Uno sviluppo attento al bene comune. Il contributo della Caritas in veritate

La crisi ci obbliga a riprogettare il nostro cammino
Mai come in questo momento ci rendiamo conto che l’economia è tanto invadente quanto impotente di fronte alla gravità dei problemi che abbiamo sul tappeto. La logica del sempre di più delle stesse misure va incontro a pericolosi effetti di rigetto.  Zoellick, presidente della World Bank, ha affermato qualche tempo fa: «Siamo passati da una crisi finanziaria a una crisi economica che si sta trasformando in crisi occupazionale: questa può diventare sociale e umana e può indurre, in certi paesi, anche una crisi politica».
I tradizionali paradigmi della scienza economica (la ricerca del proprio tornaconto traguardato su orizzonti temporali sempre più brevi e una sorta di darwinismo sociale per cui i più forti devono vincere e prendere tutto) entrano in crisi tanto a livello interpretativo quanto normativo. Non ci aiutano a capire e soprattutto non sono in grado di dirci cosa fare. Le grandi questioni della povertà, della pace, dell’ambiente, delle generazioni future dimostrano ampiamente sia l’insufficienza del mercato quale supremo regolatore sia dell’individualismo come norma comportamentale.

Neoliberismo da un lato (l’economia spiega se stessa) e neoscientismo dall’altro (la scienza spiega se stessa) stanno incrinando pericolosamente i fondamenti del vivere sociale, della vita buona. «L’esclusivo obiettivo del profitto rischia di distruggere ricchezza e di creare povertà… Lo sviluppo economico continua a essere gravato da distorsioni e drammatici problemi, messi ancora più in risalto dall’attuale situazione di crisi» (Caritas in veritate, 21). Le forze talvolta cieche della tecnica, gli squilibri planetari, gli effetti deleteri di una finanza speculativa, gli imponenti flussi migratori provocati ma non gestiti, lo sfruttamento delle risorse della terra ci dicono che è in gioco il destino stesso dell’uomo.
Ma l’uomo è la creatura amata da Dio! Questo è il fondamento antropologico dell’enciclica e allora la prospettiva può cambiare. La Caritas in veritate è un messaggio di fiducia, di speranza, di stimolo all’impegno. Essa ci prospetta lo scenario di un mondo «che ha bisogno di un profondo rinnovamento culturale e della riscoperta di valori di fondo su cui costruire un futuro migliore. La crisi ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno (CV, 21)».
È stato giustamente osservato che l’enciclica non è un manuale di economia. Essa piuttosto propone una lettura dell’economia fatta con gli occhi della fede, una fede operosa e intelligente, capace di agire nel mondo per trasformarlo a servizio dell’uomo, della sua dignità e della sua vocazione. Lo sviluppo umano non può che essere integrale, riguardare ogni uomo e tutto l’uomo. L’apertura alla vita, una vita piena e buona, è il fondamento del vero sviluppo (CV, 28).
Carità, giustizia, solidarietà
L’enciclica ci presenta la giustizia e la carità come due polarità positive che si potenziano reciprocamente in una sinergia stupenda e attraverso le quali passa e si esprime il bene comune (CV, 6). Il bene comune non è la semplice sommatoria di beni e interessi individualistici. Deve invece essere considerato come un bene sociale, un bene che le persone condividono grazie alla loro attiva partecipazione alla vita della comunità. In altri termini, il bene comune si concretizza – come ci ricorda la Gaudium et Spes – nell’insieme delle condizioni che permettono, tanto ai gruppi quanto ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione in maniera piena e spedita. Il bene comune è quindi un bene di tutti e di ciascuno affinché tutti siano veramente responsabili di tutto.
La carità eccede la giustizia perché amare è offrire del mio all’altro. Ma non è mai senza la giustizia. La giustizia è inseparabile dalla carità, ne è – per così dire – la misura minima… Ciò vale tanto a livello macro quanto a livello micro.
Gli aiuti internazionali ai paesi in via di sviluppo, la remissione del debito non sono tanto un atto di benevolenza dei paesi ricchi nei confronti dei paesi poveri, bensì un atto di riparazione rispetto a comportamenti predatori posti in essere nel corso del tempo e ancora largamente presenti. L’enciclica è chiara al riguardo. L’alimentazione, l’accesso all’acqua, alle fonti energetiche sono diritti universali di tutti senza distinzioni (CV, 27). È pertanto necessaria una redistribuzione planetaria delle risorse in modo che anche i paesi che ne sono privi possano accedervi. «Il loro destino non può essere lasciato nelle mani del primo arrivato o alla logica del più forte» (CV, 49).
