Una strategia di lotta alla povertà e all’esclusione sociale

Un problema non risolto perché non affrontato
Le statistiche sulla povertà in Italia ci confermano ogni anno una triste verità: la sostanziale stabilità del fenomeno povertà, malgrado le azioni di monitoraggio, la commissione nazionale, le iniziative di natura istituzionale. La sofferenza di milioni di persone persiste senza poter avere speranza di uscirne.
Da ormai quindici anni i rapporti su povertà ed esclusione sociale della Caritas italiana e della Fondazione Zancan1 guardano al problema con una doppia attenzione: conoscere e chiedersi cosa fare per contrastarla, così che il problema passi dalla situazione di stallo e cronicità a quella di possibilità di dare risposte positive. Sarebbe invece molto importante, per quanti possono avere un beneficio, sapere che è possibile uscirne, visto che quotidianamente sono molti quelli che si chiedono se la loro povertà è una via senza ritorno oppure no.

La possibilità di sperare sarebbe già una prima importante risposta, visto che per la situazione italiana la povertà di lungo periodo è già di per sé stessa stigma sociale di cui vergognarsi, segnalato non da oggi dai rapporti citati. La differenza tra povertà di lungo e di breve periodo non è di poco conto, perché è misura di quanto il fenomeno sia strutturale e non soltanto congiunturale. In altri paesi diventare poveri non significa rimanere poveri, ma avere ragionevole speranza di poterne uscire nel breve periodo, con l’aiuto istituzionale e sociale, con il proprio impegno personale per passare da una condizione di esclusione ad una integrazione sociale rinnovata.
Persone e famiglie più povere
La durata della povertà è solo la punta dell’iceberg. È un indicatore importante, ma non basta per conoscere più da vicino il volto dei poveri e la loro condizione di vita. Non sono soltanto persone che vivono ai margini della vita sociale, con mezzi di fortuna, affidandosi alla benevolenza, alla carità di altre persone. Sempre di più sono persone e famiglie che non sembrano povere, anche perché nascondono la loro imprevista precarietà, proteggono la loro condizione di vita povera dai giudizi e dai pregiudizi.
Per molte famiglie numerose con figli piccoli è così, per molte donne sole con figli è così, per molti anziani con reddito insufficiente da pensione, con ridotta autonomia è ogni giorno così. È anche frutto della instabilità familiare, della solitudine, dell’abbandono, della non autosufficienza. La crisi economica in corso non ha fatto che aggravare la situazione già compromessa, peggiorandola.
Gli ultimi dati Istat sulla povertà in Italia sembrano sostenere il contrario: proprio in tempo di crisi la povertà sarebbe diminuita. Non è una novità, anche in passato, quando tutti stavano peggio i meno poveri risultavano più ricchi dei meno fortunati. Lo stesso è avvenuto puntualmente anche durante questa crisi. È quindi un’illusione ottica e politica pensare che la povertà sia diminuita.
La povertà relativa (10,8%) e quella assoluta (4,7%) sono rimaste quasi invariate rispetto all’anno precedente (2008). È bastato abbassare la soglia di calcolo da 999,67 euro a 983,01 euro, prendendo atto dell’impoverimento complessivo e modificando gli indici a cui riferirsi. In questo modo i poveri non risultano aumentati.
Se però aggiornassimo la linea di povertà del 2008, tenendo conto dell’inflazione intervenuta tra il 2008 e il 2009, il valore di riferimento diventerebbe 1.007,67 euro. Grazie a questa operazione di ricalcolo, sappiamo che alzando la linea di povertà relativa di 25 euro mensili rispetto alla linea 2008 per una famiglia di due persone, circa 223 mila famiglie ridiventano povere relative. Ad esse corrispondono circa 550 mila persone. In questo modo otteniamo un indice più realistico sui poveri, anche per capire cosa nascondono i numeri depurati e asettici, rigorosi ma esposti al rischio di risultare “fuori” dal valore effettivo di realtà.
Oltre l’emergenza: disuguaglianze strutturali e sistematiche
La lotta alla povertà in Italia si è da sempre mossa con un’ottica emergenziale: affronta nel breve periodo il problema, come si farebbe in un servizio di pronto intervento, senza preoccuparsi di mettere in campo soluzioni più stabili, dopo la fase di pronto intervento, con azioni di presa in carico del problema, per affrontarlo in modo adeguato.
