Università: sono “le migliori” se migliorano il mondo

Insieme alla necessità di formare meglio i leader del futuro, cresce anche la voglia di valutare altrettanto bene la qualità dell’educazione universitaria.
Le classifiche internazionali delle università dovrebbero farci sapere quali sono le migliori a formare i dirigenti di domani. Ma anche se attirano una certa attenzione della stampa specializzata e generalista, in realtà queste graduatorie non stanno valutando ciò che conta davvero nel lavoro delle università e il loro contributo al miglioramento della società.Inoltre, come effetto collaterale della competizione, parecchi paesi fanno a gara nell’aiutare le loro università nazionali a scalare la vetta delle graduatorie mondiali, e di conseguenza riducono l’appoggio all’educazione primaria e secondaria sottraendo qualità ai sistemi educativi necessari allo sviluppo dei propri cittadini.

Alcune valutazioni della qualità universitaria risalgono alla metà del XIX secolo ma è solamente negli anni ´80 che analisi pubbliche sulle istituzioni universitarie sono divenute popolari tra i mass-media. Oggi c’è consenso sul considerare l’educazione universitaria un bene pubblico universale, senza frontiere. Con un mercato mondiale che può raggiungere l’ordine di grandezza di 250 milioni di studenti entro il 2025, si rende necessario stabilire parametri oggettivi di valutazione, validi a livello internazionale.Così si sono affermate in tutto il mondo diverse classifiche delle migliori università, e più di 50 paesi posseggono classifiche nazionali. Gli Americani, per esempio, leggono lo U.S. News and World Report. C’è inoltre un consistente numero di classifiche mondiali che usano varie sigle e acronimi divenuti ambìti marchi di qualità, come Times Higher Education (THE), QS World University Rankings, e Academic Ranking of World Universities (ARWU). Tutti questi giudizi sono diventati un buon business, dal momento che nel mondo esistono più di 15.000 istituzioni di istruzione superiore che potenzialmente potrebbero essere classificate.
Ci chiediamo allora: che cosa si sta misurando, e perchè? Ad esempio, si cerca di sapere anche quanto le istituzioni di educazione superiore rispettano i principi internazionalmente riconosciuti della responsabilità sociale d’impresa e dell’investimento sociale a favore delle fasce deboli della società?
Tra le tante metodologie e criteri utilizzati per analizzare la qualità, le più comuni cercano di individuare i punti di forza dell’insegnamento, della ricerca e della reputazione internazionale dei professori. Il risultato di questi metodi tradizionali è quasi sempre lo stesso: l’Università di Harvard e le celebri Università britanniche di Oxford e di Cambridge vengono incoronate come le migliori al mondo assieme ad alcune dell’Ivy League americana e poche altre con sede in California. Non sorprende che quelle università siano anche in cima alla classifica delle disponibilità finanziarie che raggiungono diversi miliardi di dollari. Ad esempio, il tesoro di Harvard nel 2009 era di circa 26 miliardi di dollari, pari al valore del Pil di Panama e superiore all’economia di ben 98 paesi.