La carità di cui parla l’enciclica non è un semplice sentimento, una mozione degli affetti. Al contrario presuppone la ragione, l’intelligenza ed è illuminata dalla fede. Questo potenziale di amore non nega anzi valorizza nel bene le possibilità offerte dall’economia, dal mercato, dalla scienza, dal progresso scientifico e tecnico, ma è capace di andare oltre lungo le strade del mondo e della storia.
È in questo contesto che l’enciclica colloca il discorso sul dono (CV, 34). Lo sviluppo economico, sociale, politico se vuole essere autenticamente umano deve dare spazio al principio di gratuità come espressione di fraternità. Ecco allora un’economia che scaturisce, si innerva nella società civile e nella quale c’è posto sia per lo scambio mediato dal contratto e dal pagamento del prezzo sia per la redistribuzione pubblica secondo principi di equità sia per la reciprocità. La reciprocità si propone il consolidamento delle relazioni sociali; alimenta il capitale sociale che sempre più è un fondamentale fattore di competitività complessiva. Il dono genera l’alleanza tra le persone, promuove la fiducia, la cooperazione, l’amicizia, la solidarietà, la libertà. Il dono non è qualcosa per l’altro ma con l’altro. Rapporti autenticamente umani possono dunque essere vissuti anche all’interno dell’attività economica e non soltanto fuori di essa o dopo che i guasti sono stati fatti (CV, 36).
In questa ottica la solidarietà costituisce un passaggio fondamentale. Però attenzione, non si può fare di ogni erba un fascio. C’è una solidarietà meramente compassionevole, assistenziale, passiva. Riconosce l’esistenza di situazioni di disagio, di povertà,di squilibrio. Cerca in qualche modo di addolcirle, di mitigarle con erogazioni private o pubbliche, senza però mettere in discussione le cause di tali situazioni. Non si crea un rapporto di fiducia con l’altro, questo rimane uno sconosciuto, senza un volto da guardare. C’è invece una solidarietà attiva, partecipativa, democratica. Essa è il prodotto di azioni personali e collettive finalizzate alla rimozione delle diseguaglianze, all’aumento della democrazia a livello politico, economico, sociale, all’allargamento degli spazi non solo di autodeterminazione ma anche di autorealizzazione. Una solidarietà che vuole eliminare gli ostacoli che impediscono agli individui (singoli, isolati, esclusi) di diventare persone capaci di relazioni. E i beni relazionali sono oggi più importanti dei beni materiali. Occorre passare, come ci ricorda Amartya Sen, da un welfare che assiste a un welfare che abilita. È in questa prospettiva che si muove l’enciclica quando ci prospetta l’imperativo della solidarietà.
Bene comune e globalizzazione
Il bene comune va declinato a scala globale. «Oggi l’umanità appare molto più interattiva di ieri» (CV, 53). La globalizzazione non è un qualcosa di neutrale o asettico. Essa si esprime attraverso un insieme di processi sia di inclusione (per pochi) sia di esclusione (per molti). Trattasi di processi che attribuiscono e tolgono potere, che producono effetti positivi e negativi variamente distribuiti tra le diverse realtà sociali ed economiche tanto a livello locale quanto internazionale. La globalizzazione significa cose diverse per persone diverse, radicate in diversi contesti locali. Per il contadino dell’America Latina che non può competere con i prodotti alimentari meno cari importati dai paesi industrializzati, la globalizzazione significa minori entrate e quindi progressivo impoverimento. Per l’operaio metalmeccanico dell’Europa dell’Est che ora, grazie alle delocalizzazioni produttive, ha un lavoro e un reddito decente, la globalizzazione significa inizio di prosperità. Per il magnate russo globalizzazione significa poter fare la coda davanti alle boutiques di Prada o di Armani. Per i milioni di disperati che vivono nelle bidonville delle grandi metropoli la globalizzazione non significa nulla.
Grandi contraddizioni connotano gli odierni processi di globalizzazione. Questi non avvengono secondo modalità lineari e inequivoche. Le loro velocità sono, a ben vedere, molto differenziate, più accentuate a livello finanziario- speculativo, rallentate a livello culturale e civile. La produzione di beni privati sopravanza la produzione di beni pubblici, con il conseguente fallimento nella distribuzione del reddito e delle chances di vita a scala mondiale. Ricorrendo a una immagine figurata potremmo osservare che il profitto corre oggi più in fretta della solidarietà! Ne conseguono processi di integrazione asimmetrici, con marcati dislivelli nelle posizioni relative dei diversi soggetti coinvolti. Per alcuni la globalizzazione rappresenta una grande opportunità, per altri può costituire una minaccia cui rispondere attivando forme di difesa, richiedendo misure di salvaguardia e di protezione. Ha ragione U.Beck quando afferma che siamo entrati nell’era della globalizzazione prima di avere gli strumenti politici e culturali per governarla.