Gli interventi in emergenza sono per loro natura di breve periodo, quindi costosi per garantire sostegno immediato. Sono basati su trasferimenti di denaro, su risposte a bisogni vitali (alimentazione e alloggio). In questo modo si riduce la sofferenza e l’isolamento della povertà, pur sapendo che questo non basta per uscirne.
Il decimo rapporto su povertà ed esclusione in Italia ha una sezione dedicata al tema delle disuguaglianze regionali (Caritas italiana e Fondazione Zancan, 2010). Evidenzia che ad esempio, «Dal confronto interregionale, nel 2006, si registrano valori pro capite compresi tra 1,80 euro (Abruzzo) e 23,07 euro (Valle d’Aosta) per la spesa dell’area povertà, e tra 2,75 euro (Calabria) e 48,28 euro (Friuli-V. Giulia) per la spesa a sostegno dei meno abbienti. Mediamente i comuni italiani destinano poco meno di un terzo della spesa sociale complessiva al contrasto della povertà e del disagio economico. Nelle regioni del Mezzogiorno l’incidenza è più elevata rispetto alle restanti regioni: in Puglia è pari al 41%. In Valle d’Aosta, nonostante l’elevato valore pro capite, la spesa contro la povertà e il disagio economico rappresenta solo il 15% della spesa sociale dei comuni» [Benvegnù-Pasini e altri, 2010].
Un terzo della spesa dei comuni è destinato a supportare il disagio economico dei minori e delle famiglie (9,14 euro pro capite); il 27% è destinato alle persone in condizione di povertà estrema (7,21 euro) e il 22% alle persone anziane (6,13 euro).
In Italia nel 2006 la spesa sociale dei comuni per le persone povere e quelle con disagio economico per il livello domiciliare è stata di 10,48 euro procapite: circa la metà è stata utilizzata per contributi economici (integrazione al reddito, trasporto sociale, buoni spesa/pasto), un altro 27%, pari a 2,86 euro procapite, è servito per i contributi economici per l’alloggio.
Seguono l’assistenza domiciliare con il 20% della spesa domiciliare totale, pari a 2,08 euro pro capite, l’intermediazione abitativa con 0,28 euro pro capite (3%) i trasferimenti ad aziende municipalizzate per agevolazioni tariffarie (1%) e infine i contributi economici erogati a titolo di prestito (0,4%). Friuli Venezia Giulia e Valle d’Aosta sono le regioni che hanno speso di più (28,38 euro e 27,45 euro pro capite).
A livello intermedio la spesa dei comuni è, invece, di 5,36 euro pro capite di cui oltre il 28% è utilizzata per le rette dei centri diurni (1,53 euro pro capite) seguono le rette per gli asili nido (0,69 euro pro capite), gli interventi per persone con disagio mentale, senza fissa dimora e per altri disagi (0,60 euro pro capite), i contributi economici per servizi scolastici (0,45 euro pro capite), i contributi economici per l’inserimento lavorativo (0,37 euro pro capite), la mensa e integrazione sociale (0,33 euro pro capite), i centri diurni per persone con disagio mentale, senza fissa dimora e per altri disagi (0,12 euro pro capite).
I comuni hanno destinato per i servizi residenziali 10,72 euro pro capite. Di questi circa il 90% è stato impegnato per strutture comunitarie o residenziali e rette per prestazioni residenziali (9,57 euro pro capite) seguono i contributi economici per affido familiare (0,94 euro pro capite) e le strutture di accoglienza per persone senza fissa dimora (0,22 euro pro capite). Per le emergenze e altro si è speso 0,87 euro pro capite. Come abbiamo detto, si tratta di valori medi che fanno sembrare uguali realtà regionali e locali molti diverse tra loro (Caritas italiana e Fondazione Zancan, 2010).
La povertà tra le scelte prioritarie di politica sociale
Nel nostro paese la povertà è la priorità delle politiche sociali, ma solo negli atti formali. Dalla costituzione in poi essi identificano la riduzione delle disuguaglianze e la promozione di pari opportunità come fondamento del patto sociale. Diversamente da altri settori di welfare, in cui l’accesso è universalistico, cioè senza discriminazioni basate sul reddito, nell’area dei servizi sociali la L. 328/2000 ha ribadito il principio di selezione basato sull’art. 22.
