamo divisi infarcendo i nostri discorsi di se e di ma.
La nostra pace: non violenza nella spiritualità, responsabilità nell’interdipendenzaPer noi credenti, la vera, unica pace è lo shalom biblico; questo riferimento aiuta a comprendere che operare per la pace nella giustizia e nella carità, significa imparare ad usare, difendere e promuovere, noi per primi, il dono creaturale della libertà. Lavorare per la pace ci chiede di attivare non solo occasioni ma processi e percorsi che favoriscano vita buona, buone comunità, rapporti di fraternità civile e nuova partecipazione, ossia soggetti ed attori di una nuova pedagogia sociale. Per operare in pace e per la pace, dobbiamo essere pronti ad abbracciare, in concreto e nel suo più intimo significato, la cultura della non violenza. Solo nel terreno della spiritualità possiamo maturare questo legame: riscoprire la spiritualità della pace significa allora lavorare per cambiare il mondo cominciando da noi stessi, sposando con serietà e coerenza la scelta della non violenza.
Allo stesso tempo, l’interdipendenza che ci lega gli uni con gli altri, ci ricorda che ogni cosa che accade ad un uomo o una donna, in qualsiasi parte del mondo vive, ci rende responsabili della sua sorte; ignorarlo significa sostenere quella violenza che è la causa dell’assenza di pace nel mondo. 
Una Pace universale e duratura è possibile solo se fondata sulla giustizia socialeI recenti avvenimenti hanno fatto emergere con forza le esigenze maturate nel cuore della gente e il desiderio di giustizia sociale per una vita e un futuro dignitosi. Le debolezze e le difficoltà dell’economia mondiale, già evidenti da qualche tempo, si sono ulteriormente acuite e rilevano incertezze e vulnerabilità, sentimenti di esclusione ed oppressione, carenze di lavoro e ricerca di pari opportunità per tutti.
Per le persone senza lavoro o adeguate fonti di sostentamento, è fondamentale che i governi promuovano politiche in grado di garantire occupazione e giustizia, pane e dignità, libertà di esprimere bisogni, attese e sogni, nonché soluzioni concrete che non finiscano per colpire inevitabilmente sempre i più deboli.
E’ il lavoro il metro per valutare quanto società, economia e politica si occupano delle persone. La garanzia o no di un lavoro dignitoso, la qualità della vita consentita dal lavoro, le prospettive e gli orizzonti di quando il lavoro si perde: su questi temi si gioca e si deve basare il patto costitutivo delle nostre comunità. Eppure, ben prima dei tracolli finanziari, si sono allargate le disuguaglianze, mentre negli ultimi due anni la crisi ha bloccato i salari, ridotto la mobilità sociale, aumentato la precarietà. In molti Paesi le disparità sono cresciute senza controllo ed i giovani si presentano nel mondo dell’occupazione con scarse possibilità di trovare un lavoro dignitoso.
Pace, lavoro e bene comune: un legame unico e indissolubilePer affrontare gli scenari globali che si presentano senza timore è necessaria una nuova visione della società e dell’economia, che armonizzi e renda equilibrato il ruolo degli Stati, dei mercati e delle società ed abbia una visione chiara delle potenzialità e dei limiti dell’azione individuale. L’attenzione non può essere concentrata esclusivamente sulla ripresa della crescita, perché non si esce dalla crisi adottando le stesse politiche che l’hanno determinata. C’è bisogno invece di incamminarci verso una nuova era di giustizia sociale. Le recenti “rivoluzioni” nella sponda sud del Mediterraneo hanno ribadito che giustizia e lavoro, dignità e pane, democrazia e protezione, sicurezza mondiale e nazionali non sono tra di loro scollegati. Il futuro dipenderà dalla capacità di riconoscere e rinsaldare tali legami e di muoverci con responsabilità nell’orizzonte di senso unico e interdipendente che pace, lavoro e bene comune costituiscono.
Pace e sviluppo: il Magistero della ChiesaChi vuole essere operatore di pace deve aprirsi alla prospettiva di un umanesimo planetario, che rappresenta lo sviluppo libero di tutti gli uomini. Per uscire dalle secche del nostro tempo e per spiccare il volo dalle crisi e dalle miserie dell’egoismo e dello sfruttamento, occorre abbracciare con lo sguardo e con l’impegno l’uomo nella sua totalità: come ci ha insegnato Paolo VI nella Populorum Progressio, “Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere sviluppo autentico, dev’essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo”. È certo un impegno gravoso, ma è un appello che giunge dal nostro essere cristiani. Così ci esorta Benedetto XVI, nel suo Messaggio per la Celebrazione della Giornata della Pace 2008, ad ascoltare il messaggio di responsabilità che implica il pacifismo: “Non avverte forse ciascuno di noi nell’intimo della coscienza l’appello a recare il proprio contributo al bene comune e alla pace sociale? La globalizzazione elimina certe barriere, ma ciò non significa che non ne possa costruire di nuove; avvicina i popoli, ma la vicinanza spaziale e temporale non crea di per sé le condizioni per una vera comunione e un’autentica pace. La marginalizzazione dei poveri del pianeta può trovare validi strumenti di riscatto nella globalizzazione solo se ogni uomo si sentirà personalmente ferito dalle ingiustizie esistenti nel mondo e dalle violazioni dei diritti umani ad esse connesse”. Sposare lo sviluppo con una piena e fraterna solidarietà dell’uomo verso l’uomo: è questo il messaggio di pace che abbracciamo in un tempo di crisi, con l’ottimismo che ci offrono le parole di Giovanni Paolo II, pronunciate in occasione della Giornata della Pace del 1986: “Se la solidarietà ci dà la base etica per un’azione appropriata, allora lo sviluppo diventa l’offerta che il fratello fa al fratello, in modo che entrambi possano vivere più pienamente in tutta la diversità e complementarietà che sono come i marchi di garanzia della civiltà umana. E’ da questa dinamica che proviene quell’armonica «tranquillità dell’ordine», che costituisce la vera pace. Sì, la solidarietà e lo sviluppo sono le due chiavi per la pace.”
Andiamo dunque alla Perugia-Assisi nel 50mo anniversario della Prima Marcia del 1961 con la promessa di un impegno quotidiano di conversione, con la cura e la correzione dei nostri comportamenti, col rifiuto di ogni forma di violenza, superando le categoria amico/nemico e denunciando qualsiasi forma di sfruttamento.

“Una pace responsabile fondata sulla giustizia sociale”
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.022
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 2.992
Fonte UNHCR