Sulla scena del mondo non ci sono problemi settoriali, ma interdipendenti. Diritti umani e sociali, ambiente, educazione, sviluppo, scambi commerciali, salute, conflitti, instabilità sono altrettante tessere di un unico mosaico sul quale si gioca la possibilità di una buona società in cui vivere a scala globale.
Il sapere scientifico-tecnologico, la comunicazione, la rete, ma anche la paura di processi incommensurabili e incontrollabili in termini di rischio, quasi per assurdo, unificano in comunità la globalità degli uomini. L’interdipendenza a scala globale diventa una categoria morale e politica di fondamentale importanza. In essa sta il punto di forza del quale ha bisogno la leva della razionalità sia per capovolgere situazioni di ingiustizia e esclusione che non possono più essere accettate dalla comunità mondiale, sia per cogliere e valorizzare tutte le potenzialità insite nei processi di globalizzazione, specie se guidata da «carità e verità» (CV, 3).
La globalizzazione, sottolinea l’enciclica, ci rende tutti più vicini. Ma la vicinanza non basta. «Deve trasformarsi in una comunione. Lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia» (CV, 53). «Il tema dello sviluppo coincide con quello dell’inclusione relazionale di tutte le persone e di tutti i popoli nell’unica comunità della famiglia umana che si costruisce nella solidarietà sulla base dei fondamentali valori della giustizia e della pace» (CV, 54).
Potremmo a questo punto parlare di cittadinanza globale. Cittadinanza globale fondata sull’indivisibilità dei diritti umani. Una cittadinanza che si consegue attraverso la faticosa e mai definitiva realizzazione di livelli successivi di solidarietà e di partecipazione: dalla città alla regione, allo stato, alle grandi aree continentali fino a un universale nel quale l’ “altro” non è un avversario, ma un partner al servizio di un progetto condiviso. L’enciclica sottolinea la necessità di una “autorità politica plurivalente” ovvero articolata – secondo solidarietà e sussidiarietà – a livello locale, nazionale, internazionale. In questo modo è possibile orientare la globalizzazione economica evitando che essa mini di fatto i fondamenti della democrazia (CV, 41).
E proprio in questa prospettiva non possiamo ignorare le grandi potenzialità sottoutilizzate, se non addirittura sprecate, insite nella miriade di poveri che tanto all’interno dei paesi industrializzati quanto nel Terzo Mondo sono costretti ai margini della produzione e dello sviluppo. «I poveri non sono un fardello bensì una risorsa» (CV, 35). L’elevazione degli esclusi è una grande occasione per la crescita morale, culturale e anche economica dell’intera umanità. Venire incontro – così si legge in un recente dossier di Le Monde Economie – alla domanda di quattro miliardi di persone che vivono con meno di un dollaro e mezzo al giorno è una grande sfida. I due terzi del mondo devono essere conquistati alla dignità umana che è anche dignità economica, possibilità di intraprendere, di mettere a frutto le proprie capacità.
Non è la scarsità delle risorse che genera la competizione e la lotta tra gli uomini. Piuttosto è vero il contrario: la competizione e la lotta depotenziano le risorse, nel mentre la condivisione sociale e creativa le moltiplica. In continuazione con l’insegnamento della Populorum progressio si impongono oggi grandi mutamenti culturali, l’assunzione di criteri di giudizio diversi da quelli ordinari. Gli ultimi, i poveri, in un’ottica di globalità e di interdipendenza diventano chiave interpretativa del vivere sociale. «I poveri non sono un fardello bensì una risorsa» (CV, 35).
Gli ultimi hanno bisogno dei primi, i primi hanno bisogno degli ultimi. Gli ultimi hanno bisogno della imprenditoria, competenza, scienza, abilità dei primi. I primi a loro volta hanno bisogno degli ultimi per trovare un senso alle loro ricchezze: l’accumulo fine a se stesso non genera una nuova qualità della vita bensì una cultura di disperazione.