Cosa significa? Per altri bisogni fondamentali, in particolare la salute e l’istruzione l’accesso alle risposte di welfare è universalistico, la selezione in fase di accesso avviene in termini di valutazione professionale del bisogno, in modo indipendente dal reddito.
Per l’assistenza sociale non è così: la valutazione delle capacità economiche, dei mezzi, è il principale criterio di valutazione in fase di accesso alle risposte. L’effetto può essere descritto in questi termini: per salute e istruzione il finanziamento delle risposte si basa integralmente sulla solidarietà fiscale e la valutazione e selezione delle capacità di contribuire avviene in quel momento, cioè in modo preventivo, visto che poi prevale il criterio del bisogno valutato e garantito nei livelli essenziali di assistenza.
Per l’assistenza sociale interviene una doppia selezione, al momento del finanziamento delle risposte di welfare (la solidarietà fiscale) e successivamente quando viene richiesto un concorso alla spesa per l’accesso ai servizi sociali (le rette per residenze, asili nido, la quota di cofinanziamento per altri servizi domiciliari diurni e intermedi), a meno che la persona e/o la famiglia non dimostri di essere povera.
Ai poveri il resto e in modo disuguale
Le contraddizioni si annidano in questa doppia valutazione. In prima fase l’evasione fiscale fa risultare poveri anche quelli che non lo sono. Sulla stessa base imponibile, con integrazioni di valutazione basate sull’Isee, altri “non poveri” accedono a risposte di welfare senza averne bisogno e diritto. I poveri possono contare su quello che rimane.
Il cosiddetto resto, che, come abbiamo visto, viene usato in modo profondamente contraddittorio: soprattutto per dare trasferimenti economici e non per dare servizi, che diventano quindi un costo aggiuntivo per molte persone e famiglie che vivono in condizioni di povertà, ma non abbastanza da non dover pagare i costi delle contraddizioni di queste sistematiche contraddizioni.
Può succedere che in uno stesso ambito territoriale le differenze di concorso alla spesa in fase di accesso siano da uno a dieci volte tanto, per gli stessi servizi. Ma se allarghiamo il campo di osservazione, i differenziali tra spesa sociale per gli stessi bisogni e servizi sociali nel Veneto erano da uno a undici nel 2004. Ma nel 2006 il differenziale rilevato a partire dalla spesa sociale dei 581 comuni veneti è diventato uno a tredici (Barbero Vignola e altri, 2009). Sono quindi aumentate le disuguaglianze invece di diminuire.
Prima abbiamo visto alcuni esempi di differenze tra regioni, evidenziando un paradosso: dove c’è più bisogno viene dato meno e viene dato molto di più dove i bisogni connessi alla povertà sono inferiori.
Chi si chiede le ragioni di questa ingiustizia sistematica, legalizzata nei regolamenti comunali di accesso ai servizi, nei modi di funzionare dei sistemi regionali di welfare è destinato a restare senza risposte. Tutto funziona legalmente ma senza vera legalità, senza giustizia, come invece vorrebbe il patto costituzionale. Le risorse per la spesa di assistenza sociale sono considerevoli, nel 2008 erano circa 49 miliardi di euro, distribuiti tra spesa centrale, regionale e comunale.
A questo si aggiunge ad esempio lo sforzo quotidiano dei centri di ascolto delle Caritas, di molte altre opere ecclesiali, che garantiscono una solida rete di risposte solidali. Il loro valore non è ancora stimato, quindi non possiamo ancora sapere quanto ha aggiunto, in termini economici, ai 19 miliardi di euro spesi dallo stato nel 2009 per ammortizzatori sociali. Certamente ha una capacità di aiuto molto considerevole, visto che conferisce quotidianamente valori aggiunti al binomio “per carità e per diritto”, che nel patto costituzionale è espresso in modo più perentorio e vincolante: “per bisogno e per diritto”.
Misure e prassi inefficaci in attesa del federalismo
Queste contraddizioni sono prassi consolidata e vengono affrontate a valle e non a monte. A valle significa “con misure” (ad esempio la social card), cioè con trasferimenti e azioni palliative, che riducono la sofferenza da povertà senza affrontare le sue radici.