Per chi sa di essere in cima alla classifica – cioè per le poche università che competono a livello globale e hanno risorse ed orientamento comuni – risultano certo utili dei metodi di classificazione uniformi. All’interno del club delle migliori università discutere del valore relativo delle borse di studio assegnate dalle università di Cambridge in Massachussets e di Cambridge in Inghilterra diviene un dibattito legittimo e magari anche divertente. Però si tratta di criteri abbastanza inutili per stimolare chi è in fondo alla classifica, cioè le pochissime università di ottima qualità dei Paesi in via di sviluppo (Pvs) che non possono nemmeno tentare di competere con i finanziamenti messi a disposizione dalle università super-elitarie, né possono sperare di attirare i migliori talenti intellettuali disponibili per l’insegnamento e la ricerca.
Ma anche qualora le università dei Pvs potessero mettersi in gara, farebbero bene a provarci? Probabilmente no; lo hanno detto gli esperti in un recente forum organizzato dall’Unesco, da Institutional Management of Higher Education (IMHE) e dalla Banca Mondiale.Piuttosto che adeguarsi ai criteri di qualità accettati dalle politiche di educazione dei paesi ricchi, e quindi incanalare gli esigui fondi pubblici disponibili per creare università di vanto, i governi dei Pvs non dovrebbero nemmeno tenere in considerazione queste classifiche. I Pvs dovrebbero invece concentrarsi sui miglioramenti necessari all’intero sistema di istruzione, dalla scuola materna fino agli studi post-universitari, al fine di generare cittadini sufficientemente consapevoli e qualificati che possano aiutare la crescita socio-economica dei loro paesi.
Si dice spesso che “conta solo quello che si può misurare”.Se è vero, allora sarebbe ora di usare un’aritmetica adatta per sommare, sottrarre, moltiplicare e dividere degli indicatori utili a captare le qualità  di quelle università troppo spesso escluse dalle classifiche tradizionali.Per esempio, si potrebbero usare degli indicatori del valore aggiunto complessivo che una determinata università contribuisce per favorire lo sviluppo sostenibile ed equo di una società e il miglioramento della qualità della vita di tutti attraverso un’educazione orientata al progresso e al buon governo dei beni pubblici.A questo proposito ci chiediamo: quante classifiche universitarie verrebbero ribaltate se fossero analizzate con una cartina di tornasole che rivelasse quante di esse usano il principio “fate come insegno, ma non quel che faccio”?
Lo sviluppo della professionalità dello studente richiede una valutazione del carattere, dei valori e della personalità, fattori importanti che spesso non vengono valutati, ma che invece dovrebbero esserlo.In un’epoca in cui la disuguaglianza sociale è in costante aumento, ci sembra ragionevole valutare anche la capacità di un’università nell’educare laureati socialmente consapevoli.In questo momento della storia dell’umanità in cui energia, acqua e cibo sono fattori determinanti per la pace in un mondo terrorizzato dalla prospettiva della scarsità di risorse, dalla crescita della popolazione e dal cambiamento climatico, la ricerca accademica ed il coinvolgimento delle università dei Pvs nella vita reale della società dovrebbero essere ritenute importanti almeno quanto la reputazione dei professori o il numero di laureati premi Nobel di un’università dei paesi ricchi.
Ed allora, perché non proporre e misurare corsi centrati sullo sviluppo sostenibile, sulla riduzione della povertà e sulla protezione dell’ambiente come parametri chiave per correggere in un’ottica più globale ed inclusiva le classifiche esistenti?

Invece del semplice numero di studenti stranieri presenti in un’università, il numero di studenti provenienti dai paesi meno sviluppati, non sarebbe un indice migliore della reale vocazione internazionalista di un’università e del suo reale impegno per lo sviluppo globale?Un parametro scadente usato comunemente è il numero di nazionalità straniere “rappresentate” all’interno delle università, un dato che non permette di sapere il livello di sensibilità interculturale della stessa. Sarebbe ora di valutare l“espatriatismo” di un’università, come una misura più trasparente per rivelarne le vere attitudini internazionaliste, così come è già stato fatto in molti altri settori del mercato.Un modo per misurare l’espatriatismo potrebbe essere quello di monitorare il numero di studenti di terza cultura (nati e cresciuti in un paese terzo rispetto a quelli dei genitori), il rapporto tra studenti stranieri e nazionali, la provenienza Nord-Sud di studenti e professori, così come il multilateralismo degli azionisti e la collocazione geografica internazionale dei campus.
La qualità della leadership internazionalista ed estroversa delle “moderne imprese del sapere”, come le università, potrebbe essere determinata valutando quanto l’insegnamento, la ricerca scientifica e il coinvolgimento nella società siano direttamente legati al raggiungimento degli Obbiettivi di sviluppo del millennio e al progresso dei diritti umani; tutti fattori essenziali  per rispondere ai rischi globali e alla speranza di giustizia e libertà dell’intera umanità.
Modelli top-down o mono-tipo, che escludono l’analisi delle diversità inter-culturali sono inadeguati per identificare le migliori università.Al contrario, un nuovo modello o “pagella dell’impegno sociale” potrebbe superare la miopia dei sistemi di valutazione troppo omogenei e rendere più utili e trasparenti le classifiche delle migliori università per quei paesi che cercano di migliorare la qualità del loro intero sistema educativo.Tale approccio permetterebbe di valorizzare la complessità che esiste nel mondo accademico e di risaltare il valore insito nella missione che ha ogni istituzione universitaria all’interno dei programmi di sviluppo nazionali, regionali e globali.Infine, adottare nuove lenti grandangolari nell’analisi di qualità delle migliori università permettere di scoprire alcune delle “migliori al mondo” mai viste prima. E certamente ogni università che vuol essere riconosciuta tra le migliori al mondo dovrebbe essere ben disposta a competere anche per “rendere il mondo migliore”.
(l’articolo è tradotto e adattato dall’originale in inglese, pubblicato dal Bangkok Post il 29 luglio 2011)
*Said Irandoust è president dell’Asian Institute of Technology (AIT) a Bangkok, Thailandia. Sandro Calvani è direttore del Centro Asean di Eccellenza sugli Obbiettivi di Sviluppo del Millennio delle Nazioni Unite, presso l’AIT

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