Impresa e società
Innovazione e trasformazione dei sistemi rappresentano una discriminante ineludibile per le moderne società industriali e post-industriali. Di ciò l’enciclica è pienamente consapevole. Si tratta però di verificare se lo sviluppo e la crescita debbano, necessariamente ed esclusivamente, poggiare sugli squilibri, le disuguaglianze (che il gioco economico inevitabilmente rafforza), con la conseguente distinzione e selezione tra vincitori e vinti oppure se lo sviluppo e la crescita – nella misura in cui sono autentici – non possano invece trovare stimolo e innesco nella solidarietà creatrice con l’inserimento dei processi di cambiamento in una prospettiva comunitaria, con la diffusione di valori di comunicazione, dialogo, apprendimento, cooperazione, uguaglianza, valorizzazione di tutte le risorse.
Tutto ciò rappresenta una sfida per l’impresa che avverte e vive la sua responsabilità nella prospettiva del bene comune. E la responsabilità per il bene comune è qualcosa di più rispetto alla cosiddetta responsabilità sociale sovente ridotta a moda e a operazione di mera immagine. Del bene comune l’impresa è soggetto e strumento. Certo non si può chiedere alle imprese cose che loro non competono; del pari non possono essere snaturate in nome di una presunta socialità, magari a copertura di inadempienze di altri protagonisti. Pur tuttavia gli imprenditori non possono sfuggire ai doveri morali che hanno nei confronti della comunità. Le loro parole e le loro azioni influenzano e talvolta condizionano il modo di vivere di molti nell’impresa e nella società. Possono fare (ma non sono i soli) molto bene o molto male. L’impresa eticamente orientata, responsabile verso l’ambiente e verso i diritti umani, diventa una risorsa preziosa per il bene comune e per il mercato stesso che, in quanto «costruzione sociale», viene progressivamente inserito in un sistema di coordinate umanamente e culturalmente più ricche.
L’enciclica non parla di una morale aggiunta, di un’etica che viene dopo il conseguimento degli obiettivi economici, ma afferma la presenza irrinunciabile delle relazioni morali all’interno dell’economia e dell’impresa come condizione per il loro funzionamento. Il bene comune è il fine ultimo dell’attività imprenditoriale e guida della gestione aziendale. Gestione aziendale orientata non solo a generare profitto bensì valore per tutti i soggetti che cooperativamente e in spirito di solidarietà, contribuiscono al bene dell’impresa e, attraverso di essa, al bene della comunità.
L’impresa socialmente responsabile non può non riconoscere ampio spazio alle prassi partecipative, con particolare riferimento ai lavoratori e alle loro organizzazioni. Le organizzazioni sindacali – da sempre sostenute e incoraggiate dalla Chiesa – sono sfidate da problemi e prospettive nuove. Non possono limitarsi alla difesa degli interessi dei propri associati, devono volgere lo sguardo anche verso i non iscritti, verso i lavoratori dei paesi in via di sviluppo, dove i diritti sociali sono sovente violati. Occorre pensare a una «coalizione in favore del lavoro decente» (CV, 64). Ma i lavoratori sono anche consumatori. Sotto questo profilo l’enciclica presenta elementi di grande attualità e originalità. I consumatori e le loro associazioni rappresentano un nuovo potere politico. Ma il potere esige responsabilità e educazione nella prospettiva di maggiore sobrietà, sviluppo di forme cooperative, promozione del commercio equo e solidale.
Un patto può dunque legare l’impresa e la società. Questa – la società – vede nell’impresa una risorsa da salvaguardare e sviluppare, quella – l’impresa – accetta la sfida del bene comune. Il bene dell’impresa (capacità di reddito, di sopravvivenza, di sviluppo) e il bene dell’ambiente in cui l’impresa è inserita sono tra loro strettamente interconnessi nel reciproco riconoscimento dell’impegno e del contributo necessari per la realizzazione di assetti più giusti e solidali. In questo senso si può anche parlare di impresa altruistica ovvero di impresa che è disponibile a condividere qualcosa per il bene di tutti: risorse finanziarie, intellettuali, capacità di ricerca, conoscenza.
Un’altra economia è possibile
Un’economia autenticamente umana non esclude il profitto, ma lo considera strumento in vista del bene comune, ampliando nel contempo la gamma dei criteri sui quali fondare le scelte collettive.
Criteri di salvaguardia (la terra non è soltanto per noi, abbiamo un obbligo verso le generazioni future); di umanità (il rispetto di ogni uomo è la cifra del vivere insieme); di responsabilità (se tutti nel soddisfare le proprie esigenze si comportassero tenendo conto delle esigenze e delle necessità degli altri, alla fine tutti si troverebbero in una situazione migliore di quella che deriverebbe da logiche strettamente individualistiche); di moderazione (la sobrietà è il modo per scoprire risorse che non hanno prezzo); di prudenza (nel senso di capacità di prevenzione e controllo dei rischi presenti e futuri); di diversità (ovvero di riconoscimento dell’altro come via per rispondere alla varietà delle situazioni); di cittadinanza (ognuno è membro a pieno titolo della comunità in cui vive).