A monte dovrebbe significare “con strategie adeguate”, basate su piani di lotta alla povertà, che però non sono nell’agenda politica nazionale e regionale. Non sono neanche nell’agenda territoriale, visto che nei piani di zona la povertà non è tra le priorità, come invece avviene per altri bisogni riguardanti l’integrazione sanitaria e sociale.
Anche l’anno europeo di lotta alla povertà e all’esclusione sociale non è stato colto come opportunità per nuove scelte strategiche. Ci si è limitati a finanziare progetti e buone prassi, in modo disuguale e centralistico. Si riproducono cioè rituali conosciuti che mortificano profondamente la condizione dei poveri e di quanti sono in frontiera per cercare di dare risposta ai loro bisogni.
Tutto questo avviene proprio nel momento di massimo sforzo per decentrare le responsabilità e le risorse, in attuazione della L. 42/2009 sul federalismo fiscale. Lo evidenzia la Relazione del 30 giugno 2010 sul federalismo fiscale del Governo alle Camere in ottemperanza alla disposizione dell’art. 2, comma 6, della legge 5 maggio 2009, n. 42 (Delega al Governo in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell’articolo 119 della Costituzione”)3 e lo schema di decreto legislativo recante disposizioni in materia di determinazione dei fabbisogni standard di comuni, città metropolitane e province, dove si identifica un metodo di calcolo dei costi standard. Servono per «disciplinare la determinazione del fabbisogno standard per comuni e province, al fine di assicurare un graduale e definitivo superamento nei loro riguardi del criterio della spesa storica» (Art. 1, comma 1, versione approvata in via preliminare dal Consiglio dei ministri il 20.07.2010).
Scelte locali per una strategia nazionale
Cosa può quindi significare una «strategia nazionale di lotta alla povertà e all’esclusione sociale che guardi alle differenze territoriali»? Non più e non soltanto pensare ad un piano nazionale di lotta alla povertà. È infatti mutato il contesto istituzionale in cui questo problema può essere affrontato, e non da oggi, ma da quando le titolarità e le competenze su questa materia sono passate dallo stato alle regioni e agli enti locali.
Permane tuttavia una grande contraddizione: al trasferimento delle competenze non ha fatto seguito il trasferimento delle risorse, necessarie per gestire responsabilmente ed efficacemente queste competenze nei confronti delle persone e delle famiglie.
Ancora oggi lo stato gestisce direttamente o tramite amministrazioni da esso controllate sei settimi della spesa per assistenza sociale. Si tratta di una situazione illegittima, già segnalata negli ultimi rapporti sulla povertà ed esclusione sociale di Caritas italiana e Fondazione Zancan, come pure in altre sedi [Vecchiato, T., 2008].
Se regioni ed enti locali hanno responsabilità piena nell’affrontare il problema, devono anche avere le risorse per poterlo fare, nella pienezza delle loro responsabilità, gestendole meglio dove l’amministrazione centrale ha mancato i propri obiettivi. Lo ha fatto gestendo i proventi della solidarietà fiscale in modo burocratico e nella forma dei meri trasferimenti monetari, senza dare servizi.
Il rendimento, ad esempio, degli assegni familiari e delle indennità di accompagnamento è stato sistematicamente inferiore ai proventi della solidarietà fiscale (a causa dei costi centrali di amministrazione), senza garantire un adeguato rendimento sociale delle risorse, in termini di occupazione di welfare e di servizi, come invece avviene normalmente per l’assistenza sanitaria, il sistema scolastico e altri diritti di cittadinanza sociale.
Se quindi oggi si può e si deve parlare di piano nazionale di lotta alla povertà, esso non può essere un “documento”, ma deve necessariamente iniziare dal riposizionamento delle risorse in modo coerente con il riposizionamento delle responsabilità finalizzate a tutelare i diritti delle persone povere. I piani regionali e locali di lotta alla povertà potranno quindi agire non solo sui resti e gli avanzi di gestione centrale, ma sul cuore del problema, contando su condizioni migliori che in passato, per affrontarlo in modo efficace.
Verso un nuovo sistema di responsabilità
Allo stato, come sappiamo, è rimasta la responsabilità dei livelli essenziali di assistenza sociale, che però ancora non ha affrontato, mentre potrebbe farlo, visto che i problemi tecnici per definirli hanno già sufficienti soluzioni.
Resta inoltre il potere sostitutivo di responsabilità regionali e locali non esercitate adeguatamente. Ma questo potere sostitutivo deve essere efficace e non episodico, come invece è avvenuto per la social card. Le regioni infatti hanno sollevato il problema di costituzionalità sul fatto che il governo abbia adottato questa misura, visto che non rientra più tra le sue competenze. La Corte Costituzionale ha invece “salvato” la social card governativa, in ragione delle circostanze eccezionali, visti gli effetti della crisi economica in tutto il paese (sentenza n.10 del 2010).
L’istituzione della social card, pur materia di riconosciuta competenza regionale, ma in assenza degli ordinari strumenti di leale collaborazione interistituzionale, è stata giustificata perchè tesa ad «assicurare effettivamente la tutela di soggetti i quali, versando in condizioni di estremo bisogno, vantino un diritto fondamentale che, in quanto strettamente inerente alla tutela del nucleo irrinunciabile della dignità della persona umana, soprattutto in presenza delle peculiari situazioni sopra accennate, deve potere essere garantito su tutto il territorio nazionale in modo uniforme, appropriato e tempestivo, mediante una regolamentazione coerente e congrua rispetto a tale scopo».
L’enfasi delle giustificazioni è solenne e in via teorica condivisibile, ma in netto contrasto con due constatazioni: il suo mancato rifinanziamento, quindi il Governo, dopo essere stato giustificato, è venuto meno alla responsabilità di garantire un diritto fondamentale, che «impone di evitare, per quanto possibile, interruzioni in grado di vulnerarlo».
Una seconda constatazione riguarda le indicazioni emergenti dalla valutazione di impatto della sua attuazione. Il ministero dell’economia e delle finanze ha ad esempio verificato che nel 2009 solo 91.000 famiglie su un milione sono uscite dalla povertà assoluta, con una spesa di 192 milioni di euro. Hanno ricevuto 50 euro al mese, ma sostanzialmente il costo unitario è stato di circa 200 euro. È un ulteriore indice di inefficacia e inefficienza nell’utilizzo delle risorse da parte dello Stato, proprio nel momento in cui la Corte costituzionale ha di fatto giustificato la misura come se fosse esercizio di potere “sostitutivo” di responsabilità, che altre amministrazioni non erano temporaneamente in grado di esercitare in modo efficace.
Conclusioni
Quest’ultimo esempio, insieme con altri che abbiamo visto, non è l’unico caso di incapacità delle politiche degli ultimi dieci anni di affrontare il problema povertà, visto che gli effetti della riduzione della povertà delle famiglie povere con figli, prima e dopo l’effetto congiunto di benefici fiscali e trasferimenti monetari, è stata negli scorsi anni di 1,7% in Italia, 2,8% in Portogallo, 80,4% in Danimarca, 72,7% in Francia, 46,9% in Germania, 45,6% nel Regno Unito.
La ragione è semplice da spiegare: nel nostro paese assistenza sociale significa soprattutto erogazione di soldi; altre forme di aiuto (casa, lavoro, servizi per le famiglie…) sono minoritarie e non equamente presenti nei territori regionali.
Questo deficit di capacità nel dare servizi e non solo trasferimenti e, soprattutto, di infrastrutturazione della rete di risposte, è riconosciuto anche dalla L. 42/2009, che proprio per questo prevede all’art. 22 che «il Ministro dell’economia e delle finanze, d’intesa con il Ministro per le riforme per il federalismo, il Ministro per la semplificazione normativa, il Ministro per i rapporti con le regioni e gli altri Ministri competenti per materia, predispone una ricognizione degli interventi infrastrutturali, sulla base delle norme vigenti, riguardanti le strutture sanitarie, assistenziali, scolastiche…».
Sotto questo profilo quindi la legge 42/2009 potrebbe essere una buona occasione per partire dalle infrastrutture di cittadinanza e di welfare necessarie per lottare in modo più efficace contro la povertà [Vecchiato T., 2009]. Le probabilità di riuscita sono considerevoli, visti i sistematici fallimenti che ci consegnano annualmente una povertà stabile nei suoi caratteri strutturali, quindi con meno speranza di aiuto e di uscita. Il problema passa oggi, simbolicamente e sostanzialmente, a regioni ed enti locali, per fare quello che lo stato non è riuscito a fare.
(l’articolo è tratto da Formazione&Lavoro, n. 2/2010. L’autore è direttore della Fondazione Zancan)

Bibliografia
Barbero Vignola G., Bezze M., Dal Ben G., Vecchiato T., La spesa sociale dei comuni nel welfare veneto, Studi Zancan, 6/2009.