Un altra economia è dunque possibile. E ciò a partire da alcune verità elementari che possiamo far emergere da una lettura trasversale della Caritas in veritate.
Il mercato non soddisfa il bisogno bensì la domanda pagante ovvero fornita di adeguato potere di acquisto. Con la conseguenza che oggi cresce il superfluo, l’inutile nel mentre «diritti elementari e fondamentali vengono disconosciuti e violati» (CV, 43).
La dimensione monetario-finanziaria, assunta come fine prioritario, non garantisce di per sé lo sviluppo della dimensione reale (produzione di beni e di servizi). Al contrario, attraverso il gioco della speculazione si assiste alla moltiplicazione artificiosa di una ricchezza che non cresce (CV, 65).
L’utilità collettiva, il bene comune non sono la somma dei tornaconti individuali. Al tempo stesso l’economico non coincide con il sociale. La razionalità del primo non può espropriare quella del secondo. Deve semmai armonizzarsi, integrarsi. Non è infatti pensabile uno sviluppo economico che non sia anche sociale, culturale, morale, autenticamente umano (CV,71).
La sfera dell’economia di mercato non è la biosfera. Non funzionano secondo la stessa logica. Questo fatto poteva essere ignorato quando la prima non minacciava l’esistenza della seconda. Ora non più. Lo sviluppo non può che essere sostenibile, «fondato sulla alleanza tra uomo e ambiente» (CV, 50).
La celebre definizione dell’economia come scienza che insegna a trovare il mezzo migliore per perseguire un fine determinato si rivela del tutto inadeguata rispetto all’odierna società post-industriale e globale. I problemi economici non dipendono tanto dalla mancanza di risorse quanto dal fatto che le istituzioni economiche, sociali e culturali non sono più in grado di interpretare le esigenze della attuale fase di sviluppo. Da qui l’esigenza di una nuova governance mondiale «organizzata in modo sussidiario e poliarchico per non dare vita a un pericoloso potere universale di tipo monocratico» (CV, 57).
L’economia richiede umanizzazione e trascendimento etico. Laddove all’etica si attribuisca il significato non tanto o non solo di norme di comportamento quanto di recupero di senso in ordine al produrre, al lavorare, al consumare, al vivere. Occorrono una nuova mentalità e nuovi stili di vita (CV, 51).
Lo sviluppo come vocazione
Abbiamo bisogno di una economia multidimensionale, capace di prendere in carico gli ambienti socio-naturali e culturali sui quali essa si apre; dinamica e coevolutiva con il mondo nel quale si inscrive; a servizio dell’uomo e non padrona del suo destino.
«Lo sviluppo è impossibile senza uomini retti, senza operatori economici e uomini politici che vivono fortemente nelle loro coscienze l’appello al bene comune» (CV, 71). Tale appello presuppone che lo sviluppo venga inteso come vocazione, una vocazione che richiede una risposta libera e responsabile. La verità dello sviluppo consiste nella sua integralità ovvero nella centralità in esso della carità.
Potremmo chiederci a conclusione quale sia il luogo di origine della tensione etica da porre a fondamento dell’economia e dell’impresa. Tale luogo di origine sta certamente nel sapere, nell’intelligenza. Ma da soli non bastano, c’è bisogno del cuore. È questo un passaggio fondamentale dell’enciclica. «Le esigenze dell’amore non contraddicono quelle della ragione. Il sapere umano è insufficiente e le conclusioni delle scienze non potranno indicare da sole la via verso lo sviluppo integrale dell’uomo. C’è sempre bisogno di spingersi più in là: lo richiede la carità nella verità». In questa prospettiva fede e ragione si aiutano a vicenda. Solo insieme salveranno l’uomo (CV, 74). La ragione senza la fede rischia di perdersi nell’illusione della sua onnipotenza. La fede senza la ragione rischia l’estraniazione dalla vita concreta della gente. Fede e ragione sono le due ali che ci guidano nel nostro cammino verso terre nuove e cieli nuovi.
(l’articolo è tratto da Formazione&Lavoro, n. 1/2010. L’autore è docente di Etica economica e responsabilità sociale delle imprese presso l’Università di Genova)

Uno sviluppo attento al bene comune. Il contributo della Caritas in veritate
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.096
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 3.081
Fonte UNHCR