Benvegnù-Pasini G. e altri, Una deriva da contrastare a partire dalle famiglie, in Caritas Italiana e Fondazione “E. Zancan”, “In caduta libera. Rapporto 2010 su povertà ed esclusione sociale in Italia”, il Mulino, Bologna.
Bezze M. Vecchiato T., Ripensare le politiche di lotta alla povertà, in “Oggi, domani, anziani”, n. 4/2009.
Caritas Italiana e Fondazione “E. Zancan” (2008), Ripartire dai poveri, Rapporto 2008 su povertà ed esclusione sociale in Italia, il Mulino, Bologna.
Caritas Italiana e Fondazione “E. Zancan” (2009), Famiglie in salita, Rapporto 2009 su povertà ed esclusione sociale in Italia, il Mulino, Bologna.
Caritas Italiana e Fondazione “E. Zancan” (2009), In caduta libera, Rapporto 2010 su povertà ed esclusione sociale in Italia, il Mulino, Bologna.
Vecchiato T., I livelli essenziali di assistenza dopo la L. 42/2009 sul federalismo fiscale, in “Studi Zancan”, n. 5/2009.
Vecchiato T., Politiche contro la povertà: un problema che non trova soluzioni, in “Italianieuropei”, 4/2008.
Note
1 I bisogni dimenticati. Rapporto 1996 su emarginazione ed esclusione sociale; Gli ultimi della fila. Rapporto 1997 sui bisogni dimenticati; La rete spezzata. Rapporto 2000 su emarginazione e disagio nei contesti familiari; Cittadini invisibili. Rapporto 2002 su esclusione sociale e diritti di cittadinanza. Vuoti a perdere. Rapporto 2004 su esclusione sociale e cittadinanza incompiuta; Vite fragili. Rapporto 2006 su povertà ed esclusione sociale in Italia; Rassegnarsi alla povertà. Rapporto 2007 su povertà ed esclusione sociale in Italia; Ripartire dai poveri. Rapporto 2008 su povertà ed esclusione sociale in Italia; Famiglie in salita. Rapporto 2009 su povertà ed esclusione sociale in Italia.
2 Art. 2. (Diritto alle prestazioni), commi 2 e 3:
2. Il sistema integrato di interventi e servizi sociali ha carattere di universalità. I soggetti di cui all’articolo 1, comma 3, sono tenuti a realizzare il sistema di cui alla presente legge che garantisce i livelli essenziali di prestazioni, ai sensi dell’articolo 22, e a consentire l’esercizio del diritto soggettivo a beneficiare delle prestazioni economiche di cui all’articolo 24 della presente legge, nonché delle pensioni sociali di cui all’articolo 26 della legge 30 aprile 1969, n. 153, e successive modificazioni, e degli assegni erogati ai sensi dell’articolo 3, comma 6, della legge 8 agosto 1995, n. 335.
3. I soggetti in condizioni di povertà o con limitato reddito o con incapacità totale o parziale di provvedere alle proprie esigenze per inabilità di ordine fisico e psichico, con difficoltà di inserimento nella vita sociale attiva e nel mercato del lavoro, nonché i soggetti sottoposti a provvedimenti dell’autorità giudiziaria che rendono necessari interventi assistenziali, accedono prioritariamente ai servizi e alle prestazioni erogati dal sistema integrato di interventi e servizi sociali.
3 La Relazione è stata presentata in ottemperanza al disposto dell’art. 2, comma 6, della legge 5 maggio 2009, n. 42, secondo cui: «Il Governo è tenuto a trasmettere alle Camere, entro il 30 giugno 2010, una relazione concernente il quadro generale di finanziamento degli enti territoriali e ipotesi di definizione su base quantitativa della struttura fondamentale dei rapporti finanziari tra lo Stato, le regioni, le province autonome di Trento e di Bolzano e gli enti locali, con l’indicazione delle possibili distribuzioni delle risorse.» Tale relazione è stata trasmessa alle Camere prima degli schemi di decreto legislativo concernenti i tributi, le compartecipazioni e la perequazione degli enti territoriali.
 

Una strategia di lotta alla povertà e all’esclusione sociale
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.096
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 3.081
Fonte UNHCR